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Rifugiati in Grecia: "Qui viviamo in una prigione"

Patrick Strickland, Aljazeera - 16 luglio 2016

23 luglio 2016

- Link all’articolo originale

Alcuni rifugiati alloggiati in un hotel abbandonato denunciano l’inerzia delle procedure greche di registrazione delle domande di asilo e le precarie condizioni di vita.

Termopili, Grecia - Akram al-Majidi solleva il braccio sinistro, mostrando la pelle deturpata a causa delle gravi ustioni riportate a seguito dell’esplosione di un’autobomba davanti al suo negozio, a Baghdad, nel 2008.
La pelle, un tempo all’esterno del suo avambraccio, è stata spinta verso il lato opposto, lasciando solo un sottile strato di pelle carbonizzata a coprire il radio.

Akram, 34 anni, dice che la sua vita era semplice in Iraq. Era proprietario di una panetteria e si occupava di preparare torte per matrimoni, compleanni ed altre occasioni.

Sono mancino. Per cui scrivevo, mangiavo, preparavo i dolci - tutto con la mia mano sinistra”, dichiara Akram dalla piccola stanza occupata dalla sua famiglia in un hotel abbandonato e in bancarotta, ora convertito in un campo rifugiati che alloggia centinaia di persone alle Termopili, nella Grecia centrale.

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Akram al-Majidi è stato ferito nell’ambito di un attentato mirato al suo negozio a Baghdad. [Nick Paleologos/SOOC/Al Jazeera]

Dopo aver ricevuto varie minacce di morte da parte del gruppo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL, anche conosciuto come ISIS) in precedenza, quest’anno, Akram ha deciso di fare i bagagli e fuggire in Europa insieme alla sua famiglia. Quattro mesi fa, la famiglia al-Majidi è arrivata all’Hotel Aigli, un resort termale abbandonato.

Sebbene essi avessero presentato una richiesta al fine di essere inseriti in un programma di ricollocazione, e quindi al fine di ottenere asilo in un paese diverso dell’Europa occidentale, le procedure relative sono andate avanti a rilento e da mesi la famiglia non riceve notizie da parte delle Nazioni Unite.

La zona delle Termopili, grazie alla sua posizione che la vede circondata da ampie superfici montuose, è tuttora una meta turistica, apprezzata in egual misura tanto dai locali quanto dai turisti. Una coppia tedesca nuota nel ruscello sul bordo dei giardini dell’hotel. Due bambini siriani nuotano poco lontano, ridendo e tuffandosi dall’alto di una piccola rupe.

Eppure, nell’hotel, molti dei residenti si lamentano delle condizioni precarie di vita, del sovraffollamento, del cibo inadeguato e del limitato accesso ai servizi sanitari.

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Le fonti termali vicino all’hotel rimangono una meta turistica apprezzata dai greci e dai turisti stranieri. [Nick Paleologos/SOOC/Al Jazeera]

L’odore deciso dello zolfo permea le stanze del vecchio hotel, situato a circa quindici chilometri dalla città più vicina. La posizione stessa dell’hotel presenta difficoltà per i richiedenti asilo, la maggior parte dei quali è priva di risorse finanziare dopo i mesi trascorsi nel campo, e non può pertanto permettersi il biglietto dell’autobus o una corsa di taxi fino in città.

Bloccati in Grecia

Akram vive con la moglie e quattro figli in una camera dell’hotel.

Afferma che in Iraq, alcuni gruppi armati locali, poi diventati fedeli all’ISIL, lo avevano preso di mira personalmente nell’attacco.

Akram mostra quindi alcune foto della sua vecchia casa nella capitale irachena. In alcuni graffiti scarabocchiati sui muri con bombolette spray si legge: “Lo Stato Islamico [ISIL] rimarrà” e “vogliamo sangue” (“blood wanted”).

Un’altra foto mostra il suo negozio di dolci incendiato a seguito dell’attentato, con grandi pennacchi di fumo che s’innalzano, e alcune automobili intorno, anch’esse date alle fiamme.

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La famiglia al-Majidi è fuggita dall’Iraq dopo aver subito minacce di morte dall’ISIL. [Nick Paleologos/SOOC/Al Jazeera]

Nonostante la famiglia al-Majidi sia riuscita ad attraversare il mediterraneo prima dell’accordo stipulato tra Unione Europea e Turchia per interrompere il flusso di richiedenti asilo diretti verso l’Europa Occidentale, essi si trovano ora bloccati in Grecia insieme ad altri 57,000 tra rifugiati e migranti, incapaci di proseguire nel loro viaggio.

In seguito all’accordo, i paesi dei Balcani hanno chiuso i confini a rifugiati e migranti.

In una recente visita medica, ad Akram è stato detto che il suo avambraccio ha ancora bisogno di cure mediche intensive.

Ma da allora sono passati quasi due mesi e non ho ricevuto alcun trattamento”, afferma Akram.

Avendo sofferto il dolore lancinante del danno neurologico e le convulsioni incessanti, spesso Akram non è in grado di dormire. “I dottori mi hanno dato soltanto antidolorifici. Il dolore è particolarmente difficile da sopportare durante la notte. Posso aspettare [di essere formalmente registrato], ma ho un immediato bisogno di cure”.

Sua moglie, Eman, che lavorava come insegnante a Baghdad, afferma che la famiglia ha lasciato il paese alla ricerca dei diritti umani.

Dimmi. Dove sono i diritti umani?

La lentezza delle procedure di registrazione

Asklipios, uno degli amministratori del campo, che non ha fornito il proprio cognome, afferma che i soggetti registrati alla fine di giugno di quest’anno sono 432, la maggior parte dei quali siriani. L’hotel ha 87 stanze, spiega Asklipios, e appartiene al comune locale.

Non ci sono dottori presenti stabilmente, ma tre infermiere prestano servizio giornalmente nel campo. “Le condizioni sono buone qui”, dice semplicemente, aggiungendo che le famiglie costituiscono la maggior parte dei residenti e quasi la metà di questi sono bambini.

A quanti sono arrivati in Grecia dopo l’accordo UE-Turchia, rimangono soltanto la possibilità di fare domanda di asilo in Grecia o il respingimento volontario in Turchia.

Come avviene in altri campi stabiliti nel paese, tuttavia, i residenti sono frustrati dalle lunghe attese per la registrazione della domanda di asilo e dalla vita in condizioni umanitarie difficoltose. Molte lamentele riguardano ancora il cibo fornito dall’esercito greco.

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Il governo greco ha affermato di stare cercando di velocizzare le procedure di registrazione delle domande di asilo. [Nick Paleologos/SOOC/Al Jazeera]

Il portavoce del governo greco, George Kiritsis, afferma che il governo intende “velocizzare” le procedure relative alle domande di asilo.

“Molte delle persone che vivono nelle isole e nella regione continentale della Grecia aspettano che la loro domanda venga esaminata”, racconta ad Al Jazeera, spiegando come il governo voglia nel frattempo migliorare le condizioni di vita dei rifugiati.

Eppure, il procedere pigro del governo ha suscitato varie critiche. La scorsa settimana, l’Ufficio Europeo di Sostegno per l’Asilo (EASO) ha infatti espresso preoccupazione per l’andamento lento del processo di registrazione.

‘Viviamo in una prigione’

Abdulsalem Yousef, che vive in una camera angusta con sua moglie e i loro sei figli piccoli, ha subito una ferita alla testa a causa di un frammento di granata a Homs, in Siria, prima di fuggire. Dalla Turchia, Yousef è salpato in un gommone affollato, arrivando in un’isola greca quattro mesi fa.

Mentre solleva il suo cappello per mostrare il bozzo dietro la sua nuca, Abdulsalem spiega che a causa dell’incidente soffre di mal di testa cronici e aspetta da settimane di ricevere cure mediche.

I medici mi hanno visitato una sola volta e soltanto per pochi minuti; mi hanno detto di assumere ibuprofene a intervalli di qualche ora”, racconta ad Al Jazeera.

Viviamo in una prigione qui perché nessuno ha abbastanza denaro e la città è troppo lontana”, aggiunge. “Se manchi l’orario di distribuzione del cibo, non ti rimane niente da mangiare”.

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L’esercito greco è responsabile della distribuzione del cibo in molti dei campi per rifugiati distribuiti nel paese. [Nick Paleologos/SOOC/Al Jazeera]

Un camion dell’esercito greco accosta, si arresta e fa inversione verso la tenda in cui viene distribuito il cibo. Alcune famiglie escono per ricevere le proprie razioni. Alcuni bambini implorano i soldati per avere un’altra porzione, senza successo.

Taref Zeno, che lavorava come elettricista ad Aleppo, solleva una piccola lattina di latte in polvere. “Questa dovrebbe durare a me e alla mia famiglia per tre giorni”. “Pensavamo che l’Europa fosse più umana di così”, racconta ad Al Jazeera.

La Turchia ci ha reso molto semplice fuggire, ma poi hanno stipulato un accordo che ci ha lasciati bloccati qui”.

‘Rifugiati nascosti’

Nasim Lomani, di 35 anni, membro dell’Iniziativa di Solidarietà ateniese per i Rifugiati Politici ed Economici, critica l’approccio politico greco, sostenendo che esso sia “basato sul tenere i rifugiati nascosti, [così che] non vengano visti in pubblico”.

Spiegando come la maggior parte dei campi per rifugiati sono collocati fuori dalla città, Nasim afferma: “Questo programma non si limita solo ad essere anti-rifugiati, date le condizioni orribili…Si basa anche su falsi presupposti perché è destinato molto presto al collasso”.

Un gruppo di uomini seduti su sedie a sdraio di plastica nella lobby dell’hotel discute guardando le notizie in un vecchio televisore. Alcuni bambini recitano l’alfabeto in inglese all’unisono in una zona d’attesa, convertita per l’occasione in una classe improvvisata.

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Alcuni abitanti del luogo si offrono volontari e fanno a turno ad insegnare ai bambini, dal momento che non ci sono lezioni organizzate formalmente nel campo. [Nick Paleologos/SOOC/Al Jazeera]

All’esterno alcune persone stendono il bucato fuori dai balconi, sotto il bruciante sole estivo. Un uomo anziano siede sulle scale cercando di ripararsi dalla luce del sole mentre cerca di leggere un libro.

Tornati nella sua camera, Akram mette in ordine mentre sua moglie rifà i letti a castello. Con tono solenne, afferma che lui e la sua famiglia non hanno altra scelta che continuare a vivere in Grecia per il momento.

La mia casa non esiste più. Il mio negozio non esiste più. La mia auto non esiste più. Non c’è più niente per me a Baghdad. Ed ora lì la situazione è anche peggiore di quella che c’era ai tempi dell’occupazione americana”, conclude.

Segui Patrick Strickland su Twitter: @P_Strickland_

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Gli amministratori del campo affermano che quasi la metà dei residenti sono bambini. [Nick Paleologos/SOOC/Al Jazeera]

Fonte: Al Jazeera