A cura della redazione del Progetto Melting Pot Europa

Ricerca sul Programma Nazionale Asilo

Intervista a Carolina Zincone, coordinatrice e autrice della ricerca

Il PNA nell’ambito delle sue attività ha posto attenzione anche alla costruzione di un sapere che possa sedimentare l’esperienza di un anno di lavoro dei centri di accoglienza che hanno aderito al progetto ospitando richiedenti asilo e rifugiati.
In questo ambito infatti il sapere è ancora in una fase di sperimentazione.
Proprio per questo appare estremamente importante cominciare a riflettere sui vari problemi che si sono evidenziate lungo quest’anno di esperienza.
In ottobre è stata presentata a Roma la ricerca-intervento dal titolo “Torniamo all’asilo. Uno studio per il Programma Nazionale Asilo” coordinata da Carolina Zincone.
La ricerca ci appare un primo significativo prodotto per valutare questo sistema di accoglienza nel suo insieme ponendo particolare attenzione ad alcuni punti cruciali del complesso intervento con i richiedenti asilo e i rifugiati .
L’intervista che segue con Carolina Zincone, coordinatrice e autrice della ricerca entrerà nel merito delle problematiche e dei risultati.

Domanda: Può illustrarci gli obbiettivi della ricerca?
Risposta: Gli obiettivi erano da un lato individuare i bisogni e le aspettative dei beneficiari (richiedenti asilo, rifugiati, persone con permesso di soggiorno umanitario)del PNA, dall’altro il suggerimento dei percorsi per rispondere alle loro esigenze. Inoltre per un miglior funzionamento del Programma e delle condizioni di accoglienza, integrazione.

D: Rispetto a questo che cosa è emerso?
R: Sostanzialmente i risultati sono di due tipi. I primi indicano dei problemi di tipo relazionale cioè che hanno a che vedere con il rapporto tra i beneficiari e gli operatori dei centri di accoglienza che hanno lavorato e lavorano con loro e le istituzioni. I secondi sono problemi di tipo istituzionale-strutturale cioè che indicano un contesto dentro il quale le problematiche dei beneficiari dovevano essere risolte ma spesso questo è stato difficile. Quindi da un lato abbiamo analizzato i problemi soggettivi e di relazioni e dall’altra problemi strutturali.

D: Che cosa è emerso nel rapporto tra beneficiari e operatori?
R: Ne è emerso un triangolo che bisognerebbe evitare che si cristallizzasse. Un triangolo tra il beneficiario che si vede, ed è visto, dall’operatore come vittima e l’operatore come soccorritore che si sobbarca di diversi compiti, più grandi di lui. Infine un mondo esterno rappresentato dalle istituzioni poco presenti, perciò vissute come lontane. Quindi in questo rapporto l’operatore si deve improvvisare spesso come insegnante di lingue, psicologo, come esperto di settori che non sono di sua competenza, assumendosi delle responsabilità troppo grosse.

D: E a livello istituzionale?

R: Abbiamo definito la distanza tra i beneficiari e le istituzioni, visto come mondo alieno ed esterno.
Per quanto riguarda invece le strutture dei centri vi è una grande eterogeneità e flessibilità di strategie, le differenze sono notevoli soprattutto tra i centri situati al nord, centro e sud Italia. In ogni posto ci sono dei problemi diversi da risolvere, in particolare al nord la questione del lavoro è meno grave ma è molto più difficile trovare un alloggio per i beneficiari del Programma, importante per la loro emancipazione dal programma stesso.

D: Tra i vari centri per l’accoglienza esistono diversità significative sulla gestione e il rapporto dei servizi offerti agli ospiti?
R: Ogni centro ha offerto qualcosa di nuovo e di buono e l’intento della ricerca è proprio quello di condividere i risultati migliori. In particolare il centro di Venezia è caratterizzato da molte iniziative che vanno anche oltre quella della semplice assistenza e alloggio. Molto spesso il problema dei beneficiari è il non saper impiegare il proprio tempo per cui iniziative extra sono molto utili e andrebbero condivise e sperimentate in altri centri.

D: Dopo aver concluso la ricerca, si è fatta un idea di come i beneficiari giudicano l’accoglienza messa in campo con il PNA?
R: Penso che ci sia un grosso problema di aspettative. Fin dall’inizio il PNA sicuramente ha suscitato aspettative molto alte e in qualche caso è stato impossibile non deluderle nel senso che il programma da una parte ha voluto accogliere molte persone ma i finanziamenti erano limitati fin da l’inizio. Vi è stato poi un problema d’informazione per cui il beneficiario si aspettava un tipo di soluzione dei suoi problemi che non è sempre stato possibile proporre. Credo che comunque i beneficiari possano essere contenti del progetto che è stato un esperimento pilota e senza precedenti in Italia. Rimane ancora molto da fare soprattutto per quanto riguarda la formazione degli operatori e del sostegno psicologico dei richiedenti asilo e rifugiati.

D: Sappiamo che il PNA ha grossi problemi di tagli e finanziamenti. Secondo lei quali saranno i problemi a cui ci si troverà di fronte sulla questione dell’asilo e dell’accoglienza in Italia?
R: Questo è un momento difficile perché di passaggio. Ci sono stati dei tagli, con riduzioni notevoli del finanziamento in cambio siamo in attesa di nuovi fondi, si dovrebbe creare un Fondo Nazionale per le Politiche dei servizi dell’Asilo. Attraverso questo fondo speriamo ci siano dei finanziamenti più stabili a cui fare riferimento per tutte le attività in modo definitivo.