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Venezia per i migranti è come Lampedusa

da Carta 11-17 giugno 2010, n. 20

15 giugno 2010

VENEZIA, ANCONA, BARI fanno rima con Igoumenitza e Patrasso. Dai porti greci si parte per arrivare in uno italiano, non si sa quale.
Molto spesso nei porti greci si ritorna, cacciati dall’Italia. Il 20 giugno queste città di frontiera, sulle due sponde dell’Adriatico, si mobiliteranno contro i respingimenti e per il rispetto del diritto di asilo.

«Tutto è iniziato nel 2008 – racconta Francesco Penzo, della rete Tuttidirittiumanipertutti – quando, in occasione del sessantesimo anniversario della dichiarazione dei diritti umani, un gruppo di associazioni di Venezia si è messo insieme per capire dove i diritti umani fossero meno rispettati in città, ed è venuto fuori il porto.
Lì la situazione è simile a quella di Lampedusa: dalla Grecia arrivano traghetti con a bordo potenziali richiedenti asilo, provenienti da paesi in guerra. Vengono identificati e rimandati indietro attraverso pratiche illegali. Non è concesso loro chiedere asilo politico, nonostante sia un loro diritto. La rete che tenta di tenere alta l’attenzione su questi temi spazia dai centri sociali a Pax Christi».
E ha un certo successo: nel 2009, il sindaco Massimo Cacciari ha pubblicamente ammesso che il porto era «totalmente fuori legge». Ma poi, nonostante la sensibilità del comune, non è cambiato nulla.
«Anzi – aggiunge Francesco – Le autorità portuali hanno alzato la cortina di ferro: abbiamo sempre meno informazioni». Per entrare nel porto serve un’autorizzazione. Solo il Consiglio italiano per i rifugiati [Cir], che ha una convenzione con la prefettura, vi ha accesso. «Il Cir lavora in orario d’ufficio – spiega Francesco – ma le navi arrivano anche nel fine settimana o la sera dopo le cinque. Spesso il Cir non può fare il proprio mestiere.
Il comune di Venezia era presente fino al 2007, poi si è chiamato fuori proprio perché non poteva esercitare il proprio mandato».

Quello che accade a Venezia somiglia a quello che accade negli altri porti dell’Adriatico.

Ad Ancona però, il porto è in mezzo alla città. «Qui la questione dei respingimenti – spiega Pietro, dell’Ambasciata dei diritti delle Marche, un’associazione nata dalla rete dei Centri sociali della regione, che si occupa dei diritti di cittadinanza dei migranti e fa parte del Progetto Melting pot Europa - è parallela alla privazione di uno spazio di socialità per gli anconetani. Dal 2001, attorno all’area portuale è stata installata una recinzione metallica. È uno spazio in cui la polizia di frontiera agisce senza controllo e rimanda indietro, in base all’accordo siglato con la Grecia nel 1999, richiedenti asilo e minori non accompagnati».
Anche ad Ancona, come in tutti i porti dell’Adriatico, è presente il Cir. «Un organo che rischia di fare da copertura umanitaria a un sistema di esclusione.
Eppure la tutela del diritto di asilo è una cartina di tornasole della tutela di tutti i diritti».

A Bari, i respingimenti «fanno meno rumore delle carrette del mare perché non ci sono immagini. Ma la situazione è disperata, i respingimenti sono quotidiani», spiega Erminia, della rete antirazzista. «I dati ufficiali sono in difetto. Nei porti non vengono accertati né lo status né l’età. Alcuni minorenni afghani hanno fatto il viaggio cinque volte prima di uscire dal porto senza essere intercettati, e quindi di poter chiedere l’asilo».
Per questo, quelli della campagna Welcome fanno un appronfondito lavoro di inchiesta su questi luoghi: «Il porto dei destini sospesi» [a cura di Riccardo Bottazzo e pubblicato da Carta] su Venezia, e «Il porto sequestrato » [a cura dell’Osservatorio faro sul porto] su Ancona. Stanno anche lavorando all’istituzione di osservatori indipendenti, in accordo con prefettura e autorità portuale, all’interno dei porti, per poter monitorare il comportamento della polizia di frontiera e tutelare i migranti in arrivo. C’è ancora molto lavoro da fare, ma, conclude Francesco, «indietro non si torna perché parliamo di persone che fuggono dalla guerra, e noi non rinunciamo a questa battaglia di civiltà».

A Venezia, Ancona e Bari si organizzano le reti per tutelare i migranti e raccontare cosa accade ogni giorno nei porti Venezia per i migranti è come Lampedusa