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City Plaza Hotel di Atene: vivere e lottare insieme per una politica dei diritti

di Vito D’Ambrosio*

2 ottobre 2017

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La prima immagine incornicia una dozzina di bambini che corrono dietro un pallone in un giardinetto. Sono vestiti con le maglie del Barcellona frutto di una donazione spagnola. Sono allegri, pieni di energia e voglia di giocare. L’ultima immagine è dolente. Inquadra una coppia somala vestita con abiti dimessi e sguardo triste. Lei forse è incinta: stanno chiedendo un posto dove alloggiare. Probabilmente non hanno casa e vivono per le strade di Atene. Ma oggi il City Plaza Hotel è pieno e verranno iscritti in lista d’attesa. Per i volontari in servizio alla porta non è un compito facile. Quando la coppia, mestamente esce dalla struttura lo sguardo dei tre giovani alla porta ha i segni di una tristezza infinita. Tra queste due immagini c’è la storia del City Plaza Hotel di Atene e la lotta per i diritti delle persone in viaggio verso un futuro migliore del presente lasciato in qualche paese lontano.

Funziona così: in via Katrivanou ad Atene c’è l’ingresso dell’hotel City Plaza. Un ex albergo pluri-stellato andato in fallimento. Alla porta ad accogliere chi è alla ricerca di un posto un gruppo misto di volontari internazionali, di residenti migranti e militanti greci mentre controlla chi entra ed esce ascolta e prende le prime informazioni sulle persone alla ricerca di ospitalità. Quando si libera un posto gli attivisti del City Plaza aprono la porta a nuovi ospiti attingendo da una lista d’attesa che tiene conto delle condizioni di bisogno. Ma la rotazione dei posti è lenta. I tempi della burocrazia per stabilire chi va dove non sono brevi. Tutti al City Plaza sono in attesa: un tempo sospeso aspettando il proprio futuro.

È il 22 aprile 2016 quando un gruppo di cittadini e attivisti di Atene ha deciso di occupare questo stabile. Sono i giorni della chiusura della ‘rotta balcanica’ che blocca in Grecia oltre 57 mila migranti. Moltissimi sono inglobati nei campi governativi e vivono in “condizioni disperate”. La rivista ‘Vita.it’ riportando dati della Commissione Europea che controlla il ‘Fondo asilo, migrazione e integrazione’ e il ‘Fondo sicurezza interna’ sostiene che sarebbero 510 milioni le risorse date alla Grecia per il controllo delle frontiere, l’asilo e la protezione dei rifugiati.

La Commissione Europea nel febbraio del 2016 per fare fronte ai nuovi arrivi ha messo a disposizione altri 70 milioni destinati al Ministero della Difesa greco incaricato di gestire gli hotspot sulle isole. Sempre a questo ministero è stato dato l’incarico di gestire i circa 34 campi governativi. Sono sistemazioni di fortuna, la maggior parte ricavati in ex complessi industriali, fabbriche e magazzini abbandonati.
Sempre ‘Vita.it’ riprendendo un articolo di Refugees Deeply, un sito indipendente di studi e informazioni sulla crisi dei rifugiati, sottolinea che “803 milioni di dollari sono moltissimi soldi, contando che, se 1,03 milioni di profughi sono entrati nel Paese dal 2015, la maggior parte dei fondi sono stati invece destinati ai circa 57mila migranti rimasti intrappolati nell’emergenza causata dalla chiusura delle frontiere a fine febbraio 2016, quando il blocco ha provocato un vero e proprio imbuto umanitario nel nord della Grecia. Un investimento quindi da 14.088 dollari a persona, nettamente superiore alla media delle risorse impiegate nelle emergenze, basti pensare che i fondi arrivati ad Haiti per gli aiuti destinati ai 3 milioni di abitanti colpiti dal terremoto del 2010 sono ammontati a 3.5 miliardi di dollari secondo la piattaforma online delle Nazioni Unite specializzata nelle crisi umanitarie Relief Web, per una media di circa 1.166 dollari a persona. Un funzionario rimasto anonimo ha dichiarato a Refugees Deeply che ‘per ogni 100 dollari spesi, 70 sono stati sprecati’”.

Questo dato, preciso o no nella sua forma numerica, è confermato da chi nei campi c’è stato. Un signore tunisino, fino a ieri residente al Plaza e che ora è rientrato al suo paese, racconta che nei campi è davvero dura vivere. Ammassati in più di mille persone con scarsi servizi igienici, poca acqua e cibo. L’atmosfera “in quei campi è tesa e violenta. C’è da andare fuori di testa. I militari stanno alla porta e quando scoppiano le risse o ci sono delle sopraffazioni non intervengono e così quella diventa terra di nessuno”.

In questo contesto duro e niente affatto umanitario si inserisce l’occupazione del City Plaza di Atene. L’hotel costruito per i giochi olimpici del 2004 ha smesso di funzionare qualche anno dopo. La struttura ha sette piani e circa 150 stanze.

Attualmente ospita 450 persone e di questi molti, più di cento, sono bimbi. Al settimo piano ci sono stanze comuni per attività varie: scuola d’inglese, stanze per incontri di gruppo su temi specifici. Più sopra un grande terrazzo domina Atene con una vista spettacolare sul Partenone.

I promotori dell’occupazione non sono una organizzazione umanitaria. Sono militanti della sinistra greca. Il loro gesto è politico. Il progetto si pone come alternativo alle istituzioni pubbliche e le grandi organizzazioni non governative. Il programma di occupazione è politico: contro le chiusure delle frontiere e avverso alle politiche europee verso i migranti. Al Plaza non arrivano fondi pubblici. Tutto si basa su contributi privati e i volontari non sono pagati. Come detto è un progetto politico. Recentemente un folto gruppo di militanti del Plaza ha partecipato il 16 settembre alla manifestazione di Berlino organizzata da ‘We’ll come united’, un network tedesco, composto da più di cento realtà solidali. L’idea è di non isolarsi dentro il palazzo dell’hotel e mantenere contatti e relazioni per spostare l’attenzione dalla solidarietà alla politica. Il manifesto del network afferma: “Non ci arrenderemo. Abbiamo ancora impressa nella memoria l’estate del 2015. In migliaia hanno aperto le frontiere d’Europa. Nessuno li poteva fermare perché non si lasciavano fermare da nessuno. Hanno iniziato a camminare. Hanno cominciato a muoversi per arrivare da qualche parte. Dalla stazione dei treni di Budapest fino al confine austriaco. La libertà di circolazione ha smesso di essere una richiesta. Il movimento si è preso la sua libertà. Per il diritto ad avere diritti, per il diritto ad essere presenti, ad avere protezione, aiuto e un futuro. La ‘marcia della speranza’ resta un evento da ricordare nella lunga storia della lotta per il diritto a fuggire e migrare”. Questa è anche una opinione condivisa dai molti volontari presenti nell’hotel. Il tema della libera circolazione delle persone è la questione di fondo: “Questo ciclo di migrazioni è solo una prima prova. E l’Europa non sembra in grado di superarla. Altri spostamenti avverranno da sud a nord e saranno inarrestabili”.

I volontari sostengono le attività della struttura mettendo a disposizione competenze o, semplicemente, rendendosi disponibili a coprire le esigenze operative. Arrivano da tutto il mondo, per lo più sono giovani e sembrano essere in sintonia con i militanti greci che hanno progettato l’occupazione. L’idea di fondo è che il rifugiato non debba essere un soggetto passivo di attenzioni. Qui i migranti partecipano con pari dignità alle decisioni e contribuiscono attivamente alle attività quotidiane di mantenimento della struttura e della vita collettiva. Le forme assembleari coinvolgo tutti i residenti della struttura. Una sorta di democrazia partecipata e concreta che rende condivise tutte le decisioni.

Ad Atene il Plaza non è l’unica realtà di occupazione ‘politica’. Esiste un coordinamento che riunisce altri ‘squats’ occupati, se ne contano ad oggi sei, che ospitano rifugiati e migranti con sistemi alternativi ai campi governativi e che puntano all’autogoverno condiviso con i migranti.

Photo credit: Vito D’Ambrosio


Alla mattina l’albergo è silenzioso. Un po’ perché i bambini o sono a scuola o non hanno ancora iniziato a scorrazzare per le scale e per ogni luogo dell’hotel ma quando lo fanno sembrano loro i veri proprietari dell’albergo. Nel pomeriggio e ancor di più a sera, quando tutti si riuniscono per la cena, le voci dei bambini sovrastano ogni altro rumore. Però il palazzo, né bello né brutto, a quest’ora prende vita. All’ingresso oltre allo staff di sorveglianza c’è un continuo movimento. Persone che entrano e altre che escono.

Alla porta c’è uno studente universitario italiano. Studia a Bologna alla facoltà di scienze politiche, sociali e internazionali è entusiasta: “È una esperienza davvero importante. Questo è un progetto unico”. Mattia è un fotografo che vive a Londra: “Ero venuto a gennaio e adesso sono tornato perché penso che questo progetto propone un atto di speranza importante”.

Paul a Londra è un direttore artistico teatrale. È molto contento di essere qui: “È una esperienza importante perché parte dalle persone. Penso che il City Plaza da un lato offre supporto ai migranti e dall’altra apre le porte a forme di condivisione tra i giovani di mezza Europa che quotidianamente si danno disponibili e fanno in modo che tutto questo possa funzionare”. Paul, e i giovani come lui, rappresenta un punto di vista alternativo, non convenzionale, e tutti insieme contribuiscono a costruire forme nuove di solidarietà e di “resistenza politica”.

Di fianco alla reception del Plaza c’è il bar. È il luogo d’incontro, l’ agorà informale dell’hotel. Tutti passano da qui e qui ci sono i fogli di servizio delle varie attività. A tutti compete fare qualcosa per la comunità senza distinzioni di sesso, etnia o ruolo: le pulizie dei luoghi comuni, partecipare alla preparazione del cibo nella grande cucina dell’hotel; stare alla porta nei turni di ‘guardia’ e alla reception. Qui s’incontrano volontari e rifugiati e si mischiano una babele di lingue. Però il clima è rilassato. Convivono esperienze diverse: siriani, afghani, pachistani, iraniani, iracheni, somali, nigeriani ed europei. Si pulisce insieme. Si mangia insieme. I sapori e le parole si mischiano e tutti sembrano non far caso a quelle che in altri luoghi sono differenze conflittuali.

Qui non sei un ospite ma un residente. È l’idea che, per quanto la situazione di ogni rifugiato sia complessa, il tempo qui deve essere un aiuto per ricreare una condizione di normalità ed autonomia. “Noi cerchiamo di facilitare l’accesso ai servizi, per esempio l’ingresso dei bimbi nelle scuole greche, ma poi è il genitore che lo accompagna. Io non mi sostituisco a lui. Questo vale per tutto: dalle carte burocratiche alla ricerca di un medico o di un lavoro”. Così nelle parole di un volontario italiano che, come molti altri, è arrivato per stare qualche giorno ed è ormai da più di tre mesi che si occupa di organizzare attività per i bambini, scuola d’inglese per adulti e altro ancora.

È una domenica di settembre. Nella hall del City Plaza alle nove del mattino c’è fermento. Da qualche minuto è arrivata una dottoressa che volontariamente si è messa a disposizione per vaccinare i bimbi che da domani andranno a scuola. Ci sono le mamme e i papà in attesa come in qualsiasi ambulatorio. In effetti al fondo di un corridoio è allestita l’ambulatorio medico. Nell’hotel i bambini scorrazzano per le scale e l’atrio in attesa del proprio turno. Durante il giorno sono loro che danno il ritmo. Sono in movimento continuo e i più grandicelli sono sempre pronti per andare ai giardini per giocare a pallone.

Alle undici arriva il cuoco. Nella grande cucina del City un gruppo misto di volontari e residenti è pronto per confezionare, sotto la sapiente direzione di Saad, lo chef siriano palestinese, il pranzo per i residenti del Plaza. Lui è grosso, leggero e sorridente. Ha la famiglia sparsa in Europa e la mamma qui in Grecia. In poco meno di due ore dalle sue mani saltano fuori quattro enormi teglie di ‘frittata’ di verdure, insalata e frutta.

Il gruppo di lavoro è composto da siriani, tunisini, tedeschi e italiani. Otto persone che in quattro ore tagliano verdure, condiscono insalate, lavano i piatti e infine puliscono la cucina il tutto a suon di musica. Il clima è allegro. C’è anche il tempo per scherzare.

Già perché la musica e l’arte in genere è un sottofondo presente e costante. Da qui, pochi giorni fa è passato un famoso cantautore e chitarrista francese di origini spagnole, Manu Chao, a suonare insieme ai residenti del Plaza. Al City c’è chi organizza la scuola di musica e un gruppo misto sta iniziando con il teatro. Intanto nella grande sala da pranzo è allestita una mostra di oggetti in ceramica prodotti dai ragazzi del City sotto l’esperta competenza di un rifugiato palestinese che è anche pittore.

Al City Plaza le persone che arrivano possono ritrovare l’uso delle proprie competenze. Il rifugiato non è un numero. È una persona che ha una propria storia, formazione e professionalità: si realizza l’idea che far mettere in gioco le persone è un buon metodo affinché questo tempo sospeso nelle pieghe delle decisioni dei governi possa essere utile anche per non perdere la propria dignità. Autonomia e partecipazione è la ricetta del City Plaza.

Per tutti l’obiettivo è, ovviamente, arrivare in un posto per ricominciare una vita ‘normale’. Chi non ha i documenti ‘giusti’ proverà a scavallare verso nord passando per strade secondarie. Puntando verso l’Albania e poi cercando passaggi possibili e possibilmente non pericolosi. C’è chi lascia il Plaza per raggiungere un parente a Londra, un fratello in Germania o in Francia e stabilizzarsi per poi far arrivare il resto della famiglia. Un siriano di poco più di trent’anni ha lasciato moglie e figli in Siria. Partirà con altri tre. Andranno a piedi per migliaia di chilometri. Un viaggio che a noi costerebbe poche centinaia di euro in tutta sicurezza a loro costerà molto di più e senza nessuna garanzia di arrivo.

Per una storia complessa un’altra è andata a buon fine. Ci sono voluti quasi due anni ma alla fine Fatima e i suoi quattro figli hanno i documenti ‘giusti’ per prendere un aereo per l’Austria dove finalmente tutta la famiglia si ricongiungerà. Lì il marito e padre è arrivato seguendola rotta balcanica prima della chiusura di quelle frontiere.

Ogni mattina qui al City Plaza si inizia una nuova giornata di occupazione, di ricerca di documenti e di partenze più o meno possibili verso nord. Tutti vogliono andare verso il nord Europa. E tutti hanno qualcuno che li attente: un aggancio per poter ricominciare. Qualcuno ce la farà e altri no. Una sorta di roulette della speranza delle persone. Tutti, e i migranti non fanno eccezione, vogliono un posto dove far crescere i propri figli, vivere in una casa e riprendere la vita da dove la guerra o i conflitti economici l’hanno interrotta. Quello che cercano è poca cosa rispetto a quello che hanno perso. E per raggiungere questo obiettivo hanno percorso migliaia di chilometri superato innumerevoli ostacoli rischiando la vita. Al Plaza hanno trovato un approdo per riposarsi e mettere insieme le forze per ripartire. Nel City Plaza Hotel i cittadini e i militanti greci insieme ai volontari internazionali ed agli stessi rifugiati e migranti dimostrano concretamente e quotidianamente che le politiche di accoglienza sono un fatto concreto, possibile e soprattutto praticabili.