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Come sarà l’Italia del 2020? Basta andare a piazza Vittorio

di Amara Lakhous*

17 gennaio 2007

"Solo all’Esquilino possiamo renderci conto che italiani non si nasce ma si diventa".
Il rischio di creare in futuro NigeriaTown, IndiaTown: sarebbero funghi mortali.

Finalmente si parla di piazza Vittorio nei telegiornali e nei quotidiani nazionali. Purtroppo la circostanza non è felice. Un incendio notturno, spero che sia un incidente, porta alla luce una realtà drammatica che ci mette di fronte ad una verità nuda e cruda: la casa a Roma è un lusso per via degli affitti alti. Si parla sempre di più, e senza imbarazzo, del subaffitto di seconda mano o di terza mano dove il posto letto costa quanto una stanza singola. E così la casa non è più la dimora della tranquillità e della serenità ma un semplice dormitorio, quindi si torna a casa solo per dormire qualche ora, il tempo di riprendere le forze e andare via in fretta per evitare una convivenza forzata ed inumana.
Il posto letto non ti garantisce la libertà di cucinare il tuo piatto preferito o vedere un film in dvd in santa pace, insomma bisogna dimenticare la parola "intimità". Lo spazio è molto stretto e sei costretto a dividerlo con tanti compagni di sventura. Questo lo sapevano benissimo i 14 bengalesi e la signora italiana; gli inquilini dell’appartamento di via Buonarroti, 39.
Ho dedicato un capitolo del mio romanzo "Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio" a un bengalese di nome Iqbal Amir Allah perché sono rimasto sempre affascinato della solidarietà che esiste tra i bengalesi. Non si è mai visto un bengalese senza fissa dimora a Roma e non mi ricordo di avere incontrato bengalesi nelle mense della Caritas e di Sant’Egidio.
Oggi la comunità dei bengalesi svolge i compiti dell’Istituzione, garantendo un ‘welfare casereccio’ e offrendo ai suoi membri una possibilità di sopravivere ai tempi durissimi della Bossi-Fini. C’è sempre un tetto, un piatto di riso, un sorriso affettuoso per un bengalese bisognoso. Questa è la forza della comunità.

Occorre ripetere fino alla noia che la legge attuale sull’immigrazione rende il cittadino immigrato vulnerabile ma soprattutto ricattabile di fonte al datore di lavoro e al proprietario di casa. È ingiusta perché, collegando il contratto di soggiorno a quello di lavoro, nega di fatto al lavoratore immigrato il diritto di essere disoccupato in un mondo sempre flessibile, come ripetono sempre i sindacati. E l’incubo di diventare clandestino da un momento all’altro è sempre dietro la porta.
Inoltre, non avendo diritto di voto da mettere sulla bilancia dei rapporti dei poteri, non c’è nessuna tutela per gli immigrati al di fuori della propria comunità. Fuori dal gregge c’è il lupo cattivo allora conviene rimanere nel ghetto. Non importa la conoscenza della lingua, della cultura, eccetera perché l’incontro e la comunicazione con il diverso sono una perdita di tempo. È proprio qui risiede il grande pericolo, temo che possano spuntare funghi mortali; comunità autogestite e apparentemente autosufficienti, che saranno chiamate un giorno ChinaTown o BengladesheTown o NigeriaTown o IndiaTown. L’Italia non merita questo futuro.
Ho sempre sostenuto: chi vuole vedere l’Italia del 2020 deve andare a piazza Vittorio. Lì è possibile incontrare una ragazzina cinese che parla in romanesco o sentire un bambino bengalese magari con la maglietta di Totti che canta: "Roma Roma Roma, core de stà città, unico grande amore, de tanta e tanta gente, che fai sospirà". È solo all’Esquilino possiamo renderci conto che italiani non si nasce ma si diventa.
Piazza Vittorio rimane, nonostante la morte Mary Begum e suo figlio Hasib, una grande opportunità per tracciare il modello italiano per l’integrazione, basato su una vera politica di cittadinanza e non sulla retorica dell’ospitalità all’italiana. Siete tranquilli, gli immigrati si sentiranno ospiti quando torneranno nei loro paesi di origine. Ognuno di noi è condannato prima o poi a sentirsi straniero o ospite da qualche parte. Nel frattempo e in attesa dei tempi migliori, la speranza è l’ultima a morire, i bengalesi e loro fratelli immigrati sono sospesi tra una cittadinanza negata anche se pagano le tasse e le continue scadenze del permesso di soggiorno che rafforzano l’essere vulnerabile o l’EXTRA-COMUNITARIO.

*Amara Lakhous è uno scrittore algerino che da anni lavora a Roma e ha vissuto parecchio tempo a piazza Vittorio.