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Contraddizioni e violazioni dei diritti nell’Hotspot di Pozzallo

Primo report dalla campagna Overthefortress nel sud d’Italia dalla provincia di Ragusa

2 novembre 2016

Con interviste a Giuseppe Cannella di Medici per i diritti umani (MEDU) e Lucia Borghi di Bordeline Sicilia.

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Fotografie: Valentina e Accio - Riprese video: Tommaso, Valentina e Jerry

Comincia il lavoro di indagine e monitoraggio indipendente della campagna overthefortress in provincia di Ragusa. Abbiamo scelto di partire dall’Hotspot di Pozzallo, dove dal 1 gennaio 2016 sono sbarcate 16.158 persone. Questa è la prima tappa italiana della rotta del Mediterraneo centrale, un viaggio per i migranti che però comincia molto più lontano, molto più a sud. Inizia dal Nord Africa, dall’Africa sub-sahariana, dal Corno d’Africa o anche dal Medio Oriente. Origini molto diverse che si congiungono in Libia, il Paese dal quale partono la quasi totalità dei migranti sbarcati sulle coste italiane.

Ex-CPA, centro di primissima accoglienza, la struttura nel porto pozzallese è ora uno dei 4 centri in Italia dove viene applicata la procedura Hotspot. Ricordiamo infatti che l’approccio Hotspot viene definito in una circolare del Ministero dell’Interno e non da una legge, e che la procedura inizia già in mare aperto. L’obiettivo principale è l’identificazione dei migranti, anche attraverso il rilevamento obbligatorio delle impronte digitali, e l’individuazione dei presunti scafisti. In teoria si tratta di strutture di transito, ma nella prassi stanno diventando luoghi di stallo senza alcuna normativa giuridica. Borderline Sicilia ha denunciato in più occasioni la violazioni dei diritti, tra cui la mancanza di diritti di informazione individuale e i provvedimenti di respingimento differito che di fatto precludono la possibilità dei migranti di richiedere la protezione internazionale.

Abbiamo chiesto a Lucia Borghi di Borderline Sicilia, un’organizzazione che da anni si occupa di monitoraggio nella regione, di spiegarci la situazione. L’impegno principale del governo è quello di individuare i presunti scafisti: le indagini iniziano sui barconi, dove perfino il primo soccorso passa in secondo piano. La prassi avviene in base a schemi orientativi, che prevedono l’arresto di due persone per ogni barcone, il quale viene poi sbandierato sui media per ricevere elogi dall’Ue per il lavoro svolto. Emergono diverse contraddizioni in questa procedura. I presunti scafisti riferiscono infatti di essere a loro volta vittime di tratta, e di aver seguito le istruzioni imparate poche ore prima dai veri trafficanti in Libia, in cambio di uno sconto sul prezzo del viaggio. Questo viene confermato anche dal fatto che molti provengono da paesi lontani dal mare e quindi con una totale mancanza di competenze nautiche. All’arrivo in porto, l’impegno del governo per garantire un accoglienza dignitosa è decisamente inferiore a quello usato nelle operazioni di polizia.

Le persone dovrebbero soggiornare nell’hotspot per un limite massimo di 48-72 ore prima di venir trasferite altrove. Questo in realtà non succede, e quasi tutti rimangono trattenuti per settimane. La motivazione ufficiale è che mancano posti nel sistema dell’accoglienza, specialmente per minori non accompagnati e casi vulnerabili. Questo crea il paradosso che proprio coloro che, per una condizione di conclamata fragilità, dovrebbero lasciare il centro per primi, sono coloro che vi rimangono per più tempo. Abbiamo incontrato quattro diversi minori per le strade del porto, e tutti ci hanno verbalmente dichiarato di essere sbarcati il 12 di settembre. Ai migranti è concesso di uscire dal centro dopo le prime 72 ore. E non per bontà: un tempo era vietata qualsiasi uscita, ma rinchiudere in un luogo sovraffollato delle persone per settimane creava inevitabilmente problemi e tensioni. E’ da sottolineare infatti che la capienza ufficiale del centro sarebbe di 180-200 persone, ma arriva ad ospitarne più di 600. La struttura è composta da due enormi stanzoni, quindi risulta impossibile separare donne da uomini, minori da adulti, come invece è previsto dalle diverse normative europee.

Ad entrare ancora di più nel merito della situazione delle persone intrappolate nell’hotspot è Giuseppe Cannella, medico psichiatra di MEDU (Medici per i diritti umani). Il suo punto di vista di medico è focalizzato in particolar modo sui traumi accumulati dai migranti prima, durante e dopo il viaggio in mare. Quasi tutti arrivano dalla Libia, che viene descritta come un vero e proprio inferno. I migranti riferiscono di rapimenti e violenze sistematiche nei loro confronti. Sia bande armate che poliziotti effettuano arresti arbitrari e chiedono un riscatto per far continuare il viaggio alla vittima. In queste carceri si viene torturati in diretta telefonica con qualche parente o amico, per estorcere il denaro. Chi non riesce ad avere i soldi viene obbligato a lavorare in condizioni disumane per ripagare il debito, o peggio.

Sottolineiamo che tutti subiscono il medesimo trattamento: uomini, donne e bambini. Portando con loro le ferite di queste violenze affrontano gli orrori del mare aperto. Giuseppe ci racconta che anche dopo il salvataggio, ritrovarsi di nuovo tra divise e armi in una relazione fortemente disumanizzante provoca nei migranti una vera e propria ritraumatizzazione. Questo atteggiamento continua anche sulle banchine del porto, dove i loro nomi vengono sostituiti con numeri e vengono gestiti come oggetti. Un esempio chiaro è quando, in uno stanzone affollato, viene urlato ai malati di scabbia di spostarsi di lato.

E’ difficile descrivere le sensazioni che proviamo nell’ascoltare questi racconti, affacciati sul mare che ne è teatro, a pochi passi dai barconi dissestati e dalle centinaia di giubbotti di salvataggio. Ci interroghiamo e ci confrontiamo sulle notizie apprese, resta molta confusione dopo aver ascoltato le voci giovani dei ragazzi africani che nonostante tutto ci rispondono: “i’m fine”. E’ difficile riassumere tutte le informazioni ottenute nei primi giorni del nostro viaggio, ma è chiaro che l’Hotspot di Pozzallo, e le condizioni inumane che offre, sono simbolo del fallimento dell’accoglienza italiana ed europea. Ed è anche perché questa non è l’integrazione in cui crediamo che andremo presto a conoscere e narrare degli esempi di accoglienza dal basso, virtuosa.