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Cap Anamur, 18 giorni di odissea

da La Sicilia del 9 luglio 2004

9 luglio 2004

Canale di Sicilia - Ha gli occhi di Ahmed Saaka il Sudan dilaniato dalla guerra civile. Lo sguardo smarrito di chi a 30 anni ha deciso di fuggire dal suo Paese, sognando l’ approdo in una «terra di pace». Sulla Cap Anamur, con i suoi 36 compagni di viaggio, tutti africani, è salito il 30 giugno scorso, 18 giorni drammatici, un’odissea che si consuma quotidianamente nella stiva della nave dell’associazione umanitaria tedesca.

In Africa Ahmed ha lasciato una figlia di cinque anni. «Di lei non ho notizie da mesi - dice - Mia moglie è stata uccisa dai militari». Ahmed dice di essere cattolico come gli altri uomini che con lui hanno deciso di sfidare il Mediterraneo a bordo di un gommone. Gli extracomunitari affermano di provenire dal Darfur, la regione del Sudan martoriata dalla guerra, tranne uno che ammette di essere della Sierra Leone. Ma l’ interprete, utilizzato da volontari di associazioni umanitarie, sostiene che non tutti sarebbero sudanesi.

Gli immigrati, oggi visitati a bordo della nave da ambientalisti, politici, volontari di Goletta Verde e Arci, con loro non hanno portato nulla. Non hanno valige, borse, non possiedono una foto o un ricordo dei propri cari. «Non c’ è stato tempo» dicono. «Sono disperati - spiega Elias Birdel, presidente della Cap Anamur - potrebbero buttarsi in mare per raggiungere la Sicilia». Ma Porto Empedocle, la costa più vicina è lontana 16 miglia. «Dove eravamo diretti? Non lo so - risponde smarrito Ahmed - in cerca di un futuro migliore per noi e le nostre famiglie». Il colloquio con gli immigrati dura poco. Sulla Cap Nanmur sono rigorosissimi: 10 minuti per tentare di farsi raccontare le tragedie di una vita.

In un breve incontro con gli avvocati Carmen Cordaro e Fulvio Vassallo, che si occupano di diritto internazionale, i 37 extracomunitari hanno deciso di non presentare ricorso alla Corte Europea dei diritti umani contro la decisione del Governo Italiano di non farli arrivare in Italia. L’ idea, avanzata dalle associazioni umanitarie, è stata al momento accantonata. «In attesa di capire come andrà a finire la trattativa col Governo» spiega Cordaro. «Quel che è certo - continua il legale - è che impedendogli di sbarcare l’ Italia non applica ma viola la convenzione di Dublino, cui si appella Pisanu».

Oggi le barche di Legambiente hanno portato sulla nave viveri. A bordo scarseggia il cibo e l’acqua potabile. C’è una Tv con alcune videocassette, tra cui «Titanic». «Grazie per essere venuti - dice Bierdel ai giornalisti - aiutateci a sensibilizzare il Governo». Annuisce il capitano Stefan Schmitd. «Non ce ne andremo da qui fino a quando non sarà risolta la vicenda», dice un marinaio. Mentre le navi di Legambiente si allontanano dal ponte, Birdel col megafono dà appuntamento a tutti a Porto Empedocle «per festeggiare la vittoria», dice. Accanto a lui c’ è anche Giaku, che da ieri ha dolori inguinali. Il medico della Cgil che lo ha visitato ne ha chiesto il ricovero a Sciacca, ma il capitano ha detto «no». «Le sue condizioni sono buone - dice - potete vederlo tutti. E poi da questa nave o scendiamo tutti o non scende nessuno».

Le pressioni sul governo italiano aumentano. Prendono posizione Amnesty international, Emergency i parlamentari dell’ opposizione continuano a chiedere un atto di giustizia umanitaria. il governo attraverso il sottosegretario Antonio d’ Alì sostiene che bisogna rispettare il diritto internazionale e comunitario che non consente l’ entrata dei clandestini che dovrebbero essere portati a Malta, primo Paese toccato dalla Cap Anamur. Malta, con una nota del ministero degli Affari Interni, sostiene di «non volersi prendere responsabilità sugli africani della Cap Anamur».