|
||
cittadinanza > intervisteCittadini illegali e centri di detenzione amministrativa nell’Europa allargataIntervista a Enrica Rigo, autrice di Europa di confine8 febbraio 2007Enrica Rigo, autrice di Europa di confine. Trasformazioni della cittadinanza nell’Unione allargata, edito da Meltemi discute con Melting Pot la funzione dei Centri di Permanenza Temporanea e le diverse caratteristiche della cittadinanza in Europa. Europa di confine. Trasformazioni della cittadinanza nell’Unione allargata
Domanda: Dal tuo libro sembrano emergere due Europe. Da una parte abbiamo un’Europa arenata nella discussione sulla sua costituzione formale, quella che dovrebbe qualificarsi come fonte del diritto al di sopra degli stati nazionali che la compongono. Però dall’altra parte abbiamo un’Europa che c’è già, e che è data dalla sua costituzione materiale, che si fonda su una continua espansione, ad est e verso il sud, ma allo stesso tempo si basa però su una continua differenziazione al suo interno, che si serve di dispositivi di inclusione ed esclusione variabili e, soprattutto dinamici. E’ un’Europa che si dà nelle sue pratiche disciplinari e punitive come i centri di permanenza temporanea… Risposta: I CPT, in tutte le diverse forme in cui li conosciamo in Europa - quindi anche come Transit Processing Centres, Centri aperti eccetera - sono dal mio punto di vista paradigmatici anche di che queste due Europe tu mettevi in evidenza, ossia un’Europa che anche formalmente è l’Europa degli Stati Nazione e al contempo di un’Europa che, se anche non è ancora istituzionalizzata come tale, è in realtà molto più ampia. Dico questo perché se si guarda la funzione che assumono oggi i CPT in Europa accanto alla funzione classica che noi conoscevamo all’interno dei vari stati nazione, dalla Germania a partire dagli anni ’60-’70 alla Francia, che era quella di espellere gli immigrati illegali, quindi di fungere da confine ‘in uscita’ dall’Europa, oggi i CPT sono e diventano sempre più anche un confine ‘in entrata’ nell’Europa stessa, e quindi un confine che si imprime sugli individui come elemento di differenziazione. Noi abbiamo conosciuto questa celebre definizione dei CPT come spazi di eccezione per “purificare” il corpo della nazione. Oggi non è più così. Oggi i CPT sono un’istituzione anche in ingresso nei confronti dell’Europa ed i crescenti processi di esternalizzazione lo mostrano, anche se non sono formalmente europei i CPT lo sono nel momento in cui stabiliscono un confine con lo spazio europeo. Si tratta di un confine che non mira necessariamente a trattenere al di fuori i migranti, ma piuttosto ad imprimere una differenziazione. D: Proprio su questo, dal tuo libro emerge chiara la definizione e l’esistenza di diversi status per i soggetti che attraversano o abitano lo spazio europeo . Uno dei più emblematici è quello, paradossale, di ‘cittadino illegale’, ossia un individuo la cui esistenza è ben nota e che tuttavia è illegale e minacciato costantemente di espulsione. La caratteristica interessante che emerge dal tuo libro è che, per usare un altro termine paradossale, questi status sono dinamici: l’essere regolare, irregolare, passibile di espulsione, emarginato, integrato o addirittura naturalizzato non sono condizioni date una volta per tutte ma spesso non sono altro che momenti di una stessa vita migrante. R: Esattamente. Io ho usato l’espressione “cittadini illegali” in termini provocatori. Noi non sentiamo mai parlare di ‘cittadini’ illegali , ma di ‘migranti’ illegali. Comunemente si parla infatti di ‘riconoscimento dei diritti ai migranti’ quindi di riconoscimento di diritti sostanzialmente parziali: ai migranti in quanto lavoratori, ai migranti in quanto familiari di lavoratori e così via, mentre l’esperienza umana non è divisibile in parti e questo rende paradossali e sempre eccedenti le rivendicazioni dei migranti rispetto a quello che è la loro ricomposizione istituzionale. Mi sembra abbastanza significativa oggi la richiesta di regolarizzazioni dei migranti, che non chiedono semplicemente la cittadinanza europea o la cittadinanza nazionale, ma chiedono il riconoscimento del loro essere già qui, di qualcosa che già esiste e chiedono che questo riconoscimento avvenga anche al di fuori dei paletti istituzionali che ancora oggi vengono messi dalla cittadinanza nazionale visto che non esiste una cittadinanza europea. D: Uno degli esempi di questi ‘spazi di diversa circolazione’ è la possibilità per i governi nazionali di introdurre e prorogare a propria discrezione il divieto di accesso al lavoro per i cittadini entrati nell’Unione Europea, limitazione nei diritti che si è verificata nel maggio 2004 ma anche adesso con l’ingresso di Bulgaria e Romania nell’UE. R: Sicuramente si può interpretare in questo senso tutta una serie di politiche dell’Unione Europea che vanno anche al di là dell’allargamento a Est, quindi ad esempio tutta la questione della ‘Neighbouring Policy’ in cui si parla apertamente di patti diversi di circolazione ad esempio per quanto riguarda i programmi con il Mediterraneo. L’Europa si occupa non solo di pensare alla gestione dei flussi verso l’Europa, ma anche tra i paesi che chiama Sud sud del Mondo, come i rapporti tra il Marocco ed i paesi dell’area africana occidentale. C’è chi ha detto che sono stati i migranti a riportare la Libia in Europa ed in un certo senso questo è vero pur con tutta la violenza che questo comporta (visti i rapporti sui centri di detenzione in Libia). E’ anche vero però che questo costituisce una grossissima opportunità per pensare all’Europa non in termini di chiusura, ma in termini di spazio politico nuovo e molto più ampio di quello che viene normalmente definito dal limite dei confini Schengen, è uno spazio politico che ci permette di agire in un modo che va verso l’idea di un movimento globale. A cura di Neva Cocchi e Marco Tullio Liuzzas, Progetto Melting Pot Europa |
||