da Il Manifesto del 10 gennaio 1997

La prima lista di naufraghi di Massimo Giannetti

L'elenco stilato dall'ambasciata pachistana di Atene. A Roma circola anche tra gli immigrati. Ma finora il governo italiano non l'ha preso in considerazione

La lista dei fantasmi comincia a circolare verso le due del pomeriggio alla stazione Termini, tradizionale luogo di incontro degli immigrati a Roma. Passa di mano in mano tra i pachistani che da giorni aspettano notizie certe della sorte dei loro amici e parenti spariti nel nulla nelle acque del Mediterraneo la notte di Natale. Due fogli pieni di nomi, cognomi e città di provenienza di 68 delle circa 300 persone (tra indiani, pachistani e Tamil dello Sri Lanka) maufragati nel canale di Sicilia: tra i cittadini del Pakistan 31 sono i dispersi, 37 i superstiti (questi ultimi tutt’ora trattenuti in Grecia).

E’ la conferma di ciò che la comunità pachistana (poco più di 1500 persone a Roma, 13 mila in tutta Italia) non avrebbe mai voluto sapere. La lista, fino a ieri ignota, ora è ufficiale ed è stata resa nota dall’ambasciata del Pakistan. E’ stata trasmessa l’altro ieri dai diplomatici del paese asiatico in Grecia, che nei giorni scorsi hanno visitato i superstiti attraverso i quali sono riusciti a dare un’identità a tutte quelle persone ancora disperse e che vengono date ormai per morte. All’appello mancherebbero anco-ra una ventina di pachistani, tutti quelli che, secondo le testimonianze raccolte sempre tra i superstiti, si sarebbero imbarcati sulla nave maledetta partita presumibilmente ai primi di dicembre da Alessand-ria d’Egitto. Complessivamente i clandestini pachistani diretti in Europa sarebbero stati infatti 88.

Appena si è sparsa la voce dell’esistenza dell’elenco ufficiale dei dispersi, la sede dell’associazione romana dei pachistani di piazza Vittorio, dove è stata improvvisata una sorta di unità di crisi, è stata tempestata di telefonate, di gente che va e viene, che scorre la lista e chiama i propri familiari per rassicurarli o, nella peggiore delle ipotesi, per dare la brutta notizia. Nel tardo pomeriggio Hazhar, presidente dell’associazione, racconta che sono arrivate telefonate da diverse città italiane, molte da Modena, dove risiedono molti asiatici: “Ci ha chiamato anche un nostro concittadino da New York – dice – al quale ho dovuto dare la notizia della morte di suo fratello, era il quinto della lista dei dispersi”.

Gulmir, sui 40 anni, risiede a Roma dove ha sposato una donna italiana. Nel naufragio, racconta con voce concitata, “ho perso 11 amici, abitavano tutti nel mio paese, a Todher nella provincia di Swabi. L’altro giorno mi ha telefonato dalla Grecia Shakurd, un mio amico che è vissuto a Roma tre anni fa, e mi ha raccontato quello che era successo. Anche lui stava sulla nave, voleva tornare in Italia ma non aveva il permesso di soggiorno, quindi ha tentato di arrivare da clandestino. Si è salvato per miracolo: è stato tirato su con una corda mentre l’altra imbarcazione sulla quale erano stati scaricati stava affondando”.

I pachistani romani sono in agitazione da una settimana. Le scarne notizie del naufragio sono arrivate per lo più nel modo in cui le racconta Gulmir, attraverso amici, o per sentito dire. Anche l’ambasciata del Pakistan a Roma ha faticato non poco per sapere la verità. Dalla sede diplomatica sono costernati soprattutto del disinteresse delle autorità italiane per la tragedia dei clandestini. La diplomazia del paese asiatico è intervenuta con insistenza presso il ministero degli esteri e la marina militare. Ma fino ad ora non hanno avuto nessuna risposta. In Pakistan invece la notizia della tragedia ha avuto molto spazio sulla stampa. Del naufragio ne ha discusso anche il senato chiedendo al governo di adoperarsi verso le proprie ambasciate dei paesi del Mediterraneo. Cosa che poi è stata fatta.

Allo stato è impossibile sapere quante siano state realmente le persone che hanno perso la vita per l’affondamento della piccola imbarcazione sulla quale erano stati ammassati circa 300 clandestini scaricati durante il tragitto dalla nave che li avrebbe dovuti portare in Europa. In pochi, sembra, erano diretti in Italia. La maggior parte speravano di arrivare probabilmente in Spagna. Sulla Friendship (il nome è tutto un programma) battente bandiera panamense, i clandestini, dicevamo, sarebbero partiti dall’Egitto ai primi di dicembre.
Il naufragio, in base alle testimonianze dei sopravvissuti, è avvenuto dopo varie peripezie. Gli immigrati sarebbero stati scaricati almeno quattro volte da altrettante imbarcazioni. L’ultima, quella fatale, poteva contenere al massimo un’ottantina di persone. Subito dopo il naufragio, gli organizzatori del viaggio hanno chiesto soccorso via radio. Ma per molti ormai non c’era più nulla da fare.
Sempre secondo testimonianze che arrivano frammentarie, da parte dei membri dell’equipaggio del peschereccio naufragato vi sarebbe stato anche il tentativo di disfarsi del più alto numero di clandestini. Uno dei sopravvissuti, portato poi insieme ad altri in Grecia da una nave battente bandiera dell’Honduras (intervenuta successivamente), avrebbe scritto una lettera alla madre in cui raccontava di aver visto sparare contro chi tentava di mettersi in salvo.