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L´accampamento dei disperati in attesa della barca promessa

da repubblica.it del 10 giugno 2005

10 giugno 2005

di ATTILIO BOLZONI

Il villaggio di Zuwarah è oggi il principale porto d´imbarco utilizzato dai mercanti di schiavi - Una striscia di deserto affacciata sul mare al confine tra Libia e Tunisia: è da qui che salpano le carrette che puntano verso l´Europa.
Oggi i boss non hanno nemmeno più bisogno degli scafisti: vendono la nave agli immigrati e poi la traversata è fai-da-te.

Viaggiano anche per settimane su sgangherati furgoncini e nei cassoni dei camion, trasportati come bestie, poi ammassati in quel caravanserraglio che è diventato il villaggio di Zuwarah. Sotto le tende e sotto le palme aspettano il loro «capitano» e la nave promessa. Pagano sempre in dollari e muoiono sempre in mezzo al mare. E´ l´ultima rotta dei mercanti di uomini quella libica, è l´ultimo passaggio per l´altro mondo. Dopo le coste turche, dopo i porti maltesi e quelli tunisini, partono soprattutto da questo deserto i carichi di clandestini. L´accampamento è controllato da boss di Sfax e di Capo Bon, ci sono complici libici naturalmente, ci sono bande centro africane che gestiscono i viaggi via terra, ci sono intermediari egiziani che dirottano migliaia e migliaia di schiavi provenienti anche dall´Oriente. Tutti o quasi tutti approdano ormai in fondo all´Italia, è in Sicilia che sbarcano, è questo il fianco scoperto dell´Europa dopo la grande invasione dai Balcani. Quelli della Guardia Costiera di Lampedusa se n´erano accorti almeno dal gennaio scorso. Da qualche tempo intercettavano velocissimi gommoni al largo, erano scafi grigi fabbricati a Tripoli. Facevano proprio come gli albanesi alcuni anni fa, invece di attraversare l´Adriatico li facevano sfrecciare sulle onde del Mediterraneo. Piccoli trasporti, dieci o dodici o quindici passeggeri per ogni traversata con il traghettatore che li scaricava sugli scogli (o in acqua) e poi se ne tornava indietro. Un paio di volte hanno preso lo scafista e sequestrato il gommone, i clandestini - dopo aver fornito false indicazioni sul luogo di partenza - confessavano agli agenti il porto di imbarco: era sempre quello di Zuwarah. Ma erano prove generali quelle sui gommoni grigi. Dopo i piccoli carichi di schiavi è partito il commercio alla grande. E senza eccessivi rischi per i mercanti.
Il business funziona pressappoco così. Li fanno arrivare fino a Zuwarah, li tengono lì per qualche giorno, poi a un gruppo di ottanta o cento o centodieci clandestini fanno comprare un barcone, nominano uno di loro comandante dell´imbarcazione, gli mettono in mano una carta nautica e mollano le cime. Incassano fino a 100 mila dollari, circa 1000 dollari a persona per un «viaggio tutto compreso» senza utilizzare scafisti e senza il pericolo di farsi arrestare dalla polizia italiana. Si sono fatti furbi gli schiavisti, godono protezioni in tutto il Magreb, sono svelti nel cambiare rotte e strategie. Si sentono padroni nel Mediterraneo. Negli ultimi due anni le loro basi operative sono state velocemente spostate da Gibilterra fino ad Alessandria d´Egitto e oltre ancora. Nel 2000 salpavano dalle coste turche le loro navi e si dirigevano verso la Calabria, pochi mesi dopo è diventata Malta il centro di ogni traffico con le barche che scaricavano migliaia di clandestini sulle coste del Ragusano, nel 2001 e nel 2002 hanno scelto come punti di imbarco i porti e le baie della Tunisia e per ultimo quella striscia di deserto al confine libico. I capi sono quasi tutti tunisini e operano quasi indisturbati in molti Paesi. Raccontava qualche mese fa Zina Saidi, una tunisina di Kairouan che per un po´ di tempo ha fatto commercio di schiavi tra la penisola di Capo Bon e La Valletta: «Nelle polizie di alcuni paesi e in tutti quei reparti che dovrebbero sorvegliare il mare ci sono uomini senza scrupoli, molti sono venduti... a volte incassano una tangente per far passare i pescherecci, altre volte si mettono d´accordo con i trafficanti per portare via tutti i soldi ai clandestini». La donna un paio di anni fa si è pentita, a Malta i suoi ex soci l´hanno sequestrata mozzandole le orecchie, è riuscita a fuggire in Italia dove ha rivelato nomi e storie di alcuni trafficanti di «esseri umani».
A Tunisi molti di loro sono ancora liberi. Scorrazzano dalla capitale fin giù a Sousse o a Sfax sui loro fuoristrada per contattare «mediatori», ricevono in bar della capitale o in lussuosi alberghi sulla costa di Hammamet gli «ordini» per questo o quell´altro imbarco, gestiscono anche loro accampamenti dove raccolgono gli schiavi prima di caricarli sulle loro carrette. Uno dei grandi campi tunisini è nella laguna di Korba, campagna rigogliosa e fenicotteri a centocinquanta chilometri da Tunisi. Il capo dei capi dei negrieri di quella zona e forse dell´intera Tunisia è Baddar Driss, un malavitoso di Menzel el Bouzelfa che chiamano «lo sfregiato» per una vistosa cicatrice che segna la sua guancia destra. La sua ciurma è là nella laguna, i suoi luogotenenti sono sparsi dal nord fino al deserto salato intorno a Tozeurs. Lui fa traffico di schiavi solo dalla Tunisia, molti dei suoi compari vanno avanti e indietro da Malta. Come faceva fino a poco tempo fa «Donna Provvidenza» - vero nome Fatma Kalloufi - un´altra tunisina che aveva preso casa e perfino marito a La Valletta proprio per smistare carichi di egiziani e pakistani verso la Sicilia. E´ andata male a «Donna Provvidenza». Dopo una cinquantina di sbarchi è stata arrestata e rispedita a Tunisi. Però non si sa bene che fine abbia fatto. Addosso ad alcuni negrieri della sua cosca hanno trovato un po´ di carte. Nomi di italiani. Numeri di telefono italiani. Indirizzi italiani. E´ cominciata così un´indagine sulle coperture che i trafficanti di uomini del Magreb potrebbero avere anche qui, in Sicilia e nel nord Italia. Fino ad ora si è scoperto poco e niente, solo vaghi sospetti su presunti fiancheggiatori, personaggi comunque fuori dal grande giro del crimine organizzato. In tutta questa vicenda del traffico internazionale di schiavi si può affermare - almeno al momento - che le nostre mafie e soprattutto quella siciliana siano totalmente disinteressate. Una spiegazione convincente c´è. Ai disperati che riescono ad approdare sulle nostre coste non c´è da spremere più nulla.