|
||
cittadinanza > intervisteMigranti e migrazioni dentro la crisi globale - Il nuovo scenario dell’immigrazioneIntervista a Sandro Mezzadra, docente presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Bologna, autore di innumerevoli saggi, tra i quali "Diritto di Fuga" e promotore della rete UniNomade17 novembre 2008Lo scenario di crisi globale che stiamo attraversando non manca e non mancherà in futuro di avere pesanti ripercussioni anche per quanto riguarda la vita dei migranti e più in generale sui fenomeni migratori. Per cercare di approfondire le striature di questo scenario inedito abbiamo intervistato Sandro Mezzadra, esperto in studi post-coloniali, docente presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Bologna e promotore della rete UniNomade. D: Si discute di crisi economica ed a catena emergono nuovi ed inediti scenari anche per quanto riguarda l’immigrazione. Intanto, possiamo dire che quello della crisi è uno scenario di grande riscrittura delle regole, non solo quelle della finanza? E che proprio questo è anche uno scenario estremamente aperto e potenzialmente molto ricco? R: E’ senz’altro così. Il fatto che la crisi abbia una profondità e un’intensità tali da investire il sistema economico nel suo insieme è ormai ampiamente riconosciuto. Chi si era illuso che la crisi potesse essere circoscritta ai mercati finanziari ha dovuto ricredersi. D: Nell’ambito della discussione sul’approvazione del Ddl n.733, l’ultimo tassello del pacchetto sicurezza, la lega Nord ha proposto, lo stop degli ingressi autorizzati (i flussi) per i prossimi due anni.
Noi sappiamo che ciò significa lo stop della regolarizzazione di chi già è qui, ed in ogni caso che mai le migrazioni hanno avuto una speculare corrispondenza alle domande del mercato del lavoro. R: Intendiamoci: la crisi tende sempre ad avere un impatto violentemente negativo sui migranti. Dopo la crisi del ’29, parallelamente all’avvio del New Deal, circa mezzo milione di messicani furono deportati dagli Stati uniti, insieme a molti dei loro figli nati in territorio statunitense. La crisi dei primi anni Settanta fu affrontata dal governo tedesco-federale, presto seguito da altri governi europei, con il cosiddetto Anwerbestopp: il blocco del reclutamento di forza lavoro migrante e la predisposizione di programmi per il rimpatrio di quei lavoratori stranieri che, dopo aver svolto un ruolo essenziale negli anni della grande crescita post-bellica, risultavano improvvisamente "in esubero". D: In questo processo di riscrittura normativa, compare anche questo nuovo pezzo del pacchetto sicurezza, per la verità già annunciato in campagna elettorale, ci sono moltissime norme che vanno a restringere il campo dei diritti dei migranti. Soprattutto per quelli che già sono qui. Pesanti restrizioni per i ricongiungimenti, tasse di 200 euro per tutte le pratiche, permesso di soggiorno per contrarre il matrimonio, nuovi criteri per l’iscrizione anagrafica (anche per gli italiani), trattenimento nei cpt per 18 mesi, permesso di soggiorno a punti ed anche il tanto acclamato reato di ingresso e soggiorno illegale (punibile però solo con una multa). Come possiamo leggere queste nuove norme dentro lo scenario della crisi? R: Sinceramente, temo che la risposta a questa domanda sia molto semplice. L’insieme di queste misure, partendo dal riconoscimento del fatto che, al di là di ogni retorica, la presenza migrante è ormai una presenza strutturale dal punto di vista sociale, economico, demografico, culturale etc, punta a rendere ancora più marcata la condizione di violenta subordinazione dei migranti all’interno dello spazio della cittadinanza e del mercato del lavoro. D: Infine l’ultima questione, che per la verità diventerà probabilmente
la più pregnante. Se sempre l’immigrazione è stata considerata "utile",
oggi la crisi e la conseguente chiusura di aziende, fabbriche, cooperative,
industrie, pone un problema nuovo: migliaia di persone verranno
licenziate e per gli immigrati ci sarà anche la perdita del titolo di
soggiorno. R: Onestamente, mi pare che la proposta di sospensione per due anni della legge Bossi-Fini, formulata da Epifani, sia semplicemente dettata dal buon senso. E certo, un movimento di massa di migranti che si appropriasse di questa richiesta potrebbe utilizzarla per cominciare a dire "Noi la crisi non la paghiamo"! Il nesso tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro mostra comunque, proprio dentro la crisi, la sua natura di dispositivo che punta a disciplinare violentemente la mobilità dei migranti, introducendo al tempo stesso una spaccatura e una divisione all’interno della composizione del lavoro. La lotta contro questo nesso, che può anche assumere in prima battuta la forma di una battaglia per la sospensione della legge Bossi-Fini, acquista oggi una nuova urgenza: spezzarlo, assicurare il diritto di permanenza in Italia per quei lavoratori e quelle lavoratrici migranti che perderanno il lavoro nei prossimi mesi, è la condizione fondamentale perché i migranti possano essere parte dei grandi movimenti che già oggi, dentro e contro la crisi, si battono per la conquista di reddito, di nuova libertà e di nuova uguaglianza. Perché la "riscrittura delle regole" di cui si parlava all’inzio divenga un esercizio collettivo, nella cooperazione e nelle lotte, di invenzione di un altro ordine della vita comune. Intervista a cura di Nicola Grigion, Progetto Melting Pot Europa |
||