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Racconti di uno sgombero: quello che ho vissuto dentro il campo di Idomeni

di Tommasso Gandini, staffetta #overthefortress

27 maggio 2016

Il 23 maggio segnava per me esattamente un mese di vita al campo di Idomeni. Tranne che per pochi giorni, sono rimasto sempre al campo insieme ai suoi abitanti, dormendo in una tenda che si era trasformata in casa mia. Ma quel giorno ho avuto ben poco tempo per festeggiare. I media locali e internazionali davano per certo l’inizio dello sgombero il giorno successivo. Sia tra i migranti che tra i volontari c’era molta agitazione, si temeva sopratutto l’uso della violenza e dei lacrimogeni da parte della polizia. Al campo in quel momento gli attivisti di overthefortress erano tre: io, Beppe e Giovanni. Non potendo prevedere quasi nulla, ci siamo accordati in modo che il giorno dopo loro due avrebbero portato fuori da Idomeni ciò che avevamo di valore al campo, come la parabola satellitare del No Border Wi-fi. Io ho fin da subito deciso di rimanere quanto più possibile, per monitorare lo sgombero e soprattutto l’azione della polizia. Ovviamente sapevo che ciò poteva significare l’arresto, ma sono sempre stato convinto che la dove la legge abbandona l’etica, l’illegalità diventa un dovere. Avevamo molti dubbi perfino sul rimanere a dormire nella nostra tenda: ero sicuro che la polizia avrebbe cominciato rimuovendo i volontari indipendenti presenti al campo prima di evacuare i migranti, e temevo che avremmo trovato la polizia fuori dalla nostra tenda all’alba. Ciò è avvenuto prima di quanto credessi. Intorno all’una di notte ho notato che i nostri vicini, i Bomberos, un gruppo di volontari e attivisti che gestiva un ambulatorio medico nel campo, se ne stavano andando. Circa 25 persone con gli zaini in spalla. Avvicinandomi ho scoperto che un poliziotto in borghese li stava forzando ad abbondonare la zona, dichiarando che chiunque fosse stato trovato nel campo il giorno successivo sarebbe stato considerato illegale. Abbiamo quindi deciso che gli altri due attivisti avrebbero anticipato la rimozione del nostro materiale alle prime luci dell’alba, mentre io mi sono subito spostato in una zona molto isolata nel campo. Ho trovato una tenda vuota, e mi sono rivolto ai vicini per chiedere il permesso di utilizzarla. Mi è bastato dire ‘‘Mushkila, police!’’, ovvero problema polizia, per venire accolto immediatamente. Non solo mi hanno lasciato la tenda, ma mi hanno immediatamente offerto cibo, coperte e hanno riacceso il fuoco per farmi scaldare. Mi hanno fatto capire che potevo stare tranquillo, avrebbero sorvegliato la zona e mi avrebbero avvisato nel caso di pericolo. Ero poco meno che un completo sconosciuto per loro, ma non hanno esitato un secondo ad aiutarmi. Così è cominciata la mia prima notte nascosto al campo.

Il giorno seguente mi sono svegliato poco dopo l’alba, e ho cercato subito di mettermi in contatto con i miei amici siriani al campo per capire cosa stesse succendendo. Mi sono mosso e nascosto da una famiglia vicino ai binari e ho subito capito la gravità della situazione. Pur vedendoli solo da lontano e per poco, ho notato la presenza massicia di polizia e di forze dell’ordine che aveva già cominciato lo sgombero. Intimava alle persone di raccogliere le proprie cose e di salire sui pullman, senza dare nessuna altra informazione. Sembra che non appena una zona fosse stata svuotata una ruspa passasse a sradicare tutto ciò che vi si trovava. Allo stesso modo un nutrito gruppo di militari stava obbligando gli attivisti e i volontari dell’Idomeni Cultural Center a lasciare il campo. Questo luogo oltre a varie attività era la scuola più grande all’interno del campo. Aveva lezioni di arabo, curdo e farsi per bambini, tenuti da insegnanti migranti, e lezioni di inglese e tedesco per adulti. Dopo poche ore tutti gli internazionali erano stati costretti a lasciare il campo, anche nelle altre zone. La presenza così massiccia della polizia era inizialmente relativa solo ad una parte del campo: l’entrata ufficiale, la zona tra il paesino di Idomeni e la ferrovia. Ricordo che il passaggio dei treni era stato bloccato per protesta da più di due mesi dai migranti, che letteralmente ci vivevano sopra, con tende e strutture. Questo blocco aveva un ruolo chiave nello sgombero: da un lato il Governo greco chiaramente voleva far ripartire il treno il prima possibile, dall’altro i migranti che risiedevano lì forse sarebbero stati quelli più inclini a fare resistenza. Per tutta la prima giornata non mi sono stati segnalati episodi di violenza da parte della polizia nè tentativi di resistenza da parte dei migranti. La stanchezza di mesi di vita al campo, la perdita della speranza di vedere il confine riaperto e la presenza in numero elevatissimo di polizia aveva scoraggiato chiunque.

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foto di Antonio Nicolini

Amici, fratelli e sorelle, madri e padri

Scrivo con molta difficoltà queste righe, ma credo siano importanti e voglio sperare aiutino a capire cosa è successo a Idomeni e come lo hanno subito le persone. Infatti durante la prima fase dello sgombero, essendo la presenza della polizia in tutto il campo ancora molto scarsa, ho avuto il tempo di passare da tutti i conoscenti più stretti che erano rimasti al campo. Una donna, mai vista prima, mi ha regalato una khefia per nascondermi i capelli, in modo da essere scambiato, da uno sguardo non troppo attento, per un migrante. Così bardato ho fatti i saluti, che ancora spero non siano stati addii. Non avevo molto tempo, sapevo che la polizia stava cominciando a girare per il campo, ma anche che era solo una questione di ore prima che i miei amici salissero sui pullman. Voglio ricordare in particolare due di queste famiglie, che mi sono state particolarmente vicino durante la mia vita al campo. Non sono che una piccola parte delle decine di persone che ho conosciuto e con cui ho condiviso esperienze incredibili, ma spero bastino a rendere cos’è stato quel giorno per tutti noi.
La prima è la famiglia che viveva nella tenda accanto alla nostra. Ed è per questo che per noi sono sempre stati il Vicino e la Vicina. Questa coppia di curdi, scappata dalla Siria, aveva tre figli uno più bello ed educato dell’altro. Eveline, una bambina di circa 10 anni, Amanda di circa 7 anni, e il più piccolo, Rohan, di appena 3 anni. Ci sono sempre stati accanto e ci hanno aiutato ogni volta che potevano. Non appena la nostra tenda richiedeva manutenzione, per via della pioggia o del vento, non facevamo in tempo ad estrarre la pala o il piccone che il nostro vicino ce li strappava di mano e lavorava al posto nostro, con una velocità impressionante. La piccola Eveline era l’unica della famiglia a parlare un po’ di inglese, e per questo riusciva a darci piccole lezioni di arabo. Molti di noi si sono fermati nella loro tenda a prendere appunti da questa piccola ma precisa insegnante. Il padre ne approffitava per imparare l’inglese: nonostante la situazione tragica in cui era bloccato non si è mai perso d’animo. Prendeva appunti, ci chiedeva la pronuncia delle parole e le ripeteva più volte fra sè e sè. Con quanta soddisfazione si rivolgeva a noi dicendo ‘‘Good morning!’’ oppure ‘‘How are you? Fine?’’! Faceva dei progressi ogni giorno. Sua moglie invece era quella che maggiormente subiva quella vita. Era spesso visibilmente depressa, più volte è svenuta e i medici hanno detto a causa di crisi d’ansia o di panico. Eppure ogni volta che ci vedeva dopo una breve assenza aveva un sorriso enorme. Insisteva sempre perchè ci fermassimo a cena, e cucinava e condivideva tutto con noi. Si scusava più volte quando in tavola mancavano cose come il pane o il sale. Ci siamo sempre adoperati per procuragli quello che le mancava, nonostante loro non ci chiedessero mai nulla e dovessimo ogni volta insistere perchè accettasero doni da parte nostra. Il padre cercava sempre di convicermi a fermarmi un po’ con lui, tanto che una volta mi ha quasi costretto a dipingergli un aquilone, fabbricato da lui stesso con gli avanzi delle tende per i suoi bambini, con la scritta ‘‘Viva Rojava, Good morning Kurdistan’’. Io di solito non avevo tempo per fermarmi, ma ricordo una giornata particolare: lo avevo evitato così tanto che aveva cominciato a prendermi in giro chiamandomi ‘‘Shufek baden’’, ossia ci vediamo dopo, quello che dicevo sempre a loro anche se poi non riuscivo a farmi rivedere. La sera stessa mi ha portato una pentola piena di fagioli al pomodoro, me li ha lasciati ordinandomi di mangiare, e poi se n’è andato. Rimpiango di non aver passato più tempo con lui. A caratteri ben visibili sulla sua tenda aveva scritto: ‘‘Thank you Italy’’.
La seconda è la famiglia di Alì e Lina, per noi tutti Mama e Baba. Letteralmente mamma e papà. E come figli ci hanno sempre trattato. Abbiamo conosciuto Baba quando abbiamo cominciato a costruire le strutture in legno per le docce: lui in Siria era un muratore o qualcosa del genere, e di case intere ne aveva costruite parecchie. Si avvicinava con il suo bastone, ci guardava un po’ storto facendoci capire che non era per nulla d’accordo con quello che stavamo facendo, poi lentamente appoggiava il bastone e cominciava a lavorare. Non solo lavorava, ma dirigeva i lavori. Probabilmente non avremmo mai avuto delle strutture così solide senza di lui. Non parlava una parola sola di inglese, e sembrava nemmeno di arabo. Mugugnava e indicava a tutti cosa fare attraverso i gesti, usando la parola ‘‘Baba’’ per qualsiasi cosa. Da qui il suo soprannome. Nessuno si poteva permettere di contraddirlo, e finchè non lo sentivi dire ‘‘Tamam’’, cioè tutto bene, non riuscivi a capire se stavi sbagliando tutto oppure no. Non si è mai perso d’animo e passava spesso a vedere se ci serviva una mano. Ogni volta che stavamo lavorando e arrivava lui c’era una piccola festa, perchè sapevamo che potevamo stare tranquilli, con lui avremmo portato a termine qualsiasi cosa. Si era ovviamente prodigato anche per rendere la sua tenda più che confortevole: aveva costruito un tetto con delle coperte sotto il quale mangiare, un tavolo con del legno trovato in giro e tante altre piccole cose per rendere la loro permanenza più dignitosa possibile. Perfino degli oggetti ornamentali, senza funzione ma che potrebbe avere chiunque di noi nel proprio giardino. Aveva sempre detto che da lì non se ne sarebbe mai andato fino a che non avessero aperto il confine. Lui e sua moglie Lina hanno cinque figli: il più piccolo, soprannominato Babino, di 8 anni ma incredibilmente simile al padre, e Chayboy di 17 anni, chiamato così perchè passava le sue giornate ad aiutare alla Chay tent, che distribuiva gratis the caldo a tutti. Non aveva mai studiato inglese, ma dopo due mesi al campo era diventato davvero bravo a forza di stare con gli internazionali, tanto da riuscire a fare vere e proprie conversazioni. La più dolce di tutti era Mama: era impossibile passare a salutarla senza doversi fermare a mangiare qualcosa. Anche quando dovevi correre lei ti lasciava almeno un frutto da portarti dietro. E ovviamente coglieva sempre l’occasione di invitare tutti a cena. Abbiamo più volte dovuto rifiutare, colti dal senso di colpa di essere invitati praticamente ogni giorno tanto da avere la sensazione di toglierli il cibo. Cucinava ogni volta qualcosa di diverso e di straordinariamente buono, sopratutto per le condizioni in cui cucinava. Dai falafel agli involtini di vite, dalla pasta alla zuppa di latte. Ogni volta in quantità tali che pur essendo tutti sazi avanzava sempre qualcosa. Sopratutto alla fine della nostra permanza ci chiamava habibi, amore mio, e baby, l’unica parola o quasi che conosceva in inglese. Più di una volta ci ha fatto capire con i gesti e in arabo, che nel frattempo tutti abbiamo imparato almeno un po’, che finchè c’eravamo noi loro stavano bene. Finchè li andavamo a trovare e stavamo insieme loro erano felici, e non desideravano nient’altro. Baba nel frattempo annuiva e si batteva il petto. Mi hanno nascosto a lungo dalla polizia senza esitazione, e quando abbiamo dovuto salutarci abbiamo pianto tutti quanti.
Loro vengono da Afrin, in Siria, e sono scappati quando l’ISIS ha imprigionato e minacciato Baba di morte poichè era curdo. Ci ha raccontanto della sua prigionia, da solo al buio, mentre piangeva convinto di essere vicino alla fine. E’ stato rilasciato ed è subito fuggito. Mama e Baba hanno tre figli grandi in Germania, tutti e tre con moglie e figli, ed è li che vogliono andare.
Tutti loro quel giorno sono stati deportati nei campi governativi, senza sapere cosa ne sarà del loro futuro.

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Idomeni - I migranti offrono un riparo e del cibo agli attivisti

I compagni

Fatti tutti saluti, mi sono ritirato nella tenda isolata nella quale avevo dormito. Continuavo a farmi dare informazioni e foto dello sgombero in corso dai vari amici siriani nel campo, non potendo rischiare di muovermi con la luce del sole. Ho scoperto con piacere che nelle tende vicino a dove mi ero rifugiato viveva Mohamed, un amico curdo che conoscevo bene. Lo avevamo incontrato quando abbiamo montato una doccia da campo vicino alla sua tenda, e da allora ci ha seguito spesso, sia per aiutarci che semplicemente per chiacchierare con noi. Durante alcune foto ha indossato la pettorina arancione di overthefortress, e da allora l’ha tenuta con sè. Per giorni e giorni la teneva sempre adosso. Ho scoperto così che uno dei due uomini che mi aveva aiutato la notte prima era suo zio. Ha fatto molte foto per me, mi ha nascosto e ha insistito perchè mi trasferissi nella sua tenda. Se fosse arrivata la polizia, io dovevo tacere e lui avrebbe detto in arabo che non c’erano internazionali nei paraggi. Scherzava dicendo perfino che se si fossero avvicinati lui avrebbe preso a pugni gli agenti. Più di una volta sono arrivati nella zona e io, avvertito per tempo, mi sono rifugiato nella loro tenda, anche se non sono mai stati davvero vicini. Lo sgombero proseguiva con una lentezza estenuante. Il grosso delle forze dell’ordine continuava ad essere nella prima parte del campo, ma i pullman arrivavano fino alla parte opposta, accompagnati solo da qualche poliziotto. La gente esausta li riempiva senza protestare. Nella notte sono stato raggiunto da Stefano, un attivista di overthefortress che era già stato per lungo tempo al campo di Idomeni e che era arrivato il giorno stesso dall’Italia. E’ entrato al campo da solo, usando il buio per non essere visto, attraversando campi e boschi pur di entrare. Ci siamo abbracciati e dopo una lunga conversazione ci siamo coricati insieme nella tenda di Mohamed.

La fuga

Fin dalle prime luci dell’alba lo sgombero continuava con le stesse estenuanti modalità. La polizia rimaneva per lo più sempre nella stessa zone, ma sempre più persone abbandonavano il campo. Già allora ne rimanevano pochissime rispetto a pochi giorni prima. Chi non era salito sui pullman si era diretto verso uno degli altri campo informali, all’Hotel Hara o all’Eko Station, dove ancora oggi si trovano molti migranti, rispettivamente qualche centinaia e circa un migliaio. Molti altri hanno tentato, mossi dalla disperazione, di superare il confine macedone. Alcuni ci avevano già provato numerose volte, altri si erano mossi in gruppi di venti persone, con tanto di anziani e figli piccoli. Le possibilità che qualcuno di loro ce l’abbia fatta sono pochissime. Intanto cominciavano ad arrivare le notizie sulle condizioni dei campi da chi era partito il giorno prima. Quasi tutte riportavano situazioni tremende e consigliavano di non salire sui pullman. Al campo non era possibile sapere esattamente dove erano diretti i pullman, si sapeva solamente che si era divisi per etnia: curdi con curdi, arabi con arabi e così via. Siamo rimasti nascosti, ricevendo solo brutte notizie. Nella tarda mattinata è arrivata la notizia che la ferrovia era stata sgomberata. Senza avere la possibilità di andare a vedere, senza che fossero fatti video o foto, semplicemente sgomberata. Ci hanno raccontato che uno squadrone di circa cinquanta poliziotti, con già le maschere antigas sul volto, avevano marciato sulla ferrovia obbligando tutti ad andarsene velocemente. Non hanno incontrato nessuna forma di resistenza. A quel punto abbiamo capito che era quasi finita, e che non ci sarebbero stati altri ostacoli nell’evacuazione del campo. Abbiamo scoperto poco dopo che dei piccoli gruppi di poliziotti in borghese, travestiti da migranti, stavano passando tenda per tenda cercando di stanare i pochi internazionali ancora presenti. Abbiamo quindi deciso di allontanarci ancora un po’, abbiamo salutato Mohamed e la sua famiglia, e ci siamo recati all’hangar. Una vecchia stazione per lo scarico di bestiame, nella quale si erano ovviamente posizionate molte tende, questa parte del campo era la più isolata e la più lontana dalla polizia. Lì abbiamo incontrato altri amici migranti, stupiti di vederci ancora lì. Ci chiedevano perchè non ce ne eravamo andati, ci mettevano in guardia sul fatto che la polizia ci stesse cercando. Abbiamo spiegato loro cosa ci spingeva a restare. Alcuni hanno capito, altri no, ma tutti ci hanno dimostrato il loro supporto e ci hanno nascosto. Potevamo stare tranquilli, lì eravamo al sicuro con loro che facevano la guardia per noi. Abbiamo incontrato così Thomas, un attivista spagnolo che ci avrebbe accompagnato fino alla fine del nostro viaggio. Era rimasto solo dopo che dei poliziotti in borghese erano piombati all’improvviso sul suo gruppo. Avevano portato via i suoi due compagni, mentre lui si era "salvato" fingendosi curdo. Aveva biascicato qualche parola in arabo, e tutti i migranti nei paraggi avevano cominciato a parlare velocemente alla polizia confermando che era un loro parente. Putroppo gli altri due avevano una carnagione troppo chiara per questo stratagemma.
Abbiamo passato qualche ora nascosti insieme in tenda, scambiandoci informazioni e raccogliendone di nuove attraverso i nostri amici. Ad un certo punto però è scattato l’allarme. Ci hanno avvisati che la polizia stava arrivando in forze da più parti. Dovevamo muoverci e alla svelta. Ci siamo dati un’occhiata intorno e abbiamo visto le loro divise blu in lontananza. Abbiamo salutato in fretta e di corsa abbiamo lasciato la zona nella direzione opposta rispetto al campo. Stavamo lasciando Idomeni. Allontanandoci, pur con la polizia alle spalle, non abbiamo potuto non fermarci alla vista di ciò che ci stavamo lasciando dietro. Delle ruspe enormi stavano radendo al suolo le tende e tutto ciò che rimaneva del campo.

A quel punto allontanandoci ci siamo confrontati sulla via migliore per uscire a piedi senza incrociare la polizia, ma è stata una discussione molto breve. Abbiamo incrociato quasi subito una famiglia molto numerosa che stava scappando come noi. Due uomini, cinque donne e quasi una decina di bambini. Erano pieni di bagagli e di passeggini: alcuni con dei bambini e degli zaini, altri riempiti semplicemente di viveri e vettovaglie. Avevano perfino una carriola carica all’inverosimile. Una donna portava una figlia piccolissima in braccio. Abbiamo subito deciso di aiutarli. Io ho afferrato un passeggino con sopra una bambina di forse 5 anni, uno zaino e una tenda, Thomas un’altro passeggino pieno zeppo di materiale. Stefano ha voluto prendere la carriola, la più pesante che c’era.
E’ stato davvero faticoso, sopratutto perchè il terreno era sterrato, pieno di dossi e di pozzanghere dove le ruote si incastravano. Abbiamo avuto tutti seri dubbi su come avrebbero fatto a portare tutte quelle cose senza di noi. Abbiamo avanzato lentamente fino alla strada, dove sono cominciati i problemi. Il loro piano era immettersi sulla carreggiata e avanzare direttamente verso il bloco della polizia, a poche centinaia di metri da noi. Continuavano tutti a urlarci di stare tranquilli, che dovevamo stare zitti a testa bassa e loro avrebbero detto che eravamo arabi. Mentre gli aiutavamo a scavalcare il guardrail con tutti i loro passeggini parlavamo freneticamente fra di noi per capire cosa fare. Avevamo quasi finito questa operazione, quando alle nostre spalle è comparso Mohamed e la sua famiglia. Subito anche lui ha cominciato a dirci che non c’erano problemi, dovevamo tacere e loro avrebbero detto che eravamo con loro. Questa volta però saremmo passati per curdi. Ci eravamo già incamminati verso la polizia con questa carovana numerosa, quando abbiamo deciso che non ce l’avremmo fatta. Siamo scattati dalla parte opposta della strada, abbiamo saltato il guardrail, un fosso e del filo spinato per tornare a nasconderci nei campi. Eravamo sicuri che la polizia ci avesse visto. Come se non bastasse, un elicottero volava avanti e indietro sopra la zona e delle macchine della polizia passavano per i campi. Siamo rimasti nascosti per un po’ sotto degli alberi e poi, dopo un tempo interminabile di cammino, allungando sempre la strada pur di rimanere coperti dal bosco o dall’erba alta, siamo finalmente arrivati ad un paesino chiamato Dogani. Lì siamo stati reecuperati da un amico in macchina, ed è finita la nostra avventura.

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Conclusioni

E’ molto difficile concludere questo racconto. La tragedia umana e politica che si sta consumando in questi giorni in Europa lascia davvero colpito anche chi come me non si è mai stancato di combattere. Mentre a Idomeni si consuma la più grande deportazione in territorio europeo degli ultimi decenni, nelle isole greche continuano le deportazioni verso la Turchia. L’Unione Europea continua a fare patti con il dittatore Erdogan che nel frattempo continua sia la sua guerra civile contro il popolo curdo, sia il suo appoggio sempre più palese a Daesh. Ma ciò che più ferisce è la reazione, o meglio la non reazione, delle persone e dei movimenti in Europa. In tanti, tantissimi si sono mossi in questi mesi verso Idomeni per portare il loro supporto ai migranti bloccati in quel limbo, ma ancora non c’è stata una risposta vera e decisa nel vecchio continente per condannare tutto questo. Un silenzio che ogni giorno di più si fa sempre più assordante. Un silenzio che ferisce nel profondo mentre si pensa a tutte le vittime di questo scempio. E queste vittime hanno dei nomi e dei volti. Sono mamme e papà, nonni e nonne, figli e figlie che scappano da una guerra, che cercano di rivedere i propri cari, o che semplicemente cercano una vita dignitosa in quest’Europa che continua a vantarsi di essere piena di diritti, rifiutandosi poi di applicarli. Deportazioni, respingimenti e morti in mare sono ormai all’ordine del giorno, sono ormai una tragica realtà che stiamo imparando ad accettare.
Ma proprio per tutte le vittime di queste politiche scellerate, non possiamo permetterci di fermarci. Non possiamo permetterci di rientrare nella zona grigia di chi fa dell’ignavia il proprio scudo di fronte a queste tragedie.
Come overthefortress continueremo ad essere presenti in Grecia, in Italia e non solo, e continueremo a fare ogni cosa in nostro potere per supportare queste persone e per portare alla luce gli orrori che si consumano dentro e fuori i nostri confini. Continueremo a lottare in direzione ostinata e contraria, oltre questa maledetta Fortezza Europa.