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attualità > rassegna stampaL’ideale multiculturale torna in discussionedi Marie-Claire Céciliatratto da LE MONDE diplomatique marzo 20056 aprile 2005La tolleranza olandese alla prova dell’islam. In un paese tranquillo, considerato il «regno della tolleranza», l’assassinio di Theo van Gogh da parte di un islamista radicale, il 2 novembre, 2004 ha provocato forti tensioni tra le comunità. In ogni caso, pensando solo a rifiutare o a difendere l’islam nei Paesi bassi, il dibattito che si è sviluppato rischia di presentare gli immigrati come fattori di guai e di instabilità e non come le vittime di un sistema sociale ingiusto Canzonatore dell’islam e provocatore patentato, il regista Theo Van Gogh aveva ricevuto minacce di morte dopo la messa in onda alla televisione del suo cortometraggio Sottomissione!, alla fine di agosto del 2004, un film che denunciava le discriminazioni e le violenze imposte alle donne nelle società islamiste (1). Il suo assassinio avvenuto in strada ad Amsterdam per mano di un islamista radicale marocchino-olandese, Mohammed B., il 2 novembre 2004, ha provocato forti tensioni intercomunitarie e vampate di atti anti-musulmani. Alcune personalità si preoccupano dell’ondata di islamofobia nel proprio paese e uno dei rabbini più eminenti, Awraham Soetendorp, non esita a paragonare la situazione dei musulmani a quella degli ebrei tra le due guerre, denunciando il clima in cui tutti i musulmani vengono etichettati allo stesso modo... come estremisti e terroristi. Vista la situazione, il paragone tra islamofobia e antisemitismo dell’epoca è eccessivo e racchiude un grido d’allarme preventivo. Fin dai primi attentati contro una dozzina di moschee e di scuole coraniche (come contro le chiese cristiane), il ministro-presidente cristiano democratico Jan Peter Balkenende, si è recato sul posto per esprimere la propria solidarietà alla comunità musulmana. Ciononostante, il rabbino Soentedorp ha buone ragioni per allarmarsi. I ricercatori della fondazione Anna Frank dell’università di Leyda hanno rivelato in Monitor racisme en extreem-rechts (Monitoraggio razzismo ed estrema destra), pubblicato il 15 dicembre 2004 e che copre il periodo 2003-2004, che dall’omicidio di Theo Van Gogh si sono contati 174 incidenti a carattere razzista, di cui più del 60% ha avuto come obiettivo la comunità musulmana. I ricercatori confermano una recrudescenza dell’attivismo di estrema destra, che sarebbe responsabile del 15% di queste violenze, ovvero una volta e mezza più del 2003 e due volte più del 2002. I quattro gruppuscoli di estrema destra (l’Unione popolare olandese, l’Alleanza nazionale, la Nuova destra e il Nuovo partito nazionale) hanno intensificato le loro diatribe anti-islamiche. Dopo l’assassinio del regista, i primi tre hanno registrato un afflusso di nuovi membri, modesto ma reale. Un successo preoccupante in un paese che si rallegrava di avere un’estrema destra insignificante sul piano elettorale - non sorpassava il 3% nonostante un metodo elettorale favorevole (il proporzionale integrale). Prima di essere assassinato, il 6 maggio 2002, da un olandese «puro» militante della causa animalista, l’omosessuale militante Pim Fortuyn aveva acquisito grande notorietà criticando violentemente la politica multiculturale dei poteri pubblici e denunciando la «minaccia di islamizzazione» della società. Ispirandosi alla sua spettacolare ascesa, il neo-populista Geert Wilders, ex membro del Partito liberale, ha recentemente fondato un nuovo partito, il Gruppo Wilders, che si rivendica apertamente erede di Fortuyn. Un milione di musulmani Fino all’inizio degli anni ’90, il dibattito pubblico e politico sulle popolazioni immigrate riguardava essenzialmente il loro ritardo socio-economico. Dopo l’apparizione di Pim Fortuyn, esso si è concentrato sugli aspetti culturali e religiosi e sull’incapacità dei musulmani di integrarsi. L’omicidio di Theo Van Gogh, venuto dopo quello di Pim Fortuyn e dopo gli attentati di New York e di Madrid, ha rilanciato con violenza la discussione. Tanto che dal 2 novembre 2004 la deputata del partito liberale Vvd, Ayaan Hirsi Ali, di origine somala e co-autrice con Theo Van Gogh di Sottomissione! è stata minacciata di morte e ha dovuto passare settantacinque giorni in clandestinità sotto stretta protezione. Geert Wilders teme anch’egli per la propria vita, così come altre personalità olandesi ormai sotto protezione della polizia come Job Cohen, sindaco socialdemocratico di Amsterdam e fervente sostenitore del dialogo interculturale, e uno dei suoi collaboratori, Ahmed Abutaleb. Quest’ultimo, di origine marocchina e musulmano praticante che si occupa della questione dell’integrazione ad Amsterdam, ritiene che gli immigrati (musulmani) debbano fare degli sforzi per integrarsi; il 4 novembre aveva ingiunto alla comunità marocchina di segnalare alle autorità ogni individuo «che rischiava di sorpassare la linea gialla». In questo paese tranquillo, considerato il «regno della tolleranza», sia l’opinione pubblica che la classe politica, di qualsiasi orientamento, vivono molto male questi avvenimenti, convinti fino a oggi che la violenza fosse esclusa dal dibattito politico. Di fronte alla penuria di manodopera, i Paesi bassi hanno fatto appello a un gran numero di lavoratori del bacino mediterraneo: Spagna, Portogallo, poi più tardi, Turchia e Marocco (2). Nonostante un arresto di questo reclutamento nel 1973, dopo la prima crisi petrolifera, il flusso non si è concluso poiché la maggior parte dei gastarbeiters (lavoratori «ospiti») che erano rimasti nei Paesi bassi, ha fatto venire la propria famiglia. Attualmente si contano circa 920.000 musulmani - le comunità turca e marocchina sono le più ampie - su una popolazione di più di 16 milioni di abitanti (il 5,7 % della popolazione). Per lo stato olandese, l’identità religiosa non viene percepita come un freno all’integrazione delle minoranze, ma piuttosto come una leva per l’accelerazione - lo stato nazione olandese infatti si è costituito nel XIX secolo attraverso l’emancipazione delle sue minoranze cattolica, ebraica e protestante non calvinista, e ha permesso loro una coesistenza pacifica. Di fatto, i musulmani si sono calati nel modello della «pilastrizzazione» - approccio specifico della società olandese quanto a rapporti tra lo Stato e le Chiese - e hanno costituito essi stessi una sorta di «pilastro» (vedi box). Molto presto le autorità hanno elargito ai non-olandesi i (certo insufficienti) diritti giuridici, sociali e politici. Gli immigrati residenti da cinque anni nei Paesi bassi senza soluzione di continuità sono elettori e sono eleggibili alle elezioni municipali. Più di 200 persone di origine musulmana siedono oggi in un consiglio municipale, e come in Francia, gli stranieri naturalizzati hanno tutti i diritti legati alla cittadinanza. Tanto la camera dei rappresentanti che gli stati provinciali contano tra i propri membri un discreto numero di eletti provenienti dall’immigrazione e/o musulmani. Nella difesa dei loro interessi, i musulmani hanno usato i meccanismi della democrazia appoggiandosi alla tradizione di pluralismo segmentato ereditato dalla «pilastrizzazione». Certo, la Costituzione è stata modificata nel 1983 e i legami finanziari diretti che potevano ancora sussistere tra lo stato e alcune chiese sono stati definitivamente tagliati. Ma i principi di libertà religiosa, di libertà di insegnamento e di uguaglianza rimangono principi fondamentali. La politica di integrazione messa in atto a partire dal 1983 va a contribuire a una più grande visibilità della comunità musulmana in quanto tale così come al riconoscimento dell’islam. I poteri pubblici accordano permessi di costruzione per le moschee, ampie sovvenzioni alle associazioni, ai media e alle scuole musulmane. I musulmani vedono molte delle loro rivendicazioni soddisfatte, come quelle che riguardano la macellazione rituale, la possibilità di prendere giorni di permesso (pagati o meno) per motivi religiosi, l’insegnamento coranico nelle scuole pubbliche e la creazione di scuole islamiche sovvenzionate dai poteri pubblici (3). Le loro associazioni vengono consultate dai responsabili politici che si occupano della questione dell’integrazione. Da un lato, in nome della separazione tra stato e chiesa, i musulmani (dal 1983) non possono granché sperare in un sostegno pubblico per questioni riguardanti la sfera religiosa. Dall’altro, appartenendo nella loro stragrande maggioranza a «minoranze etniche» ovvero, agli occhi dei poteri pubblici, a popolazioni svantaggiate essi devono essere aiutati affinché si trovino su un piano di uguaglianza con gli «autoctoni». Se, dal 1986, lo stato non sovvenziona più la costruzione di chiese o moschee, le associazioni musulmane possono ottenere sovvenzioni se seguono un percorso «che favorisca l’integrazione». Durante gli anni di forte immigrazione (’60-’70), e anche negli anni ’80, la maggior parte degli olandesi - a eccezione dell’estrema destra - ha accolto questi nuovi venuti in modo piuttosto favorevole, almeno in apparenza. Il rapporto del 2004 dell’Ufficio del piano sociale e culturale (Scp) ci informa invece che nel corso di questi ultimi anni una parte di olandesi si preoccupa dell’arrivo di questi lavoratori ospiti, sempre di più chiamati «alloctoni», che vengono a far loro concorrenza sul mercato del lavoro e in particolare nei settori di lavoro poco qualificato (4). In un periodo di recessione economica, la preoccupazione dà spesso spazio al rigetto. Ma in piazza non se ne parla. Razzismo e intolleranza nei Paesi bassi sono tabù. Durante l’estate del 1991, il leader della destra liberale - e futuro commissario europeo «sotto» Romano Prodi - Frits Bolkestein apre tuttavia un dibattito sul modello di integrazione e sull’islam, le cui norme e valori sarebbero «incompatibili» con quelli della società olandese - liberalismo, tolleranza ed emancipazione. Bolkenstein redarguisce poi la sinistra olandese, che accusa di ingenuità e di cecità rispetto all’islamismo rampante. Verso la fine degli anni ’90, una parte sempre più ampia dell’opinione pubblica e numerosi politici e intellettuali rimettono in causa il «modello olandese» della «società multiculturale». Le critiche diventano così violente che i poteri pubblici decidono un ri-orientamento ed esigono dai nuovi arrivati e dalle minoranze che si adattino meglio alla società che li accoglie. Il 30 novembre 1998 entra in vigore la legge relativa all’integrazione (Win), che obbliga ogni «nuovo venuto» a iscriversi a uno «corso di integrazione» a compimento del quale verrà deciso se deve seguire un programma che comprenda dei corsi di olandese, di orientamento sulla società olandese così come dei corsi di orientamento professionale (5). Peraltro, i poteri pubblici si chiedono se si debba permettere ai musulmani di fondare le loro istituzioni. Oltre al timore di ingerenze straniere o di influenza delle organizzazioni islamiche internazionali, alcuni avanzano che questo potrebbe frenare la loro integrazione. I poteri pubblici hanno ormai istituito la formazione di imam in olandese. Nel gennaio 2000, Paul Scheffer, uno degli intellettuali faro della socialdemocrazia, si preoccupa della «sovrarappresentazione» della seconda generazione di immigrati nelle statistiche della disoccupazione e della delinquenza (la disoccupazione dei giovani provenienti dall’immigrazione turca e marocchina è del 10%, ovvero tre volte più di quella dei giovani olandesi «puri») e dell’attendismo dei poteri pubblici. Come Bolkenstein, Scheffer ritiene che i musulmani debbano rispettare l’evoluzione della società verso un maggior liberalismo (dei costumi), la separazione stato-chiesa, i diritti delle donne e degli omosessuali. La famosa tradizione di tolleranza maschera, secondo lui, molta indifferenza e condiscendenza: «Viviamo gli uni accanto agli altri, senza incontrarci: ognuno con il suo bar, la sua scuola, i suoi idoli, la sua musica, la sua fede, il suo macellaio e presto la sua strada o il suo quartiere (6)». L’islam come fattore di non integrazione diventa un tema tanto più presente quanto la critica viene fatta da intellettuali o da scrittori conosciuti, essi stessi provenienti dall’immigrazione. In un’intervista alla rivista Elsevier, nell’aprile 2003, lo scrittore di origine marocchina Hafid Bouazza dice: «Non dobbiamo svendere la libertà in nome del multiculturalismo.» Dopo aver subito a 5 anni l’escissione e fuggita in seguito dal suo paese, nel 1992 per evitare un matrimonio obbligato, la deputata Ayaan Hirsi Ali conduce dal canto suo una vera crociata contro l’islam in nome del femminismo e del liberalismo. Le sue critiche vengono mal accettate da una parte della comunità musulmana. Il suo ateismo militante mette a disagio anche gli olandesi, sensibili del resto alle sue argomentazioni. Il problema (della sconfitta) dell’integrazione degli «alloctoni» di cultura musulmana è diventato man mano il tema di società numero uno nei Paesi bassi, anche all’interno della sinistra. Portavoce della sinistra verde, Femke Halsema si è pubblicamente preoccupata del fatto che molti giovani provenienti da famiglie immigrate turche o marocchine vadano a cercare una moglie (o un marito) nel paese d’origine dei genitori, e che quindi ci siano così pochi matrimoni misti. L’omicidio di Theo Van Gogh ha messo l’insieme della società di fronte al terrorismo cosiddetto islamico, fenomeno che essa credeva riservato all’estero. I servizi di informazione generale olandesi (Aivd), stimano il numero di islamisti radicali attivi nei paesi bassi i 100 e 200; e tra 1.000 e 1.500 le persone che graviterebbero intorno a questa tendenza estremista. In ogni modo, pur facendo notare che «un debole potenziale di estremismo religioso può, in alcune circostanze, essere sufficiente per provocare un serio sconvolgimento della società», la pubblicazione del Scp dedicata alla religiosità dei turchi e dei marocchini che vivono nei Paesi bassi conclude che il loro entusiasmo per «l’ostracismo religioso» è piuttosto debole e che l’islam viene sempre di più vissuto in modo individuale. Siamo lontani da una pretesa «minaccia islamica». Eppure, dall’11 settembre, si ordina loro di pronunciarsi sul terrorismo di al Qaeda e di condannarlo con più vigore dei non musulmani. Chiediamo forse ai cattolici di renderci conto quando l’Esercito repubblicano irlandese (Ira) commette attentati mortali in nome del cattolicesimo? L’attuale dibattito sembra trascurare un dato essenziale dell’integrazione degli «alloctoni» (musulmani o meno): quello della loro integrazione socio economica. A dispetto di recenti e netti miglioramenti, il rapporto 2003 del Scp constata che nella categoria attiva, solo la metà degli alloctoni non occidentali ha un lavoro - questa cifra è ugualmente dovuta alla partecipazione insufficiente delle donne e al fatto che molti alloctoni sono giovani e vanno ancora a scuola. Rimangono sovrarappresentati nei mestieri poco qualificati e mal pagati. Un quarto tra loro riceve i sussidi di disoccupazione (10% della seconda generazione). Molti immigrati turchi e marocchini della prima generazione vivono del sussidio di incapacità nel lavoro (Wao) (7) che dopo la seconda crisi petrolifera nel 1979 «è stato usato su vasta scala per attenuare le ricadute dell’esclusione dal mercato del lavoro dei lavoratori immigrati turchi e marocchini. Così si offriva loro una copertura confortevole ma in quanto gruppo gli si infliggeva il sospetto di inattività economica (8)». In una tesi di dottorato sostenuta nel febbraio 2005 il sociologo Frank van Tubergen ha mostrato che i datori di lavoro preferiscono assumere «personale bianco e cristiano (9)». Questa discriminazione nelle assunzioni, spiega in parte perché il tasso di disoccupazione degli «alloctoni» sia cinque volte più alto che tra gli autoctoni e perché molti di loro non abbiano più energie per protestare. Non si può non constatare una relativa concentrazione di alloctoni non occidentali nei quartieri vecchi e pauperizzati delle grandi città. Gli olandesi parlano allora, e senza virgolette, di quartieri neri. Molte famiglie autoctone si trasferiscono nei comuni vicini, e per timore di un insegnamento di qualità inferiore, mandano i loro figli nelle scuole chiuse o poco aperte ai figli di immigrati, le cosiddette scuole bianche. La micro-classe media emergente alloctona inizia a imitare questo comportamento. In un saggio molto critico sul clima attuale e in particolare sul comportamento di una buona parte dei media e della classe politica, lo storico Geert Mak (10), mette in guardia i suoi concittadini contro la propaganda semplificatrice dei «mercanti della paura» e la tentazione del neo-populismo nazionalista. Li esorta a riprendere la propria tradizione di dialogo e di concertazione, e a non lasciarsi trascinare in un confronto tra culture e religioni. |
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