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I non-luoghi della prima accoglienza a Messina

Settimo report multimediale della campagna Overthefortress

21 novembre 2016

Incontri e interviste con: Tania Poguish dell’associazione MigraLab A. Sayad; Antonio Mazzeo, giornalista; Nawal Soufi, attivista indipendente.

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Ultima tappa del nostro viaggio in Sicilia è la città di Messina.
Arriviamo nel primo pomeriggio alla sede Caritas di via Emilia dove ci accoglie Tania Poguish dell’associazione MigraLab A. Sayad che aveva organizzato un incontro per commemorare quattro vittime del mare provenienti dall’Eritrea. I loro nomi sono Samiel Woldeab, Habtom Abraham, Atobrahan Kansay e Metkel Mehari.

Alla Giornata della memoria e del riconoscimento, un momento di incontro e commemorazione affinché nessun migrante morto nel Mediterraneo rimanga “senza nome” erano presenti anche alcuni familiari delle vittime giunti a Messina da Germania, Svezia e nord Italia.
Conoscendo la delicata situazione dei richiedenti asilo eritrei abbiamo accolto la loro richiesta di non essere né fotografati né intervistati. Il regime eritreo considera la scelta di emigrare dal Paese come un reato, è una dittatura feroce, che arriva anche a minacciare e ricattare cittadini di origine eritrea che vivono in Europa, una volta individuati da agenti del regime.
Chi di loro ha ancora familiari che vivono in Eritrea corre il rischio che vengano arrestati, che subiscano violenze o torture. [1]
Durante questo incontro viene raccontato come vengono sepolti i corpi di chi muore nella traversata del Mar Mediterraneo.
Ci spiegano di quanti vengono sepolti senza nome, senza parenti, senza nessun rito religioso. Spesso succede che le salme, una volta sbarcate dalle navi di salvataggio, vengano lasciate per giorni in grandi stanzoni e poi sepolte nei cimiteri comunali. Vengono utilizzate bare molto economiche, spesso costruite con semplice truciolato di legno e capita persino di trovare più di un corpo all’interno della stessa bara.

All’incontro era presente anche Antonio Mazzeo, insegnante e giornalista indipendente, il quale il giorno seguente ci ha accompagnato in due Centri di Prima Accoglienza (CPA) messinesi.

Il primo che abbiamo visitato è il Pala Nebiolo, una tendopoli allestita nell’ottobre del 2013 in un ex campo da baseball. La vediamo dall’alto perché non ci è consentito l’accesso, ci sono circa una trentina di tende per 250 persone e un grande tendone usato come mensa.
Mazzeo ci riferisce che il campo è stato creato come luogo temporaneo per identificare e rilevare le impronte digitali ai migranti sbarcati al porto di Messina.
Secondo la legge, come per gli hotspot, il tempo massimo di permanenza previsto è di 72 ore. I migranti che incontriamo all’esterno della struttura, un senegalese e un gambiano, ci raccontano di essere lì da circa 3 mesi e che il cibo è sempre lo stesso; la qualità proviamo solo ad immaginarla pensando che l’ente gestore del campo, l’associazione ARCA di Trapani, ha vinto l’appalto per circa 24 euro al giorno a migrante [2].
Non hanno ricevuto nessuna informazione, né sul perché si trovino in questo campo, né su quali siano i loro diritti. L’assistenza legale è inesistente così come l’assistenza sanitaria e psicologica.
Antonio ci racconta che durante l’estate la temperatura raggiunge i 40 gradi e d’inverno ci si avvicina allo zero, l’unico vestiario fornito ai richiedenti asilo è quello consegnato all’arrivo: una tuta da ginnastica e delle ciabatte infradito. Quando piove il campo da baseball si allaga e diventa un enorme pozzanghera che rende alcune tende inaccessibili.
Quando ci avviciniamo all’ingresso del campo notiamo un gruppo di circa 100 migranti vestiti di stracci e avvolti da una semplice coperta rossa. Sono seduti e sdraiati sotto una tettoia di lamiera rettangolare (di circa 20 metri per 4) recintata da una rete.

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Messina - Il CPA del Pala Nebiolo

Secondo quanto ci riferisce un operatore del centro sono sbarcati il giorno precedente al porto di Messina e stanno aspettando le procedure di identificazione. Quindi più di 24 ore lasciati all’aperto in quello che si può definire un non-luogo, quella che a tutti gli effetti sembra una gabbia per animali.

Secondo le parole di Antonio Mazzeo ed i report di Borderline Sicilia pubblicati sul loro sito, nel CPA del Pala Nebiolo si sono verificate gravi violazioni dei diritti umani come il trattenimento obbligato e il rilevamento forzato delle impronte digitali. Gli attivisti dell’associazione, alcuni mesi fa, hanno avuto modo di intervistare alcuni dei migranti presenti nel campo: "Quando siamo arrivati la maggior parte di noi non voleva stare in Italia. La maggior parte di noi voleva viaggiare in altri Paesi dell’Unione Europea. Così , quando siamo arrivati come rifugiati la polizia ci ha forzato a dare le impronte, ci hanno forzato colpendoci con dei manganelli elettronici. Alcune persone colpite non sapevano neanche che cosa volessero che loro facessero. La polizia afferrava le braccia, le mettevano nella macchina e prelevavano le impronte e loro neanche sapevano se darle e no. Dopo questo momento scoprivi di aver dato le impronte [3].
Oltre al danno anche la beffa, verrebbe da dire, ma qui si va ben oltre.
I migranti riferiscono di essere stati ingannati dalla polizia, la quale ha detto loro che dopo aver lasciato le impronte avrebbero potuto abbandonare il centro e proseguire il loro viaggio verso altri Paesi europei. Ovviamente non tutti i migranti che arrivano in Italia conoscono il sistema Dublino e la sua trappola. E’ chiaro quindi che, come riportato da Borderline Sicilia: "Nessuno esce dal Pala Nebiolo senza aver dato le impronte".

Un altro inganno, che viola i diritti fondamentali e che ha delle gravi ripercussioni sulla vita dei migranti, è rappresentato dal “foglio notizie”, un documento che ogni richiedente asilo dovrebbe compilare appena sbarcato in Italia. [4] Alcuni di loro riferiscono di non averlo mai compilato, altri di aver visto la polizia modificare alcuni dati sensibili, come il paese d’origine o la data di nascita. Ci sono eritrei diventati etiopi o minorenni diventati maggiorenni. Questo per ridurre al minimo i casi vulnerabili.

Salutiamo i ragazzi che abbiamo conosciuto al Pala Nebiolo e ci dirigiamo verso l’altro lato della città, dove si trova l’ex caserma Bisconte. Ci accompagna sempre Antonio Mazzeo, il quale durante il tragitto ci racconta del campo.
Si tratta di un altro CPA aperto nel dicembre del 2013, anch’esso gestito dall’associazione ARCA: inizialmente avrebbe dovuto sostituire la tendopoli, ma invece si è poi affiancato. Il quartiere dove si trova l’ex caserma è da anni un luogo problematico e da quando è nato il centro di prima accoglienza si sono verificati diversi attacchi incendiari.
Dell’enorme caserma solo un edificio è stato reso abitabile e ospita circa 200 persone costrette a vivere in 3 stanzoni sovraffollati. La prassi messa in atto a Messina, prevede che dopo lo sbarco i migranti vengano portati al Pala Nebiolo, identificati con le misure che abbiamo già citato e poi portati all’ex caserma Bisconte. Questo per liberare spazio ai nuovi arrivi. Secondo la normativa vigente il tempo di permanenza in un CPA non dovrebbe superare le 72 ore, mentre anche alla Bisconte ci sono persone ospitate da più mesi. In particolare citiamo il caso di un trattenimento obbligato: un migrante arrivato 7 mesi prima a Messina, trattenuto nel CPA perché testimone in un processo contro dei presunti scafisti.

E’ chiaro quindi che, come abbiamo scoperto durante il nostro viaggio, migranti innocenti vengono accusati di scafismo e ne subiscono le gravi conseguenze (1-2 anni in prigione), ma anche i testimoni coinvolti nel processo vengono trattenuti per molti mesi nei centri di primissima accoglienza.
E’ pressoché inutile, ma è sempre bene ricordare che secondo l’art. 18 del Testo Unico sull’Immigrazione dice chiaramente “i testimoni di reato dovrebbero essere accolti in un luogo protetto”.
Arrivati all’ingresso del centro Bisconte troviamo il cancello chiuso e ci accoglie un mediatore che sembra avere forse più il ruolo del guardiano. Gli chiediamo qualche informazione e lo stesso Mazzeo rimane sorpreso davanti ad una grande novità.
Ci riferiscono che adesso sono presenti solo minori, circa 200 ragazzi dai 14 ai 17 anni d’età, provenienti per la maggior parte da Egitto, Bangladesh, Mali e Senegal. Alcuni di loro si avvicinano al cancello, possiamo salutarli e scambiare qualche parola.
Ancora una volta notiamo il loro timore nel parlarci delle condizioni del campo, l’unico di loro che parla qualche parola di inglese ci dice: “All good, no problem here”. Li vediamo però sporchi, i vestiti sembrano vecchi e le infradito rovinate, uno di loro presenta un’eruzione cutanea sulla caviglia che somiglia ad un’infezione da scabbia.
Scorgiamo un cartello alle loro spalle che detta i turni per la doccia calda: ci sono 4 docce, aperte 3 ore al giorno.
Poco dopo giungono altri operatori del campo che ci chiedono gentilmente di allontanarci.
Distribuiamo ai ragazzi alcune guide “Welcome to Italy” che portiamo con noi e li invitiamo a raggiungerci qualche metro più in là. Nessuno di loro è venuto.
Con tanta amarezza e rammarico ci allontaniamo dall’ex caserma Bisconte, che al momento tanto ex non sembra. La carenza di servizi che caratterizzano questo CPA delineano un’accoglienza di tipo contenitivo in violazione, quindi, delle leggi e della dignità della persona.
La nostra esperienza a Messina non è ancora finita.

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Incontro con Nawal Soufi

In serata incontriamo Nawal Soufi, un’attivista indipendente di origini marocchine, cresciuta a Catania dove ancora vive. Sulla sua storia è stato scritto anche un libro.
Nawal svolge un lavoro di monitoraggio e di informazione che coinvolge più di 60.000 persone. Ci racconta di questo telefono cellulare che si porta sempre con sé, che non spegne mai e che rappresenta una speranza per tanti migranti.
Riceve principalmente tre tipi di SOS: il primo proviene dal mare. Deve spesso imporsi per ricevere le coordinate dell’imbarcazione da persone che si trovano in uno stato di panico. Prima che se ne occupasse, ci racconta, capitava per esempio che la Marina italiana e la Marina maltese si rimpallassero le responsabilità facendo chiamare i migranti molte volte prima di ricevere soccorsi, in alcuni casi provocandone il naufragio.
Come indipendente Nawal controlla da sé i limiti delle acque territoriali e chiama chi di dovere consapevole che non si può esimere da inviare soccorsi.
Riceve inoltre chiamate dagli aeroporti: c’è chi riesce a prendere un volo con scalo a Roma e da lì cerca di fuggire. Una volta trattenuto spesso al migrante non viene spiegato che può chiedere asilo trovandosi sul territorio italiano, e più di un intervento di Nawal ha evitato il rimpatrio.
Il terzo tipo di SOS proviene dalla terra. Storie di chi cerca da solo di attraversare le frontiere o di chi si affida ai trafficanti.
Ricordiamo che Nawal quando la Balkan Route era aperta ha deciso di attraversala come migrante siriana: ha cambiato documenti e ha vissuto sulla sua pelle tutte la barbarie di quella rotta.
Rimane un punto di riferimento e spesso rappresenta la salvezza per tantissimi migranti che ancora oggi sfidano i muri e le barriere imposte dalla fortezza Europa. A Nawal va tutta la nostra stima per il suo impegno quotidiano e costante, che non si ferma né di notte né di giorno. Ci auguriamo di incontrarla ancora.

Mentre saliamo sul traghetto che ci porterà sulla costa calabra dello stretto per continuare il nostro viaggio, inizia a piovere.
Non possiamo non pensare ai due centri che abbiamo visto, il Pala Nebiolo e la caserma Bisconte. Vorremmo lanciare un grido di sostegno e speranza per le persone costrette a dormire nelle tende o nei letti a castello.
Più chilometri percorriamo e più aumenta lo sconcerto per questo sistema di accoglienza che nega e violenta la dignità della persona, che nega i diritti più elementari.
Aumenta il disgusto per le politiche dei governi europei, complici della morte, nel solo 2016, di 5569 persone [5] Un che hanno perso la vita in quell’enorme cimitero chiamato anche Mar Mediterraneo. Non parliamo più di naufragi, ma iniziamo a definire queste morti come vittime di una strage. Alcune di loro non hanno nemmeno diritto ad avere un nome.