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attualità > rassegna stampaGli schiavi dell’Emilia RossaCome vengono sfruttati gli immigrati nei cantieriDal Manifesto del 31 dicembre 20082 gennaio 2009Immigrati dalla Moldavia pagati appena 1,70 l’ora e tenuti al nero. Un’inchiesta giudiziaria svela come funziona il lavoro immigrato in edilizia a Reggio Emilia e dintorni. Senza far distinzioni tra appalti pubblici e privati. La scoperta grazie alle denunce dei lavoratori raccolte dall’associazione Città migrante In principio fu una valigia piena di timbri e documenti falsificati finita in mano ai carabinieri grazie alla gelosia di un uomo per un presunto tradimento della sua donna. Poi sono arrivate le denunce di tanti, troppi, lavoratori stranieri che raccontavano di non essere stati pagati. Manodopera in nero e senza documenti in grado di sfuggire tranquillamente ad eventuali controlli nel cantiere: agli operai venivano fatti firmare contratti compilati a nome di altri lavoratori stranieri regolari e anche il badge che ogni manovale dovrebbe avere mentre lavora in cantiere riportava l’altro nome. Le indagini dei carabinieri di San Polo d’Enza e di Castelnuovo Monti sono durate un anno, sotto la direzione del pm Valentina Salvi, e hanno portato negli ultimi giorni agli arresti di alcuni imprenditori molto noti a Reggio Emilia e di un loro fidato capo cantiere. Associazione a delinquere finalizzata all’introduzione e alla permanenza di clandestini, falsificazione di permessi di soggiorno estorsione e utilizzo di manodopera clandestina: sono queste le accuse che hanno fatto finire in carcere Giovanni Freno, Marco Pozza e il figlio Federico e Victor Boldisor, cittadino moldavo considerato il tramite per l’arrivo di lavoratori dalla Moldavia che pur sgobbando nei cantieri italiani venivano pagati come se si trovassero in patria. A suo modo una piccola multinazionale dello sfruttamento della manodopera che ha prosperato negli appalti, anche in quelli pubblici, tra Emilia Romagna, Toscana, Lombardia, Lazio e Liguria. In quest’ultima regione sono stati aperti cantieri anche al porto di Genova. Ital Edil srl e Technological Building 7 srl: tutte mutazioni della stessa impresa che dietro la facciata mostravano una realtà di lavoro duro e di condizioni di vita che non è esagerato definire con il termine di schiavitù. Tutto questo nel cuore dell’Emilia produttiva e un tempo "rossa" dove il boom edilizio è stato l’occasione per ottimi oneri urbanistici che sono finiti nelle casse degli enti locali. Ma che ha riservato anche le forme dell’illegalità spregiudicata come dimostra questa inchiesta della magistratura o delle infiltrazioni mafiose come insegna la vicina provincia di Modena.
Secondo le indagini i lavoratori venivano pagati cifre che potevano arrivare fino ad un euro e settanta centesimi all’ora. Questo ha raccontato ai carabinieri un uomo moldavo: di essere stato prelevato in aeroporto nel 2003 e portato a lavorare nei cantieri di un’altra ditta collegata agli arrestati, Valsem Costruzioni Italia, con la promessa che dopo tre mesi sarebbe stato pagato tre euro all’ora. La sua vita è diventata un’odissea: ogni volta che il suo permesso di soggiorno scadeva veniva rimandato in patria per poi essere richiamato in Italia. Quando ha perso i documenti ha iniziato a lavorare per Ital Edil perché, gli avevano spiegato, «lì poteva lavorare anche da clandestino». La paga da 1,70 all’ora per alcuni era un semplice miraggio visto che, come risulta dalle diverse denunce presentate dall’avvocato Vainer Burani per conto di alcuni cittadini egiziani, spesso gli operai non venivano neanche pagati. Dopo gli accordi iniziali e i primi giorni di lavoro veniva dato loro un acconto di poche centinaia di euro. Il lavoro però proseguiva come si susseguivano gli spostamenti nei vari cantieri. Se però i lavoratori iniziavano a reclamare i loro soldi venivano minacciati di essere rimandati nei loro paesi grazie alle «amicizie» che Freno e Pozza vantavano di avere in Questura, Prefettura e tra i carabinieri. L’unico modo per avere lo stipendio era continuare a lavorare per loro, a scatola chiusa e senza troppe domande. Le denunce che l’avvocato Burani ha depositato alla procura di Reggio Emilia lo scorso aprile sono tutte fra loro simili: il primo contatto negli uffici della Ital Edil e il colloquio con Pozzi che si qualificava come tecnico della società. «Avevo fatto presente che ero privo di documenti - racconta nella sua denuncia uno dei lavoratori egiziani - ma mi è stato risposto di non preoccuparmi perché avrebbero risolto loro il problema, basta che fossi capace di fare l’intonacatore». Adesso Mohamed Harhash ha ottenuto un permesso di soggiorno per protezione sociale. Nella querela spiega bene quale fosse il meccanismo su cui poggiava Ital Edil e le sue successive trasformazioni: assumere lavoratori irregolari, fornire loro documenti con il nominativo di altri stranieri che avevano lavorato per loro e di cui avevano fotocopiato il permesso di soggiorno, dare una piccola cifra come prova che i pagamenti sarebbero prima o poi arrivati, portare i lavoratori nei vari cantieri aperti e farli lavorare con la minaccia di denunciare la loro clandestinità. E poi c’erano le condizioni in cui queste persone erano costrette a vivere: monolocali in cui venivano ammassate fino ad otto persone o seminterrati in cui in nove bisognava dividersi trenta metri quadri, ha raccontato Harhash al magistrato. Il lavoro era senza sosta sia nei giorni feriali che in quelli festivi ed era estremamente faticoso. Come accadeva in un cantiere a San Bartolomeo a Mare, in provincia di Imperia, dove si doveva portare in continuazione per una distanza di trecento metri «tutto il materiale a spalla dalla strada al cantiere di costruzione di villette a schiera». |
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