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Unlocking Detention: viaggio virtuale nel sistema di detenzione dei migranti inglese

#Unlocked16

8 settembre 2016

"Mia moglie mi ha detto: ’Se tu non parli del tempo che hai passato in detenzione, chi lo farà?’
Perché parlare? Ecco, Theresa May è il nuovo Primo Ministro.
Durante il suo incarico come Ministro degli Interni ha detenuto più persone di chiunque altro nella storia inglese.
Ha dipinto le persone in detenzione come criminali pericolosi.
Incoraggiare il razzismo verso i migranti è diventata la sua missione.
Se noi non controlliamo il racconto della detenzione, allora le persone come lei lo faranno. (...)
Come dice mia moglie: ’Se non lo fai tu, chi lo farà’?
 [1]

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Foto: Unlocking Detention

Ogni anno il Regno Unito detiene almeno 30.000 migranti. Gli ultimi dati ministeriali [2] relativi al periodo tra giugno 2015 e giugno 2016 parlano di 31.596 persone detenute, di cui 169 minori.
Dieci "Immigration Removal Centres", un centro pensato per la detenzione di famiglie e minori e numerosi centri di "detenzione a breve termine" sono la struttura portante su cui si regge la macchina della detenzione dei migranti nel paese che, secondo le ultime statistiche, tra giugno 2015 e 2016 ha inghiottito la vita di 231 persone per un periodo che va da 1 a 2 anni, mentre 42 sono invece i dannati che si trovano in detenzione da più di due anni.

Una macchina silenziosa che, lontano da sguardi indiscreti, inghiotte 30.000 vite all’anno e non sembra dare segnali di cedimento.

Il Regno Unito è l’unico paese in Europa in cui non e’ previsto un limite di tempo alla detenzione dei migranti. Nel 2015, il rapporto prodotto [3] da una apposita Commissione Parlamentare di Inchiesta sulla detenzione dei migranti nel paese ha sottolineato questa anomalia tutta inglese, proponendo un limite di 28 giorni alla detenzione, misura da applicare solo in condizioni straordinarie ed esclusivamente finalizzata al rimpatrio. Un suggerimento non certo nuovo, eppure totalmente ignorato dall’allora Ministro degli Interni Theresa May.

Nonostante una timida legislazione “scoraggi” la detenzione di categorie vulnerabili quali donne in stato di gravidanza, vittime di tratta, minori non accompagnati e vittime di tortura, le attività di monitoraggio condotte da ONG, attivisti e media rivelano una realtà desolante.

Nel 2014, nel centro di Yarl’s Wood, sono state detenute 99 donne in stato di gravidanza, alcune di loro per un periodo che ha raggiunto i sei mesi. Ad aprile di quest’anno, quando ancora era Ministro degli Interni, Theresa May ha annunciato l’introduzione di un "limite di tempo di 72 ore" per la detenzione di donne incinte, limite che può essere prorogato fino ad una settimana in caso di deportazione imminente.

A gennaio, la pubblicazione della Shaw Review [4], rapporto sulla situazione delle categorie vulnerabili soggette a detenzione (commissionato dal Ministero degli Interni all’ombudsman Stephen Shaw) ha acceso di nuovo i riflettori sulle criticità del sistema inglese.

In risposta al rapporto, il governo si è impegnato a introdurre nuove e più chiare regole che includano nella definizione di “categorie a rischio” le vittime di violenza sessuale, persone con problemi mentali e che soffrono di sindrome da stress post-traumatico, le donne incinte e gli anziani. La detenzione verrà quindi considerata ‘generalmente incompatibile’ con la condizione di vulnerabilità di tali categorie, salvo ovviamente in casi straordinari.

Come accendere i riflettori su un sistema che, nonostante le sue ordinarie atrocità, pare essere così radicato nella società inglese da apparire invincibile?
Come spiegare a chi vive a pochi passi da un centro di detenzione di cosa è fatta la quotidianità per chi si trova rinchiuso da un giorno all’altro senza sapere quanto durerà il suo supplizio?
Come rompere l’isolamento mediatico che circonda i centri di detenzione per migranti?

Da qualche anno il Detention Forum, coalizione formata da una trentina di NGO, associazioni e attivisti che in varie modalità si battono contro la detenzione dei migranti, ha lanciato “Unlocking Detention”.

L’idea è utilizzare i social networks (l’hashtag di riferimento quest’anno sarà #Unlocked16) per ‘aprire’ i Removal Centres - e tutte le strutture utilizzate dal governo per la detenzione dei migranti - al pubblico, raccontando ogni settimana la realtà di un centro diverso. Partendo dalle sue caratteristiche strutturali (utilizzando le poche immagini disponibili), ascoltando le voci di detenuti o ex detenuti, di attivisti e volontari che in vario modo cercano di rompere l’isolamento, ogni settimana Unlocking Detention accende i riflettori su un sistema opaco e largamente sconosciuto alla maggior parte della popolazione.
Si parla di detenzione, di come funziona, delle sue regole (quando esistono), di cosa significa visitare un amico o familiare in detenzione. Si pubblicizzano i numerosissimi rapporti esistenti su quasi ogni centro, prodotti sia dalla società civile che da specifici enti di monitoraggio.
Non si tratta però solo di diffondere informazioni: interagendo con l’utenza internet e spingendola a partecipare al tour con domande, pensieri e foto, si cerca di promuovere la consapevolezza che la detenzione dei migranti è un problema che affligge l’intera società, un fenomeno che ha un impatto devastante sulla quotidianità delle persone, che non colpisce solo i ‘migranti’, ‘gli altri’, ma compagni di studio, di lavoro, familiari e amici.
Unlocking Detention non parla esclusivamente a chi, migrante, attivista o volontario, già conosce la realtà della detenzione: ‘aprire’ i centri allo sguardo di tutti significa cercare di trasformare la percezione di un problema solitamente concepito come ‘di una minoranza’, in una questione di bruciante attualità per l’intera società.

“Che cosa pensi che ti mancherebbe di più, se dovessi essere detenuto senza un processo, senza limite di tempo?” è stato chiesto l’anno scorso ai followers della campagna, che hanno prontamente risposto inviando foto e testimonianze: “il mare”, “la mia famiglia”, “andare a prendere mia figlia a scuola”. Il riferimento al quotidiano stimola la partecipazione e spinge a porsi interrogativi sulla sensatezza di un sistema che annienta l’essere umano in nome della burocrazia.

Lungo questo viaggio virtuale, si raccolgono le testimonianze di chi è detenuto e di chi lo è stato, ogni settimana una sessione di Q&A permette al pubblico di confrontarsi con esperti nel settore e talvolta con i detenuti stessi, per conoscere, fare domande, capire meglio.
L’anno scorso, John ha scritto una lettera [5] a Colnbrook, il centro dove è stato detenuto per tre mesi e mezzo: “Ho visto un uomo di quasi ottant’anni camminare con un bastone. Ho visto un ragazzo che aveva appena subito un’operazione chirurgica importante lottare per prendere le sue medicine. C’era una vittima di tortura, ricoperta di cicatrici. Ho sentito persone urlare la notte, perché stavano diventando matte dentro Colnbrook. Qual e’ esattamente la vostra definizione di ‘vulnerabile’ se detenete questo tipo di persone? (...) Ho incontrato molte persone che avevano ormai perso la speranza perché non sapevano quando sarebbero state rilasciate. E’ per questo che non c’e’ un limite di tempo alla detenzione? Perché cosi le persone si arrendono?(...) Addio, Colnbrook. Spero di poter rimuovere il tuo orrore dalla mia memoria. Spero che non ci incontreremo mai più.

Quest’anno #Unlocked16 comincerà il 10 Ottobre e si concluderà il 18 Dicembre. Sarà possibile seguire e partecipare al tour virtuale del sistema di detenzione dei migranti inglese seguendo il profilo Twitter del Detention Forum (https://twitter.com/DetentionForum), e quelli Facebook [6] e instagram (@unlockingdetention) specificamente dedicati alla campagna.
Il blog http://unlocked.org.uk/blog raccoglierà le testimonianze, gli interventi e le interviste che verranno diffuse durante la campagna.

Il pezzo [7] che l’anno scorso ha concluso Unlocking Detention, scritto da Lisa Matthews di Right to Remain [8] (membro del Detention Forum), sottolinea come lo spirito del tour sia stato fondato sul contrasto: la luce contro l’ombra, “la tensione tra la bruttezza della detenzione e la bellezza del mondo esterno; la dignità di chi è detenuto e di coloro che supportano le persone detenuto contro le indecorose politiche governative, l’inumanità del sistema contro la viscerale umanità di coloro che hanno condiviso la loro esperienza durante Unlocking Detention.”

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Anche quest’anno, in un Paese in cui forse più’ che mai la questione immigrazione viene propagandata come mera questione di sicurezza ed ordine pubblico, spogliata da tutte le sue implicazioni squisitamente umane, proporre un ‘racconto della detenzione’ alternativo è urgente e necessario.

Galadriel Ravelli