logo

Documento a cura del
Progetto Melting Pot Europa
web site: http://www.meltingpot.org

redazione@meltingpot.org

Home » Cittadinanze » Notizie, approfondimenti, interviste e appelli

Il deserto, un pick-up e una pala

Il racconto di un viaggio dal Senegal alla Libia

18 ottobre 2017

Fai una donazione al Progetto Melting Pot!

Per chi è riuscito ad arrivare fino a qui, ed è ora in attesa che una Commissione decida sulla propria vita, non è facile raccontare il viaggio che ha dovuto affrontare dal suo paese d’origine.
"Ogni volta che ne parli torna la paura, il dolore, perché hai lasciato tutto, tua moglie, i tuoi figli, i genitori", ci dice Ouzin.
Perché quel viaggio è stato doloroso, traumatico, violento.

Melting Pot ha raccolto la sua testimonianza: ne abbiamo trascritto le parole, senza filtri, senza interpretazioni, perché il racconto sia puro, come se Ouzin fosse davanti a voi.
Pubblicheremo il suo racconto in tre articoli: il viaggio dal Senegal alla Libia, la permanenza in Libia e il viaggio fino in Italia.

Sono Ouzin Mbaye nato in Senegal nel 1974, sono sposato e padre di 3 figlie.
Ho lasciato il mio paese nel 2013 a causa di un problema che avevo. Mia madre era sempre malata di reumatismi, entrava e usciva dall’ospedale. Non avevamo la possibilità di pagare le spese mediche.

Allora ho deciso di comprare una moto per lavorare come taxi-moto, per avere dei soldi. L’ho comprata da un mio vicino di casa.

Dopo qualche tempo la moto ha iniziato ad avere problemi, non funzionava bene.
Quindi ho deciso di venderla ad un amico che abitava vicino a noi. Con i soldi che ho ricevuto dalla vendita della moto sono riuscito a pagare le cure dell’ospedale per mia madre.
Ma io non sapevo che la moto che avevo comprato era rubata.

Un giorno il proprietario originario ha riconosciuto la moto e ha denunciato alla polizia il mio vicino di casa.
Lui è stato arrestato e anche io sono stato denunciato.
Lo hanno messo in carcere e dopo meno di un mese è morto di malaria.
Suo fratello allora mi ha minacciato di morte e con me anche la mia famiglia.

Mia madre mi ha detto di scappare e io sono partito da Dakar (nel novembre 2013) per andare in Costa D’Avorio perché conoscevo delle persone che potevano aiutarmi.
Sono rimasto a Abidjan circa tre mesi, ho lavorato come elettricista e gestivo un negozio di alimentari.

Poi un amico che viveva in Libia mi ha chiamato per chiedermi di raggiungerlo e per andare a lavorare con lui come elettricista.

Io non conoscevo la situazione della Libia e sono partito per andare a Sabha, dove viveva il mio amico.

Ho preso un autobus per arrivare in Burkina Faso e da lì in Niger. E’ stato un viaggio molto lungo, ho impiegato tre giorni per arrivare ad Agadez.
Alla stazione degli autobus una persona mi ha accolto e mi ha accompagnato in una casa (c’erano 74 persone che stavano lì nascoste, non potevano uscire).
Sono rimasto un giorno, poi sono arrivati tre pick-up e in tarda mattinata ci hanno fatto salire. Eravamo 34 persone di diverse nazionalità: Niger, Senegal, Mali, Burkina Faso.
Ho pagato 140.000 CFA (220 euro).

Nel cassone del pick-up (su cui potrebbero stare 12 persone) eravamo schiacciati, ammassati, e per non cadere ci tenevamo a dei pezzi di legno che avevamo fra le gambe.
L’autista correva troppo veloce nel deserto, aveva una guida nervosa.
A un certo punto il mezzo ha sbandato ed è caduto di lato, 12 persone sono rimaste ferite cadendo e uno di noi in modo grave.
Ma il conducente voleva proseguire il viaggio quindi hanno caricato il ragazzo sul mezzo e siamo ripartiti.
Dopo poche ore il ragazzo è morto.

L’autista arabo allora si è fermato, ha preso una pala che teneva nel cassone, hanno scavato una fossa per sotterrare il corpo.
Io non avevo il coraggio di guardare, sono rimasto a qualche decina di metri.

L’autista ha gridato “Arkap” (salite veloci) e siamo ripartiti.
Questo viaggio è durato 4 giorni. Dopo i primi due l’acqua è finita e siamo stati costretti a bere l’acqua salata di una pozza del deserto.
Da mangiare ci davano garri, un cibo nigeriano che scioglievamo in acqua e zucchero.
Di notte faceva freddo ma durante il giorno era molto, molto caldo. Dormivamo per terra, sulla sabbia e alle 6 si ripartiva.
Dopo due giorni io stavo male, soffro di asma, vomitavo, forse per l’acqua salata che avevo bevuto e ho chiesto di poter entrare per sedermi davanti. L’autista, mi ha detto di no.

Avevo paura, tanta paura di morire anch’io e finire come quel ragazzo, in una buca in mezzo al deserto.

Ero quasi incosciente, ad un certo punto ho aperto gli occhi e ho visto degli alberi di datteri.

Ho capito che allora ero salvo, ero arrivato in Libia.