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Il muro del Mediterraneo e il mancato rispetto dei diritti umani

Mentre le istituzioni italiane ed europee stipulano accordi con la Libia, l’ultimo rapporto dell’Unhcr parla di torture e abusi nel Paese nordafricano

10 febbraio 2017

di Alice Passamonti [1], che ringraziamo.

È un muro di filo spinato quello costruito lungo la rotta balcanica. È un muro di cemento quello che il neopresidente degli Stati Uniti, Donald Trump, vorrebbe continuare a costruire al confine con il Messico. È un muro virtuale quello che l’Unione Europea sta innalzando nel Mar Mediterraneo. Ma al di là delle modalità scelte, in tutti i casi, l’obiettivo è respingere i migranti e contenere i flussi migratori.

Mentre le istituzioni italiane ed europee sembrano andare nella direzione di una chiusura delle frontiere e di una esternalizzazione del problema, molte organizzazioni governative e non governative denunciano l’ipocrisia degli accordi raggiunti.

Solo nel dicembre del 2016, l’Unhcr (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati), nel suo rapporto sulla violazione dei diritti umani contro i migranti in Libia, “Detained and dehumanised” (detenuti e disumanizzati), metteva in luce i casi di abusi e torture, subiti dai migranti proprio in Libia, il Paese con cui l’Europa ha deciso di dialogare per controllare la rotta del Mediterraneo centrale.

Da una parte, la Dichiarazione di Malta, siglata lo scorso 3 febbraio dai membri del Consiglio Europeo riuniti a La Valletta, si rifà al modello dell’accordo tra Unione Europea e Turchia, raggiunto nel marzo del 2016, ricalcandone i principi e le finalità.

Dall’altra, l’accordo tra Italia e Libia (il Memorandum d’intesa, firmato lo scorso 2 febbraio dal premier italiano, Paolo Gentiloni, e dal premier libico del governo di Tripoli, riconosciuto dalla comunità internazionale, Fayez al-Sarraj), come ha spiegato l’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’Ue, Federica Mogherini, "si inquadra perfettamente nelle politiche europee costruite in questi mesi con la Libia”.

Eppure, questi documenti ricordano i passati accordi tra il governo italiano, guidato dall’allora premier, Silvio Berlusconi, e il governo libico di Mu’ammar Gheddafi. Il Memorandum fa espressamente riferimento all’articolo 19 del Trattato di Amicizia, Partenariato e Cooperazione firmato a Bengasi il 30 agosto del 2008. Anche nel 2008, la priorità era il blocco delle frontiere, attraverso l’attuazione di una politica molto simile di respingimento e contenimento, senza preoccuparsi troppo del mancato rispetto dei diritti umani in Libia. Oggi, questo Paese è ancora più instabile rispetto al passato e le violenze perpetrate contro i profughi non accennano a diminuire.

Il Rapporto dell’Unhcr, torture e violenze in Libia

Molte Ong e associazioni italiane (Medici per i diritti umani, Medici senza frontiere, Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione) hanno denunciato l’ipocrisia e il cinismo di un accordo che intende costruire una barriera nel Mar Mediterraneo.

Anche l’Oim e l’Unhcr, in vista dell’incontro informale del Consiglio Europeo a La Valletta, avevano sollevato la questione del mancato rispetto dei diritti umani nel Paese e chiesto di trovare delle soluzioni alternative. Ricordando che la Libia non può essere considerato un Paese terzo sicuro, né una Nazione in cui si possano avviare le procedure extra territoriali per l’esame delle domande di asilo in Nord Africa.

A dimostrare la pericolosità della Libia, Paese di destinazione e di transito per molti migranti, è un rapporto dell’Unhcr, pubblicato il 13 dicembre del 2016 e che riporta alcune testimonianze raccolte tra il primo gennaio e il 22 novembre dello scorso anno.

Nel rapporto, si parla di detenzioni arbitrarie, condizioni inumane di detenzione, torture e altri trattamenti degradanti, uccisioni, lavoro forzato. I migranti subiscono estorsioni da parte di contrabbandieri, trafficanti e membri delle istituzioni statali libiche. E le violazioni, secondo le testimonianze dei migranti stessi e dei rappresentanti delle Ong internazionali, sono legate anche all’intercettazione in mare, compiuta da persone che si ritiene facciano parte della Guardia Costiera libica.

Dopo l’intercettazione, i migranti sono spesso picchiati, derubati e portati in centri di detenzione o case private e fattorie”, si legge nel Rapporto. E le donne sono spesso vittime di stupri e altre forme di violenza sessuale.

Nel corso del 2016, sono sbarcati sulle coste italiane 181.436 migranti, il 90% dei quali provenienti dalle coste libiche (fonte Ministero dell’Interno). Dal primo gennaio al 22 novembre 4.164 persone sarebbero morte in mare (fonte Unhcr). E le testimonianze dei sopravvissuti, molti dei quali minori, sono terrificanti.

Un ragazzo di 16 anni, originario dell’Eritrea, ha raccontato agli operatori dell’Unsmil (Missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia) di aver trascorso un mese e mezzo nel Paese, la maggior parte del tempo in un centro di detenzione a Tripoli, dopo essere stato arrestato da un uomo armato non in divisa. Ha raccontato di essere rimasto chiuso in un hangar, uno spazio senza finestre e con poca ventilazione, con almeno altre 200 persone, tra uomini, donne e bambini, principalmente provenienti dalla Somalia e dall’Eritrea.

Un altro ragazzo senegalese della stessa età ha raccontato di essere stato rinchiuso in un magazzino nella località di Sabha, nel sud della Libia, dove si era recato per cercare lavoro. “Di notte, alcuni uomini armati sono arrivati e hanno portato via le donne e le ragazze di 13 anni - ha testimoniato - Le hanno riportate il giorno successivo. Le donne e le ragazze vengono stuprate e se riescono a resistere sono picchiate e minacciate con le pistole”. “Ci trattavano come animali. Ed è così che ci chiamavano, ‘animali’”.

Una ragazza di 19 anni, eritrea, ha raccontato l’abuso sessuale di cui è stata vittima proprio a Sabha. Le donne e gli uomini erano separati tra loro. Un uomo entrava e abusava sessualmente di lei e di un’altra donna. Minacciava di bruciarle e di non lasciargli proseguire il viaggio. Ha abusato di loro diverse volte. Poi, sono state trasferite in un fienile poco distanze e lì donne e ragazze sono state di nuovo vittime di abusi per altre tre notti.

Mentre le barriere dell’Europa si spostano sempre più a sud, non si deve dimenticare che dietro ai numeri delle migrazioni ci sono migliaia di persone, con queste storie di sofferenza e di violazione dei diritti umani. Solo per il viaggio che hanno affrontato, un viaggio via terra e via mare durato mesi o addirittura anni, qualcuno dovrebbe prendersi cura di questi sopravvissuti, anziché tentare di respingerli.

Le Nazioni Unite ritengono che i migranti non dovrebbero essere respinti in Libia dal momento che questo non è un Paese sicuro per il rimpatrio. L’Oim ha sospeso i suoi rimpatri in Libia dall’agosto del 2014, compresi quelli dei cittadini libici. L’Unhcr ha esortato tutti i Paesi a sospendere i rientri forzati in Libia, inclusa Tripoli, finché non miglioreranno notevolmente le condizioni di sicurezza e la situazione dei diritti umani”. - Rapporto Unhcr, 13 dicembre 2016

Cosa è stato deciso a Malta

Con la Dichiarazione di Malta, l’Unione europea afferma di voler “ridurre in maniera significativa i flussi migratori lungo la rotta del Mediterraneo centrale e smantellare il modello di attività dei trafficanti”. Per questo, tutti gli sforzi saranno rivolti alla stabilizzazione della Libia e alla “cooperazione con le comunità regionali e locali libiche”, oltre che con le organizzazioni internazionali attive nel paese. Il tutto nell’ambito di una politica migratoria che consiste nel “garantire un controllo efficace della nostra frontiera esterna (Mediterraneo, ndr) e nell’arginare i flussi illegali verso l’Ue”.

In questo senso, l’Unione si impegna ad incrementare l’operazione Sophia che prevede, tra le altre cose, l’addestramento della Guardia Costiera libica per il pattugliamento delle coste. Inoltre, saranno forniti aiuti concreti per ridurre le pressioni alle frontiere terrestri della Libia (al confine meridionale con il Ciad e il Niger) e per garantire forme di accoglienza adeguate ai migranti ospitati nei centri libici. Parlando in termini economici, il finanziamento previsto è di circa 200 milioni di euro.

Il Memorandum d’intesa, “clandestini” e non “profughi”

Il documento dell’Ue sostiene, inoltre, il lavoro dell’Organizzazione internazionale per le Migrazioni (Oim) e dell’Unhcr e riconosce l’importanza del Memorandum d’intesa tra Italia e Libia. Nel testo del memorandum sono riportate più volte espressioni che rimandano a una politica di respingimento e contenimento, piuttosto che a una di accoglienza, attraverso canali sicuri di accesso all’Europa.

Continui ed elevati flussi di migranti clandestini, flussi di migranti illegali, lotta contro l’immigrazione clandestina, controllo dei confini, fenomeno dell’immigrazione illegale, migranti illegali. E così via. Non è riportata neanche una volta la parola “profugo”.

Sulla base di questo testo, le parti avviano un rapporto di cooperazione nel campo dello sviluppo, del contrasto all’immigrazione illegale, al traffico di esseri umani, al contrabbando e sul rafforzamento della sicurezza delle frontiere. L’Italia si impegna a fornire, anche grazie ai finanziamenti dell’Ue, un supporto tecnico e tecnologico, per il contrasto del fenomeno. Tutti gli interventi, tra cui “la predisposizione dei campi di accoglienza temporanei in Libia, sotto l’esclusivo controllo del Ministero dell’Interno libico”, sono finalizzati a “eliminare le cause dell’immigrazione clandestina” (articolo 2, comma 4) con l’obiettivo finale di favorire il rimpatrio o il rientro volontario nei Paesi d’origine.

Alice Passamonti