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I gas lacrimogeni di ieri: atti di guerra contro i migranti

1 marzo 2016

Ieri sarebbe stato anche un bel giorno, finalmente, per un primo risultato che concretizza il concetto dei “canali umanitari sicuri” e fa vedere a tutti che è possibile con le buone prassi accogliere i profughi evitandogli un viaggio massacrante e pericoloso. [1] Ma una nota positiva, in questo mare di immondizia, rischia purtroppo di rimanere una lodevole eccezione al presente.

Gas sui migranti a Calais, gas sui migranti a Idomeni. Dopo la giornata di ieri, dall’ovest all’est europeo, la fotografia attuale sulla modalità con la quale le politiche europee si vogliono rapportare con la crisi migratoria in atto ci consegna un’ulteriore immagine chiarificatrice alla quale dovremmo prestare molta attenzione. Non è la prima volta che questo avviene né nella jungle, né sui confini chiusi e militarizzati della rotta dei Balcani. Il “gasare” le persone per impedir loro di transitare o di insediarsi in un luogo è un metodo di gestione che ha lo scopo di di identificare il richiedente asilo in un nemico e di mettere paura sia a loro, sia a noi che dovremmo poi accoglierli nelle nostre città. E’ il materializzarsi della guerra all’umano che restringe il campo della mediazione e limita lo spazio delle proposte alternative alle attuali che vogliono risolvere la situazione. Cos’è oggi il piano europeo anti rifugiati se non un dispositivo di guerra che fa dell’uso della forza e dell’autorità il meccanismo con il quale normare, reprimere, ghettizzare chi non trova un posto in questo mondo?
E se ciò è vero e non ci può lasciare indifferenti, come è possibile pensare che l’Europa non si chiuderà sempre più a riccio rinunciando alle conquiste in materia di diritti sociali e civili che l’hanno caratterizzata a livello mondiale, seppur con tutti i limiti delle costituzioni e convenzioni post guerre mondiali, come uno dei luoghi migliori dove vivere?
Le politiche in materia di immigrazione non andrebbero mai considerate come un elemento a sé rispetto alle nostre vite e più in generale rispetto alla questione dei diritti di tutti noi. Se cedono i pilastri del diritto che sorreggono le architetture delle traballanti democrazie, le macerie non sotterreranno solo coloro che sono in fuga, ma colpiranno chiunque.
Molti analisti e politici si prodigano nel condannare le azioni dell’estrema destra e rimangono silenti sulle violenze costanti contro i migranti fatte dalla polizia, decontestualizzando gli episodi di matrice xenofoba da quello che accade attorno. Ma sono davvero sicuri che l’uso della forza dei governi, l’innalzamento di barriere e filo spinato contro i migranti non stia legittimando le azioni xenofobe e non consegnino poi il consenso alle politiche populiste? Muoversi su questo terreno scivoloso e sconnesso non potrà mai portare a qualcosa di buono.
Che differenza c’è, allora, tra i lacrimogeni sparati dai corpi speciali francesi e quelli della polizia macedone, e prima ancora da quelli sparati dalle forze armate ungheresi? Che differenze possiamo notare tra questi atti di guerra e le azioni incendiarie contro i centri di accoglienza in mezza Europa?

Queste domande andrebbero poste immediatamente e con decisione a qualsiasi forza politica che si definisca democratica. Se di fronte a questi interrogativi ogni governo socialdemocratico cercherà abilmente di sottrarsi, giustificando tali scelte con l’imprevedibilità dei fenomeni migratori o la difficoltà nel gestire i flussi, oppure ammettendo – ma non lo farà mai - che è costretto ad agire in questo modo per non perdere consenso a discapito delle destre europee, varrebbe la pena di sbattergli in faccia cosa stanno provocando. Ma non si accorgono che il rinunciare alla comprensione culturale dei cambiamenti in atto, e nel contempo omettere le condizioni e le molte verità che stanno spingendo le persone a raggiungere il continente, non faranno che il gioco di consegnare l’Europa alla peggiore destra? La sociologa Saskia Sassen, in un articolo pubblicato su Openmigration ha definito “ le politiche esistenti non attrezzate per affrontare i nuovi tipi di condizioni che producono masse di sfollati, né le relative conseguenze ”.

Se la politica rinuncia a trovare soluzioni praticabili mantenendo intatti i diritti, costruendo sistemi di protezione (come i canali umanitari) ed accoglienza efficienti, se non si riaprono il prima possibile i confini governando con intelligenza e lungimiranza le trasformazioni in atto, il presente non potrà che essere pervaso dalla riproposizione in forme nuove del passato, mantenendo intatta tutta l’ideologia di segregazione e morte che l’ha contraddistinto.
La non soluzione prospettata ai migranti di Calais, ovvero quella di demolire la bidonville e disperderli, come hanno denunciato oltre 260 associazioni e personalità francesi, sostituisce i bulldozer e le ruspe alla politica. La non soluzione di bloccare i migranti in Grecia e trasformare quello Stato in un’enorme gabbia e nella vittima sacrificabile dell’inadeguatezza della governance europea, oltre a non essere accettabile, è impraticabile e produrrà un livello costante di tensione e tentativi di forzare il blocco al confine con la Macedonia. Questo tipo di approcci sono gli stessi che adotterebbero la Le Pen o il Salvini di turno.

Ma torniamo all’inizio di questa riflessione, alla straordinaria potenza evocativa delle immagini che, in questo ultimo anno, hanno accompagnato le tragedie e le ribellioni dei migranti passo dopo passo, riuscendo nell’intento di bucare lo schermo e catturare l’attenzione, là dove le parole non sempre riescono o non sono sufficienti. Quelle fotografie non mostrano solo le scie della tragedia umanitaria, ma anche gli atti di resistenza e di insubordinazione al regime dei confini e all’esclusione forzata. In altri momenti della storia quelle stesse immagini avrebbero riscaldato i cuori e le coscienze dando il via a movimentazioni sociali di massa. In questa fase ciò avviene solo in alcuni momenti (il #safepassage del 27 febbraio e il 1 marzo ne sono un prova), ma non riesce ancora a massificarsi nei numeri e dare un segnale forte che riequilibri la bilancia nel verso giusto, quello della giustizia sociale e della dignità umana.
Ora, abbiamo bisogno di una mobilitazione sociale reattiva e ampia che sappia custodire quelle immagini prima che siano destinate a perdersi e col tempo sbiadire: per questo il 3 aprile andare sul confine tra Italia e Austria può essere un momento dove assieme al giubbotto di salvataggio, uno dei simboli più forti di queste migrazioni, portiamo quelle immagini. Diciamo a tutti che non è solo una questione di solidarietà, ma ne va della stessa idea di società europea che vogliamo costruire ed abitare.