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cittadinanza > approfondimenti, resoconti, reportRosarno - Effetti collaterali della guerra permanente al nemico internodi Fulvio Vassallo Paleologo, Università di Palermo10 gennaio 2010Dopo il ferimento di alcuni migranti a Rosarno e la protesta di giovedì 7 gennaio, nella giornata di venerdì si sono moltiplicati gli atti di violenza nei confronti degli immigrati africani che alla fine si sono dovuti asserragliare in alcune strutture fatiscenti, mentre a poche centinaia di metri da loro, con il favore delle tenebre, centinaia di abitanti della zona accumulavano oggetti contundenti e taniche di benzina per farsi giustizia da soli. Solo l’intervento della polizia ha impedito che la situazione degenerasse ulteriormente. Di fronte a queste situazioni di illegalità che denunciamo da tempo, a Rosarno, come a Castelvolturno, e ancora in Sicilia ed in Puglia, nessuno può fingere di ignorare (www.terrelibere.org e www.fortresseurope.blogspot.com ) un degrado sociale che trova il suo fondamento nel fallimento delle politiche migratorie, nell’abbandono da parte dello stato, nel controllo del territorio, in Calabria come in altre regioni meridionali, da parte delle organizzazioni criminali e nello sfruttamento selvaggio dei braccianti immigrati, irregolari o regolari che siano poco importa. Il ministro Maroni ed altri rappresentanti di governo si sono limitati ai consueti ritornelli a sfondo xenofobo, spaziando (si fa per dire) dalla “tolleranza zero”, alla denuncia di un eccessivo lassismo nei confronti dell’irregolarità, fino alla celebrazione dei “successi” conseguiti nella “lotta contro l’immigrazione clandestina”. Maroni, intervistato su Canale 5 è arrivato persino ad attribuire la responsabilità dei fatti di Rosarno alla “tolleranza” nei confronti degli immigrati irregolari, affermando che “in questi anni è stata tollerata, senza fare nulla di efficace, l’immigrazione clandestina che ha alimentato la criminalità e ha generato situazioni di forte degrado come quella di Rosarno”, aggiungendo che “a Rosarno stiamo intervenendo con i mezzi e i tempi necessari” perché in quella zona c’è “una situazione difficile, così come in altre realtà. Per ora abbiamo posto fine agli sbarchi di clandestini a Lampedusa e a poco a poco riporteremo alla normalità le situazioni”. Più preoccupante l’altro annuncio di Maroni, secondo il quale i trasferimenti degli immigrati da Rosarno avverranno solo dopo la loro identificazione, proposito che lascia presagire una deportazione su vasta scala, con la consegna di numerosi provvedimenti di espulsione, con l’apertura di centinaia di procedimenti penali per soggiorno irregolare, e con l’internamento di quanti non riusciranno a lasciare al più presto Rosarno con i propri mezzi, nei centri di detenzione amministrativa ubicati in Calabria a Lamezia, in provincia di Catanzaro, ed a Crotone. Anche il trasferimento già avviato verso centri di prima accoglienza, come quello di Isola di Capo Rizzuto, potrebbero tradursi in una trappola, o in una ulteriore fuga nella clandestinità, per tutti coloro che sono privi di documenti di soggiorno. Dove era Maroni negli anni passati? E chi ha occupato il posto di ministro degli interni dal 2001 ad oggi, con la parentesi di Amato per meno di due anni ? Nessuno che ricordi a Maroni i suoi fallimenti “storici”, non parliamo di integrazione e di coesione sociale, ma anche se si vuole considerare soltanto il risultato dell’attività repressiva del suo ministero nei diversi governi Berlusconi, da un punto di vista meramente contabile. Senza ricordare il dolore e la frustrazione che le scelte legislative e le prassi applicative hanno disseminato tra gli immigrati in Italia, un dolore ed una frustrazione che in futuro potrà moltiplicare per cento “rivolte” come quella vissuta a Rosarno in questi giorni. Nel 2001, ad esempio, nel pieno della applicazione della legge Turco- Napoletano, le espulsioni erano state 58 mila quelle intimate e 34 mila quelle effettivamente eseguite. Nel 2002, con la introduzione della legge Bossi-Fini, erano state disposte 88.501 espulsioni, ma la percentuale tra le persone espulse e quelle effettivamente allontanate era rimasta sempre intorno al 50-60%, come durante i governi di centrosinistra degli anni 1998-2000. Già nel 2002 si notava però un leggero decremento. Se si considera infatti che circa 62.500 persone espulse “mediante intimazione” non avevano lasciato il territorio nazionale e si confronta questo dato con quello degli anni precedenti (le persone in questa situazione erano 40.000 nel ’98, 64.000 nel ’99, 58.000 nel 2000), il dato delle espulsioni effettivamente eseguite in quell’anno si attestava attorno alle 26.000 persone. Anche se su questi dati è sempre stata polemica, è utile ricordare che per il ministero dell’interno le persone effettivamente espulse o rimpatriate sarebbero state 37.756 (40.951 per la Commissione De Mistura) nel 2003, 35.437 nel 2004 e 26.985 (34.660 per la Commissione De Mistura nel 2005), e soltanto 24.902 nel 2006. Non si può dunque negare che per quattro anni consecutivi, dopo la entrata in vigore della legge Bossi-Fini, è diminuito il numero delle persone rimpatriate, il che attesta i limiti delle strategie di contrasto dell’immigrazione irregolare sulle quali il centrodestra ha costruito i suoi successi elettorali. Sono cifre ufficiali desumibili dai dati forniti dal ministero dell’interno o raccolti nei dossier annuali della Caritas che dimostrano come ogni inasprimento delle politiche migratorie sortisca un solo effetto: l’aumento incontrollato della clandestinità, e questo dato è ampiamente comprovato dal numero di persone che ogni anno tentavano la strada della regolarizzazione “successiva” avvalendosi del decreto flussi, o si avvalevano delle periodiche regolarizzazioni. Si badi bene regolarizzazioni elargite dal governo per venire incontro ai gruppi sociali di riferimento, nel 2002 i piccoli imprenditori e nel 2009 le famiglie, non per ridurre la clandestinità ma per venire incontro alle esigenze di quei datori di lavoro che avevano alle proprie dipendenze immigrati in condizione irregolare. Negli ultimi due anni del governo di destra dunque, le espulsioni effettivamente eseguite si sono ridotte a poche migliaia, sempre sotto le diecimila persone all’anno, a fronte di un numero di immigrati irregolari che oggi oscilla tra 700.000 ed un milione di persone. Di cosa si vanta oggi il ministro dell’interno? Di chi sono se non sue e del suo governo le responsabilità della crescita esponenziale della condizione di “clandestinità ? Adesso il quadro complessivo si sta ulteriormente aggravando dopo il prolungamento a sei mesi della detenzione amministrativa. Si paga ogni giorno lo scotto di una legislazione sull’immigrazione ingiusta ed inefficace, e di prassi di polizia violente ed ai limiti dello stato di diritto e delle garanzie costituzionali. Soltanto il 20 per cento degli immigrati rinchiusi (adesso per sei mesi) nei famigerati CIE, teatro di abusi e di violenze quotidiane, viene effettivamente accompagnato in frontiera. In alcuni Cie, come a Gradisca di Isonzo solo il 10 per cento degli immigrati che vi sono stati internati nel 2009 sono stati effettivamente accompagnati nei paesi di provenienza. Ed adesso la situazione rischia di esplodere anche lì, con decine di casi di autolesionismo, con tentativi continui di suicidio, con rivolte e fughe duramente represse dalle forze del (dis)ordine. E la situazione non è diversa in tutti gli altri CIE italiani, mentre vengono spesi centinaia di milioni di euro per finanziare una repressione ottusa e violenta che produce più danno di quanto non riesca a rassicurare l’opinione pubblica. Malgrado questi fallimenti di sistema che imporrebbero di abbandonare la legge Bossi-Fini per adottare una legislazione più mirata che rispetti i diritti fondamentali delle persone, compresi gli immigrati irregolari, si insiste ancora nel dilapidare ingenti quantità di denaro pubblico per la costruzione di nuovi centri di detenzione per “clandestini”, definiti tali anche quando risiedono da decenni in Italia. In Sicilia è in fase avanzata costruzione un nuovo centro di identificazione ed espulsione a Milo vicino Trapani. Secondo il governo servono sempre nuovi posti per rinchiudere gli immigrati irregolari anche per effetto del collasso e del sovraffollamento del sistema carcerario. Il prolungamento a sei mesi della detenzione amministrativa farà implodere l’intera macchina della detenzione amministrativa. Il CIE di Caltanissetta è stato chiuso a seguito di una rivolta lo scorso mese, e nessuno ne ha parlato. Forse la notizia, tenacemente censurata per giorni, avrebbe allarmato troppo l’opinione pubblica. Altrove le comunità locali si sono opposte alla proliferazione dei centri di detenzione per immigrati irregolari ed i progetti di nuovi CIE sono rimasti nei cassetti. Per la realizzazione dei nuovi Cie e per il prolungamento dei tempi di permanenza degli immigrati negli stessi centri e’ prevista "una spesa stimata di 233 milioni e 160mila euro dal 2008 al 2010" pari a ’’4.640 nuovi posti disponibili". Chissà dove li costruiranno? Una cifra ingente, se si pensa al numero di immigrati che l’Italia riesce effettivamente ad allontanare dal proprio territorio. Stiamo parlando di alcune centinaia di migranti, sembrerebbe 30 a settimana (!) come dichiarato dallo stesso Maroni alla fine del 2009, che il nostro governo riesce a rimpatriare solo grazie agli accordi di riammissione stipulati con i paesi di origine. Tutto questo viene spacciato all’opinione pubblica come un successo del governo, e quella stessa opinione pubblica adesso dovrebbe essere rassicurata dall’invio in Calabria di una “task force” del ministero dell’interno, con l’appoggio di altri esponenti ministeriali del ministero del welfare e del ministero del lavoro. Eppure qualche ispettore del lavoro in più in Calabria ci vorrebbe proprio… e magari anche qualche miglioramento nella organizzazione degli ospedali dove i calabresi continuano a morire per un nonnulla con allarmante regolarità. Tutte le misure del pacchetto sicurezza, dai tempi brevi per la perdita del permesso di soggiorno, alla introduzione del reato di immigrazione clandestina, fino al prolungamento a sei mesi della detenzione nei CIE, vanno nella direzione della crescita esponenziale degli immigrati cd.”clandestini” in Italia. Se - come Panebianco pensa - questo significa salvaguardare la sovranità dello stato, contento lui ed i lettori del Corriere della sera. A noi, come a molti costituzionalisti, sembra che abbattere le garanzie dello stato di diritto per gli immigrati, creando un diritto penale speciale, e abolendo, per loro soltanto, le garanzie dello stato democratico e la protezione sociale, costituisca un imbarbarimento complessivo della nostra convivenza, un ritorno al passato, se non al fascismo come si è palesato nel secolo scorso, ad un nuovo populismo reazionario che, attraverso il controllo dell’informazione e dell’economia, metterà tutti “in riga”, e che, per gli immigrati, regolari e non, si tradurrà in un vero e proprio razzismo “democratico”. Saremo tutti coinvolti, nessuno escluso, lo siamo già oggi. Che c’entra tutto questo con i fatti di Rosarno? Gli attacchi continui ai migranti e la loro ribellione sono solo effetti collaterali di quella che si annuncia come una “guerra permanente” ai migranti, considerati come i nemici interni. Come al solito, una guerra per distrarre l’attenzione dalle responsabilità di chi ha gestito le politiche migratorie in questi anni. Un fallimento totale che le destre italiane non potranno nascondere a lungo al loro elettorato, e che intanto cercano di scansare producendo ad ondate periodiche, oltre alle campagne sulla paura, leggi contrarie alla Costituzione ed alle Convenzioni internazionali, che poi si traducono in prassi applicative altamente discrezionali, spesso al limite dell’arbitrio. La clandestinità prodotta dalla legislazione dell’emergenza porta, non solo al proliferare dell’irregolarità per la mancanza di canali di ingresso legale per lavoro, ma rigetta nella stessa condizione di irregolarità migliaia di immigrati che sono espulsi dal circuito produttivo legale per effetto della crisi economica. Esattamente come le centinaia di immigrati che in queste settimane si erano spostati dalle città del settentrione d’Italia, dove erano stati licenziati, verso le campagne calabresi, ma anche pugliesi, siciliane e campane, per trovare un qualsiasi lavoro, naturalmente in nero, più frequentemente in agricoltura, dove manca la concorrenza della manodopera italiana e dove i controlli sono più attenuati. Tutto questo esaspera il conflitto sociale e le rivolte come quella di Rosarno non potranno che ripetersi ancora in altre parti del territorio. Anche per effetto di un sistema dell’informazione che amplifica i comportamenti razzisti e xenofobi come si è visto ancora in questi giorni. L’idea di fondo dei nostri governanti, analoga a quella di molti loro colleghi europei, seppure praticata in Italia con strumenti più rozzi, è quella di non consentire alcuna regolarizzazione, successiva ( con il possesso di determinati requisiti) o permanente, e nessun canale di ingresso legale per lavoro, con la sola eccezione di quelle persone che sono altamente qualificate, oppure che rispondono a specifiche esigenze del mercato del lavoro interno, o comunitario, in prospettiva, ad esempio, infermieri e badanti. In questo modo dando priorità alle “esigenze e alle capacità di accoglienza stabilite da ciascun Stato membro”, come si legge nel Programma di Stoccolma, l’Unione Europea, e l’Italia in particolare, di fatto rinunciano a svolgere un ruolo propositivo o di regolamentazione ( governance) delle migrazioni e si limitano ad apprestare strumenti repressivi, come i voli charter congiunti e le operazioni Frontex, con i quali ( fare finta di) espellere o respingere le componenti più deboli degli immigrati condannate ad una condizione di clandestinità che nel tempo si connoterà sempre più come condizione servile o di vera e propria schiavitù. In realtà le espulsioni (finte perché ineseguite ed ineseguibili) si traducono nella creazione di forza lavoro che sarà disposta a vendersi per mera sopravvivenza. In nome della “sicurezza” e della “capacità di accoglienza”, si andrà anche in Italia verso la costituzione di un “regime” sociale di “apartheid” che si inasprirà sempre più rapidamente. Una spirale continua perché gli allarmi sulla sicurezza produrranno leggi e prassi più restrittive, e dunque sempre maggiore “clandestinità”, effetto delle politiche di sbarramento delle frontiere e di criminalizzazione degli immigrati nel territorio nazionale, e questa maggiore diffusione della “clandestinità”determinerà a sua volta un allarme sociale sempre crescente che offrirà altri margini alla speculazione politica ed agli imprenditori della sicurezza… Si avvicina davvero il tempo di denominare il ministero dell’interno come il “ministero della paura”. E’ proprio finita la stagione delle comiche, quando i comici sono al potere, diceva qualcuno tanto tempo fa, quando i governi nazi-fascisti schiacciavano l’Europa.
Un gioco al rilancio continuo sulla pelle dei migranti e delle fasce sociali più deboli, che ha permesso alle classi dirigenti della destra di vincere quasi ovunque, anche per la debolezza su questi temi di quella che si fatica a definire come “opposizione” o “sinistra”. Occorrerebbe invece intervenire con urgenza , soprattutto nell’agricoltura e nell’edilizia, per consentire l’emersione di queste situazioni di irregolarità che, in alcune aree del territorio, hanno creato situazioni drammatiche come a Castel Volturno, a Rosarno, in Calabria, a San Nicola Varco di Eboli, tra Pachino, Alcamo e Camporeale in Sicilia, , ovunque nelle campagne quando è tempo di raccolta. Qualunque sia il tasso di disoccupazione in Italia, è evidente che non si trova forza lavoro nazionale disponibile per mansioni come, per esempio, quella della raccolta di pomodori o degli agrumi. Siamo davvero curiosi di sapere che fine faranno le economie nei distretti agricoli, come a Rosarno, quando tutti gli immigrati se ne saranno andati, oppure, semplicemente, non arriveranno più. Passata l’ennesima emergenza sicurezza, i cittadini di Rosarno potrebbero rimpiangere gli immigrati che oggi stanno scacciando con la violenza perché la loro economia ne uscirà distrutta, almeno fino a quando non riusciranno a sostituire quella forza lavoro, sempre con altre vittime di sfruttamento, magari immigrati romeni o di altri paesi comunitari, esattamente come è già successo in molte campagne siciliane. Ed anche in quel caso dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo non potrà che riprodursi il conflitto. E se qualche disoccupato calabrese volesse cimentarsi con quei pesanti lavori agricoli, non troverebbe certo nella piana di Rosarno condizioni economiche che gli permettano una vita dignitosa. Lo sfruttamento è una malapianta che una volta attecchita non sarà facile sradicare. Vanno abrogate al più presto quelle disposizioni del pacchetto sicurezza, peggiorative persino della legge Bossi-Fini che stanno producendo la clandestinizzazione e la criminalizzazione di centinaia di migliaia di migranti, a partire dalla misura che estende a sei mesi la detenzione amministrativa e dalla norma che introduce il reato di immigrazione clandestina. Occorre aprire al più presto canali di ingresso per lavoro e per i richiedenti asilo, con misure urgenti da inserire nei rapporti con i paesi di transito in odo da porre fine agli abusi inflitti ai migranti ( soprattutto in Libia). Sfruttamento dei lavoratori e clandestinità dei migranti saranno sempre più connessi e stanno già coinvolgendo, insieme agli immigrati, migliaia di lavoratori italiani che hanno perso il posto di lavoro, non sono coperti dagli “ammortizzatori sociali” ed al pari degli immigrati devono soggiacere al ricatto dei caporali e degli imprenditori che lavorano nel cd. sommerso. Una economia quella del lavoro nero che produce una parte consistente di PIL, e di ricchezza privata, che sfugge ad ogni contributo previdenziale ed a ogni controllo fiscale. Ancora una volta assisteremo nei prossimi giorni ad uno show ministeriale sulla tolleranza zero, come si annuncia l’audizione di Maroni martedì prossimo in Parlamento, una parata simbolica contro il traffico di esseri umani e lo sfruttamento del lavoro servile, che potrebbe presto risolversi, con le scelte annunciate dal ministro, in un ulteriore inasprimento normativo, e quindi nell’ennesimo abbassamento dei livelli di sopravvivenza delle vittime, di coloro che non hanno avuto altra scelta di entrare nel nostro paese irregolarmente, con la speranza di potere un giorno regolarizzare la loro posizione (esattamente come anno fatto i tre quarti degli immigrati oggi presenti in Italia).
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