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Il destino dei mandarini

di Diego Saccora

26 novembre 2015

Un venerdì sera alla stazione di Udine. In transito, persone scendono da treni per salire su altri treni, non sono gli ultimi ne tanto meno i primi. Alcuni sanno dove stanno andando, altri stanno solo andando. Normale.

Binario 1. Proseguendo verso la zona d’ombra si scorgono pian piano tende da campo, ma la maggioranza è stesa a terra. Silhouette di sacchi a pelo e coperte, immobili ma tremanti. Il freddo è pungente, una testa arrotolata in una fascia spunta da un fagotto. Dal giaciglio vicino indicano che ha la febbre molto alta, qualcuno si appresta subito a portar medicinali e cibo; c’è una cassa zeppa di mandarini. Tutti i presenti sono pakistani, circa venticinque, panjabi e urdu, uomini, esseri umani. Così come chi si trova nel sottopasso. Una cinquantina. pashtun. Provenienti dal Pakistan e dall’Afghanistan. Uomini, esseri umani. Normale

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Sabato pomeriggio di bora, pioggia e gelo incalzante. Cammini per le strade di Trieste tappezzate da cadaveri di ombrelli deflagrati tentando invano di trovar riparo. Normale.

Silos, lato sinistro della stazione di Trieste. Auto colma di vestiti e una cassa di mandarini avanzati dalla sera prima, per un attimo pensi a quali mani possano averli colti, da dove, in che condizioni. Normale

Archi, mura e fango. Si scivola, si vola. Fuochi fatui, odore di pesce fritto cucinato a terra dietro ad una colonna. Ti viene offerto, ha sapore di vita. Scatole di cartone, teli e coperte inzuppate. Fiumi di infiltrazioni color mattone. All’imbrunire, tutto appare intravisto, i volti e le parole non si fissano nella memoria, soffiati via dal vento. 150 anime; i mandarini non basterebbero per tutti e non riscaldano. Normale

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Venezia, lunedì mattina. Stazione dei treni. Si va al lavoro come nulla fosse. La gente cammina guardando fissa a terra i passi fatti ieri, schivando turisti in coda. Normale

Sei ragazzi si guardano attorno, disorientati. Non li conosco ma li riconosco. Slovenia, Austria, Brennero, Bassano. Ora qui e poi chissà. Chiamano qualcuno, una stretta di mano, un sorriso e un saluto. I mandarini nel mio zaino finalmente hanno finito il loro viaggio.