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Violenza e impotenza sui confini della Balkan route

Overthefortress in Serbia, reportage di Sara Spolaore attivista del Cso Pedro

20 febbraio 2017

Entrando in contatto con i migranti lungo i confini dell’est Europa sembra di assistere ad una delle più feroci tragicommedie in cui i personaggi credono di avere il controllo del proprio destino, senza sapere, o voler sapere, che le loro azioni sono governate da dei fili invisibili nelle mani di un perfido autore. Questa è l’immagine che mi si è impressa nella mente conoscendo i migranti che trovano rifugio presso il vecchio scalo merci della stazione di Belgrado o nella fabbrica di mattoni abbandonata a Ciglana, al confine con l’Ungheria.
C’è chi vive lì da ormai parecchi mesi, c’è chi invece ci ha passato solo pochi giorni. Sono tutti molto giovani, ma le loro espressioni e i loro occhi fanno trasparire il dolore e la fatica di chi è dovuto crescere molto in fretta. Costretti a lasciare le proprie terre, le proprie famiglie, mettono tutta la loro vita in una valigia e partono. A piedi attraversano l’Afghanistan, l’Iran, la Turchia, per approdare in quella che credono una civilissima Europa, accogliente e rispettosa dei diritti di ciascuna persona. Ma il primo impatto, e con esso la prima delusione, è traumatico: il “benvenuto” in Bulgaria è dato da una polizia tra le più aggressive dei paesi dell’est. Dopo aver subito percosse ed essere stati identificati, proseguono verso la Serbia, che non è il loro obiettivo finale, ma un’altra sosta obbligata prima di raggiungere i paesi membri dell’Unione Europea, dove i migranti vorrebbero fare richiesta d’asilo.
C’è chi attraversa la Serbia tramite vie ufficiali, passando da un campo governativo all’altro (la permanenza in questi campi dura mesi e il passaggio del confine ungherese è determinato da lunghissime e rigide liste d’attesa), chi invece cerca di attraversarla usando canali “ufficiosi” perché non può rientrare nei percorsi di accoglienza legali o perché non vuole accedervi visti i tempi biblici e l’orizzonte incerto.

Belgrado incrocio di speranze

La capitale della Serbia è uno degli snodi principali della cosiddetta Balkan route. Oggi è un crocevia di umanità in attesa di ripartire, di ragazzini respinti alle frontiere, di corpi affaticati e messi a dura prova dalle condizioni atmosferiche e dall’assenza di servizi minimi. Dietro alla stazione ferroviaria prende forma un campo informale dove vivono tra le cinquecento e le seicento persone, ma fino a poche settimane fa il numero si aggirava intorno alle duemila. Il campo è sorto nell’area dei magazzini del vecchio scalo merci e si presenta come un lungo piazzale circondato da file di capannoni visibilmente decadenti. La pavimentazione di tale piazzale consiste in fango, ghiaia e rifiuti di ogni genere.

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In questo spazio i gruppi di ragazzini hanno ricavato un angolo per improvvisare un campo da calcio o da cricket; e qui avvengono anche le attività comuni che si verificano nel campo, come la distribuzione dei pasti e dei materiali. I muri degli edifici sono tappezzati di scritte che portano con sé la disperazione e la speranza di chi è diventato stanziale: “I want a free life”, "food not bombs”, “borders are illegal”, solo alcune delle tante.

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Dalle finestre rotte e dalle porte aperte (talvolta inesistenti) dei magazzini dismessi si propaga ininterrottamente un fumo quasi solido e dall’odore molto intenso, acre. Arriva dai fuochi che gli abitanti del campo accendono per riscaldarsi. Per ventiquattro ore al giorno, in ognuno dei capannoni restano accesi tre o quattro fuochi, che rendono l’aria irrespirabile all’interno e all’esterno.

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I migranti passano le intere giornate davanti a questi falò, respirando il fumo tossico prodotto da plastica, vestiti, rifiuti, eternit e traversine dei treni imbevute di catrame. I volontari spagnoli provvedono a rifornire il campo di legna, ma purtroppo non riescono a farlo con cadenza quotidiana; inoltre, la legna si esaurisce in fretta ed è motivo di litigi e ingiustizie tra i migrati stessi. La necessità dei pasti viene invece soddisfatta dagli anglosassoni di "Hot Food Idomeni", che provvedono tutti i giorni a preparare un pasto caldo per tutti. Sì, un solo pasto caldo al giorno: il governo serbo sostiene che un unico pasto sia più che sufficiente e di conseguenza uno solo è il pasto che i volontari sono autorizzati a servire. Per il resto, i migranti rimediano autonomamente comprandosi il minimo indispensabile con i pochi soldi che ancora hanno in tasca. Comprano insieme e mangiano insieme, organizzati in gruppi.
Anche il momento della cottura viene condiviso: i “fornelli” sono gli stessi fuochi con cui si ottiene il “riscaldamento”, e la ricetta finale è servita con un pizzico di succulento amianto. Durante la nostra permanenza notiamo che non sono presenti altri servizi o altre attività all’interno del campo. Non c’è un’equipe medico-sanitaria, non c’è sostegno psicologico, né sostegno legale. Tantomeno si nota un qualsivoglia tipo di autorità istituzionale riconosciuta e riconoscibile. Ma soprattutto, mancano docce e bagni, purtroppo manca anche un solo misero e disgustoso wc chimico. Di conseguenza, le persone sono costrette a utilizzare come bagni angoli più o meno vicini agli spazi comuni; naturalmente, tutto ciò contribuisce a rendere l’aria nel campo, se possibile, ancora più maleodorante.

I campi governativi di Sombor e Palič

Completamente diversa e di certo più dignitosa è la situazione nei campi governativi di Sombor e di Palič, entrambi nei pressi del confine con l’Ungheria. Purtroppo questi campi sono blindatissimi e non è possibile accedervi se non tramite una richiesta di autorizzazione che va fatta allo stesso ministero degli interni serbo. Entrare senza permesso provoca il quasi immediato invito ad uscire da parte delle autorità presenti. Nonostante questo, bastano pochi secondi per farsi un’idea delle condizioni di vita. Al loro interno vivono soprattutto donne e famiglie con bambini, anche molto piccoli; a Belgrado, invece, la concentrazione era totalmente maschile e l’età media sotto i 25 anni (molti anche i minori non accompagnati, ai quali non viene offerto nessun tipo di assistenza specifica calibrata sulla loro età).
Gli esterni sembrano puliti, i rifiuti assenti. Sono ben visibili i tendoni della Croce Rossa, che offre assistenza in giorni e orari specificati. Anche Medici Senza Frontiere presidia e i loro furgoncini vanno e vengono dal campo. Dei container ospitano i migranti, che vivono all’asciutto e con un tetto sopra la testa. Non abbiamo avuto dati sul numero di persone accolte e non siamo riusciti a rendercene conto a causa della nostra brevissima visita. All’apparenza sembra quindi tutto funzionante, sicuramente lo è, se il termine di paragone è la gigantesca favelas del retro stazione di Belgrado; per lo meno nessuno è costretto a respirare fumi tossici tutto il giorno.
Dall’altra parte, però, dalle pochissime informazioni che è stato possibile ricavare, sembra chiaro che molte famiglie sono ferme in stallo da almeno sei mesi, in attesa che arrivi il loro turno per il passaggio della frontiera. L’Ungheria è pur sempre il paese che ha deciso nel settembre 2015 di srotolare del filo spinato su tutta la lunghezza del confine con la Serbia, scegliendo di ostacolare in tutti i modi possibili gli arrivi dei richiedenti asilo. Con il passare del tempo, la situazione non si è certo ammorbidita e le quantità di profughi che passano legalmente i confini è molto ridotta (circa una decina ogni settimana). Perciò, i campi governativi in Serbia sono ormai diventati dei piccoli villaggi permanenti e isolati. Oltre al fatto che l’accesso è vietato a tutti coloro che non sono autorizzati in qualità di addetti ai lavori (e già questo non facilita il contatto tra i migranti e altre persone), i campi sono stati posizionati in aperta campagna, in modo che l’unico contatto che i rifugiati possano avere sia con i campi di grano, per altro risaputamente comunicativi.

La fabbrica di Ciglana

Agghiacciante tanto quanto la stazione di Belgrado è la fabbrica di mattoni abbandonata di Ciglana (appena fuori Subotica, a pochi chilometri dalla frontiera con l’Ungheria).

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Nel 2015, in particolare nel periodo estivo fino a metà settembre del 2015, la fabbrica era stata un punto nevralgico per il passaggio delle migliaia di profughi, soprattutto siriani, che cercavano di raggiungere l’Europa attraverso la rotta balcanica. Stazionavano all’interno della fabbrica, riposavano un po’ e poi ripartivano seguendo i binari della ferrovia verso l’Ungheria. Con la chiusura totale e definitiva della frontiera (15 settembre 2015) e la successiva deviazione della rotta verso il confine croato e l’apertura dei campi governativi in Serbia, la fabbrica di Ciglana è andata progressivamente svuotandosi. E’ rimasta però una zona di riparo temporaneo e solo i più disperati sostano ancora lì.
Una cinquantina di ragazzi pakistani quando la visitiamo vivono all’interno. Ogni tanto cercano di passare il confine, non ci riescono e ritornano nella fabbrica. Vivono in condizioni molto simili a quelle di Belgrado, con la differenza che sono molti meno e che è assente un supporto organizzato dai volontari. Si rifugiano negli stabili abbandonati della fabbrica accendendo fuochi all’interno e condividendo il poco cibo divisi in gruppetti.

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Ovviamente manca qualunque tipo di sevizio a partire dai bagni e dall’acqua corrente. Forse è in questa vecchia fabbrica che la disperazione raggiunge il massimo, dove le vite di queste persone appaiono del tutto abbandonate da tutto e da tutti.
E’ solo vedendo con i propri occhi come funzionano le cose ai confini che ci si rende conto del livello di violenza inflitta su degli esseri umani. Come già detto, nell’agosto/settembre del 2015, la ferrovia che passava per il valico tra Horgoš (Serbia) e Röszke (Ungheria), diretta a Budapest, era un luogo di grande passaggio. Con l’arrivo del filo spinato, il flusso si è inevitabilmente fermato. Provando a ripercorrere a piedi l’ultimo chilometro e mezzo di ferrovia, l’unica compagnia che si trova è quella della natura. E quella delle telecamere: già parecchie centinaia di metri prima dell’arrivo alla vera e propria barriera, due macchine della polizia ungherese accorrono in tutta fretta a controllare chi stesse arrivando.

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Come cani da guardia rabbiosi, tirano fuori i denti ringhiando. Non sembrano particolarmente amichevoli né aperti al dialogo e non se ne sono vanno fino al nostro completo allontanamento. Più tardi, spostandoci a Kelebija, sempre sul confine con l’Ungheria, abbiamo casualmente incontrato un gruppo di circa 15 afghani. Erano da poco stati riportati in Serbia, dopo che, la notte precedente, avevano provato a oltrepassare il filo spinato. E ci erano anche riusciti, ma, essendo il confine sorvegliatissimo, erano stati fermati poco dopo dalla polizia ungherese e riportati dalla parte serba, prendendosi nel frattempo anche più di qualche schiaffone. Aspettavano che calasse il buio, accampati in un prato vicino a delle case, per provare un’altra volta a scavalcare quelle reti.

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Nel gruppo c’erano almeno un paio di minori non accompagnati, di cui uno appena tredicenne; gli altri erano comunque molto giovani, sotto i 25 anni. Il probabile epilogo di quel tentativo sarebbe stato identico a quello della notte precedente.

L’unica vera costante che, a parte la disperazione, unisce tutti i migranti che abbiamo conosciuto durante la permanenza in Serbia è l’impotenza. Anche se non vogliono darsi per vinti e si sforzano e cercano di convincersi a non mollare, tutti i loro tentativi vanno a vuoto, come se non potessero decidere per sé stessi (e infatti purtroppo non sono liberi di farlo). Una forza molto più grande della loro li blocca con un ruggito arrogante, impedendo di portare a termine ciò per cui stanno lottando. Vagano da un luogo all’altro e stanno esaurendo le forze e i soldi per provarci. Si trascinano come ombre e vagano dentro i campi-favelas, aspettando l’arrivo di un pasto o della legna. Appaiono impotenti, perché sono stati sfiniti e de-umanizzati a tal punto da non riuscire più a trovare le forze. Esattamente quello che i nostri governi europei speravano. Come burattini governati da dei fili invisibili nelle mani di un perfido autore...

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