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Sfruttamento lavorativo e caporalato nelle campagne siciliane

Quarto report dalla campagna #overthefortress dal ghetto di Cassibile e dalle serre di Vittoria

10 novembre 2016

Interviste a: Giuseppe Scifo, Segretario Cgil di Ragusa; Andrea Gentile, operatore dell’accoglienza e collaboratore di MeriodoNews; Ausilia Cosentini, cooperativa Proxima; Zino Pitti, Ass. per i Diritti Umani di Vittoria.

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Continua il viaggio di OverTheFortress, la ciurma del nostro camper questa volta si è interessata ad un fenomeno tanto terribile quanto incredibilmente diffuso: lo sfruttamento lavorativo che spesso, ma non sempre, si intreccia al caporalato. Una piaga che, come documentato dai vari reportage di Meltingpot e dai rapporti pubblicati negli ultimi mesi, conta nel solo Mezzogiorno d’Italia, tra le 300 e le 500 mila persone.

Ci dirigiamo a Cassibile, un borgo di 6.000 abitanti nel comune di Siracusa. Tra alcuni cittadini gira la voce, ma la maggior parte ignora il ghetto presente a pochi chilometri di distanza. Imbocchiamo una stradina sterrata e poco dopo osserviamo alcune baracche arrangiate vicino ad un casolare abbandonato. Ci fermiamo e conosciamo Sharaf, il quale ci mostra il resto del ghetto. Lo chiamano Hotel Sudan per la provenienza dei suoi abitanti, oggi ne incontriamo una decina, ma durante l’estate sono più di 300 le persone che vivono qui. Sharaf ci mostra casa sua, una baracca molto piccola con un letto, un piccolo tavolino, un fornello a gas, qualche vestito e qualche stoviglia. L’Hotel Sudan è formato da un vecchio casolare diroccato, dove i braccianti hanno creato degli spazi comuni, una cucina e un salotto molto diversi da quelli di casa nostra, e da diverse piccole casette in lamiera, legno e teli di plastica. Sharaf dice che vive lì da 4 anni. Quando chiediamo quanto si prende a lavorare per circa 10 ore al giorno nelle campagne ci risponde "circa 5-6 euro all’ora". E’ molto difficile credergli. Sappiamo da altre fonti che c’è chi prende 30-35 euro al giorno, quindi poco più di 3 euro l’ora. Non sarebbe il primo a mentire sulle condizioni di lavoro nei campi, che sono protette da un velo di omertà molto pesante. Bisogna inoltre ricordare che il ruolo del caporale può essere svolto da italiani tanto quanto da stranieri. Queste figure ovviamente non hanno nessun interesse nel denunciare le terribili condizioni di lavoro. Ma aver visto il ghetto di Cassibile, pur abitato solo da 10 persone, non lascia dubbi su quanto sia difficile la vita di queste persone.

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Cassibile

A Vittoria invece il lavoro bracciantile non è stagionale bensì stabile. La zona infatti è caratterizzata dalle coltivazioni nelle serre, quindi attive tutto l’anno. Ma non eravamo minimamente preparati a quello che ci aspettava. La vastità di questi campi è al limite dell’indistinguibile. Tetti curvi e bianchi in ogni direzione fin dove giunge la vista. Fino al mare, che si unisce senza uno stacco netto dopo tutto quell’oceano di bianco.

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Le serre di Vittoria

La zona di Vittoria è uno dei mercati ortofrutticoli più grandi d’Europa. Si producono principalmente pomodori, melanzane e peperoni. Giuseppe Scifo, segretario della CGIL di Ragusa, ci racconta la situazione che segue da molto tempo. Si calcolano circa 25.000 braccianti attivi nella provincia di Ragusa, di cui il 40% circa di origine straniera. Principalmente tunisini e rumeni. Qui infatti la manodopera est europea compete con quella africana nel lavoro bracciantile. Data la presenza di hotspot, CAS e CARA, negli ultimi anni vi è un incremento anche di persone provenienti dall’Africa sub-sahariana, le quali "aiutano" i proprietari nella lotta al ribasso della paga; non dovendo occuparsi del vitto e dell’alloggio essa arriva fino a tre euro l’ora. Per quanto lo sfruttamento lavorativo sia alle stelle, non è corretto parlare di caporalato in queste zone: non vi è infatti un’interposizione tra il bracciante e il proprietario dei campi, tipica della figura del caporale, ma sono le aziende stesse a gestire i lavoratori, che sanno a chi rivolgersi autonomamente. Nulla considerato il lavoro: le temperature d’estate sono tremende dentro le serre, si resta piegati tutto il tempo, fino a 10-11 ore al giorno. Chi non vive nei centri d’accoglienza vive spesso in prossimità delle serre, in vecchi casolari. Ci è riportato il caso della comunità rumena, che per circa il 60% è composta da donne. In particolare Ausilia Cosentini della cooperativa Proxima ci parla della loro vita durissima. Esse non solo vengono sfruttate nei campi, ma vengono anche abusate sessualmente all’interno di questi casolari.
Zino Pitti dell’Ass. per i Diritti Umani ci ricorda inoltre che negli ospedali è altissima la presenza di medici obiettori: questi costringono molte donne che vorrebbero abortire a dover tornare a casa, o a doversi rivolgere a dei medici privati in cambio di ingenti somme di denaro. Talvolta questi medici che lavorano in privato sono gli stessi che difendono pubblicamente l’obiezione di coscienza negli ospedali. E’ non è la solo violenza di cui sono vittime i migranti in questa zona. Più di una volta infatti dei migranti sono stati investiti durante il loro tragitto in bicicletta o a piedi, anche intenzionalmente. Di nuovo il lavoro d’inchiesta è molto difficile poiché c’è un grosso problema di omertà. Ma c’è chi si spende in questo senso giornalmente. Come Andrea Gentile, operatore dell’accoglienza, che ci racconta diverse storie molto toccanti sui suoi ospiti, che però rischierebbero molto ad esporsi pubblicamente.

Citando Giovanni, uno dei nostri accompagnatori a Cassibile, crediamo sia importante cominciare ad associare all’eccellenza del mercato ortofrutticolo italiano un altrettanto eccellente rispetto dei diritti dei lavoratori. Non è più accettabile che l’enorme ricchezza di queste campagne si basi sulla sofferenza di lavoratori stranieri e italiani.
La frutta e la verdura della Sicilia orientale finisce poi nei supermercati gestiti dalla Grande Distribuzione Organizzata che, di fatto, non ha mai attuato politiche di denuncia contro quello che oggi può essere tranquillamente definito il nuovo schiavismo del Ventunesimo secolo. Eppure, da anni, le associazioni che lavorano sul campo per "l’uscita dai ghetti" chiedono l’uso dell’etichetta narrante e una politica limpida e trasparente dell’intera filiera agricola. A tutta risposta la Camera dei Deputati, il 19 ottobre 2016, ha licenziato una nuova legge "contro" il caporalato (Ddl Martina-Orlando) particolarmente repressiva contro un fenomeno che non è l’unico "male" dello sfruttamento lavorativo.

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Le serre di Vittoria