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La rotta del Brennero specchio delle politiche europee

Controlli sistematici e retorica umanitaria per bloccare la mobilità dei migranti

19 dicembre 2016

In poco meno di un mese la rotta del Brennero si è tinta di sangue e lacrime a causa delle tragedie annunciate, che sono costate la vita a quattro persone, e delle ferite gravissime ad un quinto migrante.
La prima vittima di cui si conoscono da pochi giorni le generalità è una donna etiope. E’ grazie al lavoro e alla sensibilità di Alessandra e Sara, attiviste per i diritti umani di Rovereto, se la famiglia è stata avvisata. Probabilmente non si saprà mai la verità su questa morte, né le forze dell’ordine appaiono interessate ad aprire un’indagine, né i controllori di Trenitalia o di ÖBB (le Ferrovie Federali Austriache) hanno proferito parola. Non sapremo mai chi ha deciso di farla scendere dal treno di notte in un paese ai suoi occhi sconosciuto.
La seconda è quella del giovane eritreo Abeil. Ieri il Baobab, tra gli organizzatori del partecipato e vitale corteo di Roma, ha simbolicamente dedicato la manifestazione al ragazzo. Anche in questo caso, grazie al lavoro di rete tra attivisti di Bozen Accoglie e Cambio Passo di Milano i familiari del ragazzo hanno appreso la tragica notizia e la salma è stata riportata dalla madre nella sua terra d’origine. Piccoli, ma fondamentali segnali che dimostrano come la solidarietà e l’attivismo arrivano dove il più delle volte le istituzioni e le autorità gestiscono la realtà con burocrazia fredda e rituale, di facciata. A Bolzano, dopo la morte, si era tenuta anche una commemorazione laica vicino allo scalo merci e un corteo spontaneo aveva raggiunto la stazione per richiamare l’attenzione della città e denunciare il lassismo istituzionale, impeccabile nel mostrare le vie del centro luccicanti per l’avvio dei mercatini e l’arrivo di orde di turisti, ma volutamente cieco e sordo di fronte alle richieste di accoglienza dignitosa e servizi per i migranti in transito.
Le ultime due morti sono avvenute in Tirolo, in Austria. Un uomo ed una donna africani, non ancora identificati, sono stati schiacciati da un tir in fase di scarico dal vagone merci. Erano rimasti intorpiditi a causa del freddo e non si sono accorti delle manovre: la notte le temperature toccano i -12 gradi. Una terza persona è tuttora ricoverata in rianimazione.

L’Austria ha inviato una lettera a Roma per richiedere un maggiore sforzo nel presidio di tutta la rotta e “prevenire la migrazione irregolare”. La retorica utilizzata è sempre quella umanitaria, intensificare i controlli per prevenire le tragedie, e risuona molto simile ad un’altra narrazione umanitaria dominante usata dagli Stati europei: si stringono accordi con le peggiori dittature al di là del Mediterraneo per evitare le morti in mare. E così (l’ennesimo) allarme sulla stampa locale tirolese, con numeri di persone transitate difficile da verificare, appare come un altro monito all’Italia. Da ieri la polizia austriaca perquisisce sistematicamente tutti i vagoni dei treni provenienti da sud. Nonostante quindi la sospirata vittoria del verde Van der Bellen le barriere, anche se non hanno il filo spinato, sono erette e sortiscono lo stesso effetto. L’Austria in questo sta facendo vedere che è possibile innalzare muri immateriali senza scontrarsi con l’opinione pubblica, la stessa che volge lo sguardo ad est per criticare il filo spinato ungherese o la barriera antiprofughi tra Bulgaria e Turchia.
Al Brennero lo scorso fine settimana sono stati intercettati e respinti altri 40 migranti. Malgrado le condizioni climatiche durissime il desiderio di libertà e la forza di volontà è più forte delle intemperie.
Avere dei numeri aggiornati sui respingimenti non è semplice, ma la zona di controllo si è estesa non solo lungo la Brenner Route partendo da Verona, ma ormai copre i valichi di tutto l’arco alpino. E’ evidente che questa ulteriore stretta dei controlli porterà sicuramente ad intraprendere delle modalità ancora più pericolose o costose per oltrepassare la frontiera. Aspettiamoci purtroppo altre tragedie.

La militarizzazione della rotta del Brennero è in linea con le conclusioni del Consiglio Europeo sulla gestione delle migrazioni del 15 dicembre. Emergono delle politiche che cercano disperatamente di riconquistare legittimità sull’opinione pubblica proprio sulla pelle dei migranti. Tutte le scelte sono essenzialmente pensate per limitare l’approdo dei migranti in Europa e trascurano le cause che spingono le persone a fuggire. Il processo di chiusura delle frontiere e la loro esternalizzazione [1] fa un passo in avanti con la stipula dei compact con Niger [2] e Mali [3], paesi strategici per arginare le partenze ed i transiti. Gentiloni, che da Ministro degli Esteri è stato un fautore degli accordi per finanziare i governi corrotti, ne sarà particolarmente fiero. [4]
Il vero nodo problematico rimane la Libia e non potendo stringere dei compact, il Consiglio ha deciso di rafforzare la collaborazione con la guardia costiera libica soprassedendo sui loro metodi criminali [5]. Infine si apre una nuova fase dei rimpatri forzati, con la Germania che “chiude” il summit programmando una deportazione di 50 richiedenti asilo afghani [6], in un paese dove il conflitto generalizzato nel 2015 ha provocato più 11mila vittime di cui 3.545 morti, e che la cancelliera Merkel considera sicuro. L’UE ad inizio ottobre aveva imposto al governo di Kabul un accordo preliminare di cooperazione su rimpatri, riammissioni e reintegri.

Il messaggio unanime che arriva dal vertice europeo non lascia alcun dubbio: le buone intenzioni e gli appelli delle ONG sono carta straccia, la guerra ai migranti - interna ed esterna - prosegue senza sosta.