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Calais - Catastrofe umanitaria e fallimento politico

13 settembre 2016

Il governo francese "prosegue con grande determinazione" l’opera di distruzione dei luoghi, a Calais come a Parigi, dove la popolazione migrante si installa oppure transita per periodi più o meno lunghi dopo aver raggiunto il territorio europeo

L’ultimo degli annunci del ministro dell’Interno, il 2 settembre, rassicura i commercianti e i trasportatori di Calais sull’intenzione di sgomberare anche la parte del campo rimasta, con rinnovate promesse a trovare posti, mai sufficienti, nei vari centri e strutture che si sono moltiplicati drenando i finanziamenti per alloggiare gli abitanti della bidonville.
Il ministro Cazeneuve ha dato il via all’operazione con un ricorso in appello al Consiglio di Stato per imporre la chiusura delle attività commerciali considerate "illegali" (ristoranti, rivendite alimentari, rimesse e riparazioni, barbiere e parrucchiere, ecc.) auto-gestite dagli abitanti della ’jungle’. Queste attività forniscono i servizi collettivi essenziali all’agglomerato cittadino [1] creatosi a partire dall’evacuazione nel 2015 nel centro urbano di Calais.

Il 5 settembre, in occasione della mobilitazione del "Grand rassemblement" dei cittadini di Calais, sostenuta e appoggiata dall’estrema destra, contro "la pressione migratoria" e per "dire stop all’insicurezza", qualche centinaio di persone (tra i quali rappresentanti delle imprese di trasporto e dei commercianti, del sindacato FO della polizia, e persino della CGT dei dockers) con qualche decina di mezzi, camion e trattori avevano bloccato l’autostrada che porta al tunnel sotto la Manica. Tra le incongruità di questa mobilitazione bisogna dire che il sindacato dei padroni di imprese di trasporti sono i primi a utilizzare mano d’opera straniera sottopagata.
D’altra parte, invalidare gli accordi franco-britannici di Touquet [2] che prevedono la gestione della frontiera britannica in Francia in cambio di una quota di partecipazione miliardaria, è uno degli argomenti elettorali del candidato Sarkozy che nel 2003, come ministro dell’Interno, aveva firmato quegli stessi accordi che oggi denuncia.

Un vero problema di sicurezza esiste, prioritariamente per i migranti che rischiano la vita nel tentativo di salire sui mezzi di trasporto che attraversano il tunnel: 4 morti nel solo mese di luglio a Calais. In media, muore una persona alla settimana dal 2014, includendo Parigi e Gare du Nord da dove partono i treni. Anche gli autisti rischiano regolarmente incidenti stradali sul percorso, oppure di essere perseguiti come "passeurs".

L’inerzia, come la volontà da parte politica di lasciare andare la situazione alla deriva per speculare politicamente sulla tensione che si crea, finisce per provocare l’esasperazione generale, ma prima ancora mette i migranti e i rifugiati in situazioni di grande pericolo. Le aggressioni agli abitanti della bidonville da parte delle milizie cittadine che "amano Calais" sono frequenti, ma soprattutto c’è un dato inequivocabile: il 50% della popolazione carceraria nella regione (prigione di Dunkerque) è composta da migranti.

La vita nella ’jungle’ di Calais è insostenibile. Il campo non è mai stato così saturo. Lo smantellamento forzato della parte Sud lo scorso febbraio per fare posto ai container del CAP (il Centro di accoglienza provvisoria, un’area chiusa e sorvegliata, controllata amministrativamente e giuridicamente dallo Stato), ha costretto migliaia di rifugiati e di migranti a spostarsi nella metà campo rimasta, a Nord. Ci sono continui arrivi da Menton-Ventimiglia, nonché andate e ritorno da e verso Parigi.
Da febbraio poi non è più possibile costruire capanne o ripari più solidi e resistenti alle intemperie perché la Polizia vieta e impedisce di portare materiali necessari all’interno della ’jungle’, quindi chi arriva deve accontentarsi del minimo spazio disponibile, interstizio o posto che capita. Il Centro Jules Ferry in prossimità della bidonville ospita circa 300-400 donne con figli e una volta al giorno distribuisce solo la metà dei pasti realmente necessari dopo interminabili code e litigi.

Tutti i governi, francesi, inglesi ed europei, dovrebbero vergognarsi di fronte ai diecimila abitanti della bidonville di Calais. Tra questi ci sono almeno 900 minorenni che ci vivono senza genitori o famigliari.
Nonostante "gli impegni presi" dalle autorità francesi e britanniche, i procedimenti legali per il ricongiungimento famigliare restano molto complessi e scarsamente operativi.
Secondo l’ultimo censimento ci sono 861 minori isolati [3], di cui 627 abbandonati a sé stessi [4].
Médecins sans Frontières ha aperto all’inizio dell’estate il Baloo’s Youth Centre con un gruppo di 6 persone (un coordinatore, un giurista, un traduttore, un educatore specializzato e uno psicologo) che accoglie dal lunedi al venerdi dai 50 a 100 ragazzi tra i 14 e 18 anni ogni giorno, ma ci sono anche bambini, serve pasti caldi e propone corsi di lingua.
Nonostante le enormi difficoltà e la fatica per arrivare a Calais, la perdita dei riferimenti e i traumi vissuti dal Sahara alla Libia, poi nel Mediterraneo, o tra l’Iran e la Turchia, la maggior parte dei minori non rinuncia a raggiungere la costa inglese. Quelli che sono stati mandati dalla famiglia in ’avanscoperta’ si sentono responsabili nei confronti dei parenti rimasti al paese d’origine e la pressione subita è molto forte perché hanno un debito da rimborsare.

Un’inchiesta Unicef negli accampamenti del nord della Francia [5] dice che più giovani hanno pagato tra i 2700 e 10.000 euro per arrivare in Francia. Oggi, per via dei controlli della Polizia, percorrere gli ultimi km e attraversare la Manica significa sborsare tra i 5.000 e 7.000 euro. In attesa di accumulare la somma, i minori sopravvivono nella ’jungle’ per mesi rifiutando spesso il posto in un Centro a cui avrebbero diritto. Il lungo iter amministrativo viene comunemente considerato come una perdita di tempo. Inoltre, viene spesso contestato loro il fatto di essere minorenni. Durante il periodo di trattamento dei loro dossier che può durare dai 6 ai 18 mesi senza garanzia di poter raggiungere i famigliari in Inghilterra, non hanno accesso né all’accoglienza per i minorenni, né a quella per gli adulti. I casi di richiesta di asilo in Francia sono rari e la bidonville è il solo posto dove possono rimanere.

La densità della popolazione della ’jungle’ è spaventosa, inumana. I punti di erogazione dell’acqua sono sovraffollati e i servizi igienici sono drammaticamente insufficienti per il numero delle persone presenti. La promiscuità è tale che scoppiano risse e i regolamenti di conti finiscono per lasciare a terra altri feriti e morti (uno in agosto) oltre a quelli degli incidenti stradali nel tentativo di salire su qualche mezzo.
L’accampamento di Calais non è più solo anticamera di un passaggio dall’altra parte della Manica ma è ’campo d’attesa’ per chi chiede l’asilo in Francia, tra cui molti migranti che sono stati registrati in Italia e che secondo gli accordi di Dublino, sono in attesa di una decisione di respingimento in Italia.
Nel caso la decisione non applichi gli accordi - questa è stata la regola a Calais - i richiedenti asilo sono obbligati ad aspettare sei mesi prima di presentare la richiesta di asilo in Francia. Qualcuno postula per un Centro di Accoglienza e di Orientamento (CAO), ma la maggior parte vuole evitare di andarci perché molte altre prefetture sul territorio nazionale applicano gli accordi e i richiedenti asilo vengono respinti d’ufficio.

ll primo intervento per far perdere meno tempo ai migranti nonché alle amministrazioni e ai tribunali è quello di sospendere gli accordi di Dublino.
Purtroppo la piattaforma per i richiedenti asilo a Calais ha uno scopo: diventare altrettanto inefficiente di quelle nazionali e in particolare di quella di Parigi, metodo per dissuadere gli arrivi cosiddetti "di massa". Metodo anche per incrementare la popolazione di migranti e di rifugiati che viene abbandonata a sé stessa. Nei CAO attualmente non ci sono più di 2.000 posti in tutto, ne sono previsti altri 3.000 ma per ora si tratta solo di annunci.

A Parigi, tappa obbligata per i migranti diretti verso la Gran Bretagna, c’è in cantiere un campo per i rifugiati. Un "Centro di accoglienza" gestito da Emmaüs Solidarité nella zona di Porte de La Chapelle. Dopo un’estate ritmata da evacuazioni e distruzioni degli accampamenti di fortuna, la sindaca Anne Hidalgo ha riciclato la messa in scena delle scorse stagioni scaricando la responsabilità sulla sola Prefettura, osando perfino affermare che non è stata informata dal prefetto. Ha dichiarato che il Centro, che può ospitare dai 400 alle 600 persone, sarà pronto per fine settembre-inizio ottobre, come annunciato nella primavera 2015 al momento di quello che è stato considerato come il più grande esodo europeo dalla Seconda Guerra mondiale.
Il luogo scelto per installare la struttura "umanitaria" (accessibile con un lascia-passare nominativo e aperta fino a mezzanotte, composta di container suddivisi in camere per 4 persone con uno spazio-mensa collettivo dove preparare solo bevande calde e avere accesso wi-fi senza poter cucinare) è un deposito delle ferrovie francesi abbandonato in cui i rifugiati - uomini - potranno rimanere per una settimana, al massimo dieci giorni. Le donne e i bambini saranno indirizzati in un altro centro fuori Parigi, a Ivry. Se non ci sono posti, la prospettiva non può che essere di nuovo la strada. E se si tiene conto del fatto che ogni giorno arrivano a Parigi un centinaio di nuovi migranti, le decine di tendopoli che spuntano sfidando il moltiplicarsi di nuove barriere e recinzioni, continueranno ad essere l’unica soluzione per le migliaia di migranti che transitano in città.

Con il previsto smantellamento finale di Calais, Parigi dovrebbe diventare - secondo il governo - la soluzione ai problemi di Calais, mentre a Calais le figure politiche e amministrative locali e regionali invece lamentano il fatto che la soluzione ai problemi di accoglienza nella capitale è sempre stata la ’jungle’ vecchia e nuova di Calais.
E’ evidente che il prezzo pagato dalle decine di migliaia di rifugiati che in 15 anni sono passati o che sono presenti nel nord della Franci, è inversamente proporzionale all’investimento politico destinato all’accoglienza nel rispetto dei diritti dei migranti.
I miliardi spesi per costruire muri, doppie e triple barriere, per dotarsi di un imponente dispositivo di gestione securitaria (1 agente delle forze dell’ordine ogni 3 migranti) e di controllo della mobilità dei migranti e dei rifugiati interna ed esterna ai confini nazionali, corrispondono, nei fatti, all’investimento in una perenne campagna elettorale i cui soli beneficiari sono le figure dell’arco politico che hanno governato il paese negli ultimi vent’anni.

L’esistenza stessa della ’jungle’ denuncia l’intenzione di non cercare né di trovare alcuna vera e possibile soluzione: il motivo è quello di sfruttare le vite e le morti dei migranti nelle incessanti diatribe nonché continue campagne politiche regionali e nazionali alla ricerca di voti xenofobi.
La serie di "smantellamenti" del campo di Calais, parla di questa realtà.