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La testimonianza dall’Aquarius: “E’ meglio annegare che essere arrestato dalla Marina libica. In Libia è come se stessimo rivivendo la schiavitù”

Arrivata ad Augusta la nave umanitaria con 373 profughi a bordo

28 dicembre 2017

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La nave Aquarius, noleggiata da SOS MEDITERRANEE e gestita in partnership con Medici senza Frontiere, è approdata questa mattina ad Augusta, “porto sicuro” (“Port of Safety”) indicato dal MRCC (Maritime Rescue Coordination Centre) di Roma, con a bordo 373 profughi salvati in acque internazionali al largo della Libia nella notte tra Natale e Santo Stefano dalla nave umanitaria OpenArms della Ong ProActiva e dalla nave militare spagnola Santamaria del dispositivo EUNAVFORMED.

I naufraghi, salvati in acque internazionali al largo delle coste libiche, sono stati trasferiti sulla nave Aquarius su richiesta del MRCC di Roma il pomeriggio del 26 dicembre.

Il primo trasferimento è avvenuto intorno alle 15.00, quando la nave Aquarius ha accolto a bordo 139 persone, tratte in salvo dalla nave OpenArms della Ong Proactiva intorno alle 4.00 del mattino del giorno di Santo Stefano. I naufraghi, che si trovavano tutti a bordo di un solo gommone, provengono da 17 differenti nazionalità: la maggioranza proviene dal Pakistan (41 persone, tra cui diverse famiglie con bambini), dal Sudan (43), dal Bangladesh (14) ma vi sono anche libici, nepalesi, eritrei e somali. Tra loro 30 minori, 8 dei quali non accompagnati, 7 bambini sotto i 13 anni e 2 donne in stato di gravidanza.

Photo credit : Federica Mameli/SOS MEDITERRANEE

Lo stesso giorno, intorno alle 18.00, la nave Aquarius ha accolto a bordo altre 234 persone soccorse dalla nave militare spagnola Santamaria: provengono in maggioranza da Eritrea e Marocco ma anche da Libia, Etiopia, Guinea Conacry, Costa d’Avorio, Mali, Nigeria, Pakistan, Somalia, Sudan (Nord). Tra loro vi sono 39 minori, 24 dei quali non accompagnati e 7 di meno di 13 anni.

Un giovane eritreo di 28 anni ha raccontato ai soccorritori della nave Aquarius che l’imbarcazione a bordo della quale si trovava aveva lasciato la costa libica il giorno di Natale: "Noi eritrei il 25 dicembre lo chiamiamo "Natale italiano", dal tempo in cui l’Italia aveva colonizzato l’Eritrea. Forse per questo siamo stati fortunati e siamo stati soccorsi" ha aggiunto.

I trasferimenti si sono svolti rapidamente e senza incidenti, nonostante le cattive condizioni meteomarine: “Non ci aspettavamo soccorsi, in particolar modo perché il vento aveva iniziato a salire la sera prima e sembrava troppo pericoloso per un gommone insicuro tentare questo viaggio già estremamente pericoloso. Ma, in realtà, le persone sono state spinte in mare il giorno di Natale e se queste persone erano disposte a correre questo rischio, alcune con le loro famiglie, è certamente perché non avevano altra alternativa che scappare via mare," ha detto Klaus Merkle, SAR (Search and Rescue) Coordinator di SOS MEDITERRANEE a bordo della nave Aquarius.
Le condizioni metereologiche sul Mediterraneo peggiorano ancora e fino a venerdì si prevedono infatti forti venti e onde alte 4-5 metri in zona SAR (Search and Rescue).

Tra i 373 profughi ora a bordo della nave Aquarius vi sono diversi nuclei familiari con bambini e 32 minori non accompagnati, tra i quali anche due ragazzi di 14 e 13 anni che viaggiano da soli.

14 persone con ustioni dovute alla fuoriuscita di carburante sulle imbarcazioni ed una persona con difficoltà di deambulazione, trasportata in barella nella clinica di bordo, sono state affidate alle cure dei medici di MSF, partner sanitario a bordo della nave Aquarius.

Un giovane del Mali ha raccontato ai soccorritori di SOS MEDITERRANEE di avere già tentato tre volte la traversata: “La prima volta siamo stati arrestati dagli Asma Boys, i banditi”. L’ultima volta, il gommone sul quale viaggiava è stato intercettato dalla Marina libica: “Quando la nave è arrivata e abbiamo visto la bandiera libica, abbiamo tentato di fuggire. Tutti erano preoccupati. Non ci hanno lasciato scappare, ma hanno continuato a seguirci. Per non rischiare la vita delle persone, perché c’erano molte donne e molti bambini in mezzo a noi, li abbiamo lasciati fare. Nessuno è caduto in acqua, grazie a Dio” ha detto e ha aggiunto: “anche ieri quando la barca spagnola è arrivata eravamo preoccupati, ma dopo ho detto ai miei amici: “Guardate come queste persone ci trattano bene." Sulla nave libica, non ci hanno dato neanche acqua. Una volta sulla nave, sono andati in bagno a lavarsi prima di mangiare, lasciandoci senza cibo”.

Il giovane ha raccontato anche di essere stato condotto in prigione, una volta riportato a Tripoli:
Quando siamo arrivati al porto di Tripoli, le organizzazioni umanitarie c’erano, hanno preso i nostri indirizzi. Poi siamo stati messi sul bus e ci hanno portati nelle prigioni. Le prigioni non sono organizzate, si stava molto stretti, anche stare seduti era impossibile. Si cammina gli uni sugli altri. Là le organizzazioni umanitarie non c’erano. Anche avere dell’acqua era difficile. Bevevamo lentamente perché non sapevamo se dopo ci avrebbero portato altra acqua. Un giorno hanno portato 5 litri di acqua, e poi abbiamo passato tre giorni senza. Abbiamo cominciato a bere acqua cattiva e ci davano da mangiare pasta cruda. Meglio rimpatriare rapidamente che essere nelle carceri libiche. Altri dicono che è meglio annegare che stare nelle carceri libiche. Rischiamo la vita, ma è meglio annegare che essere arrestato dalla Marina libica. È come se stessimo vivendo di nuovo la schiavitù. I neri sono i loro schiavi, questo è quello che pensano in Libia oggi”.