A cura della Dott.ssa Paola Toniolo Piva

Anziani accuditi da donne straniere

Ricerca promossa dal Comune di Venezia, Assessorato Politiche Sociali

Un fenomeno recente

In Italia, non diversamente da quanto è successo in Europa, le famiglie stanno cambiando in fretta: diventano più “leggere”, come numero di persone nel nucleo convivente e al tempo stesso più “pesanti”, come carico di lavoro di cura. In questa ricerca viene utilizzata l’espressione lavoro di cura per designare l’insieme delle attività che una persona valida compie per aiutare nelle necessità quotidiane un bambino, un malato, una persona fragile: alzare e vestire, coricare, pulire la persona, pulire la casa, accudire animali domestici, fare la spesa, preparare il cibo, imboccare, accompagnare per casa e fuori casa, chiamare il medico se necessario, invitare amici che tengano compagnia, fare la fila in posta e in banca, sbrigare pratiche burocratiche (1). Si tratta di un lavoro che gli adulti fanno normalmente senza ricorrere ad aiuti esterni, quando la “cura” non esige prestazioni troppo gravose e quando il lavoro esterno alla famiglia non è sottoposto a vincoli particolari, come orari disagiati e lunghe trasferte lontano da casa.

Sono state fatte molte ricerche per descrivere, quantificare le ore, stimare il valore economico di questo particolare lavoro. Nel corso di 15 anni, dal 1983 al 1998 l’Istat stima che il numero di persone sopra i 14 anni impegnate in lavoro di cura sia sostanzialmente immutato e costituisca il 21% della popolazione. Gli aiuti forniti per un familiare non convivente nel 1998 ammonterebbero a 331 milioni di ore al mese e 2 miliardi 840 milioni all’anno. L’insieme delle ore poggia per due terzi sulle spalle delle donne e un terzo sugli uomini. Le regioni del nord-est sono quelle in cui gli abitanti si dedicano in maggior misura alla cura dei familiari (2). Questi dati, uniti ad altri riscontri empirici continuano a segnalare la relativa solidità dei legami familiari, sia tra i soggetti che convivono sotto lo stesso tetto, sia tra coloro che vivono separati. La presenza delle donne nel lavoro fuori casa, anche in aree professionali molto impegnative, non impedisce loro di continuare ad essere centrali nella gestione della casa e nella cura dei familiari, indipendentemente dalla classe sociale e dalla regione geografica (3).

Ma negli ultimi anni quest’area privata del vivere quotidiano sta diventando un campo di intervento delle politiche pubbliche, tanto a livello nazionale, quanto a livello locale: orario di lavoro e permessi per l’accudimento, orari dei servizi pubblici e ritmi urbani, servizi domiciliari e servizi di respiro sono tutte forme di welfare sensibili al sovraccarico psicologico e materiale che si addensa in certe situazioni. La legge sulla conciliazione dei tempi di lavoro e di cura (L.53/2000), la riforma dei servizi sociali (L.328/2000), ma soprattutto le sperimentazioni con i buoni servizio avviate in tanti Comuni italiani vanno viste come interventi di prevenzione contro l’esaurimento della risorsa famiglia. Le reti di aiuto tra conviventi (rete corta) e tra non conviventi (rete lunga), per quanto vitali e generose, non vanno stressate, altrimenti chi sta aiutando finisce per diventare egli stesso bisognoso di aiuto. Di qui l’interesse delle politiche sociali per le famiglie che utilizzano personale retribuito, fenomeno in crescita in tutto il paese e particolarmente nelle regioni ad alta occupazione e nei centri urbani, dove maggiori sono le distanze fisiche tra familiari non conviventi.

Quando la donna lavora con orari disagiati (turnista), quando la donna è capo famiglia, quando in famiglia ci sono piccini o molto anziani, il ricorso alla collaboratrice domestica diventa necessario, anche in presenza in loco di una rete articolata di servizi educativi e sociali. In questi casi, la donna inserisce in famiglia una persona retribuita, non tanto per dividere con lei il lavoro casalingo, bensì soprattutto per affidarle la cura di persone fragili, in sua assenza. Si viene così a creare un ruolo di mamma o figlia sostitutiva, che accudisce sì la casa, ma solo come attività integrativa a quella principale; il suo ruolo si configura più propriamente come assistente alle persone.

Nel corso della ricerca questa precisazione si è confermata particolarmente utile. In primo luogo, ciò spiega l’interesse dell’ente locale nei confronti di un mercato del lavoro privato, quello delle colf; infatti, quando si tratta di lavoro di cura e non di semplice lavoro domestico, l’attività assume una rilevanza sociale e diventa importante coordinare questo apporto nella rete dei servizi alla persona. In secondo luogo, nel lavoro di cura stanno entrando lavoratori stranieri, che presentano essi stessi bisogni sociali, necessità di sostegno e orientamento. L’indagine sul campo segnala che il mercato privato degli aiuti a casa si sta segmentando in comparti diversi, con profili distinti per i lavoratori domestici e i lavoratori di accudimento. In sede analitica conviene analizzare distintamente queste due occupazioni, che presentano problematiche e ritmi di crescita diversi.

In questa fase, si sta espandendo soprattutto la domanda di accudimento per anziani fragili o del tutto privi di autonomia. E’ questa l’area che tende a gonfiare il mercato delle colf. Profili emergenti dal lato della domanda:
– due anziani che vivono insieme (coniugi, fratelli) di cui almeno uno è disabile o va verso la perdita di autonomia
– disabile adulto che vive con genitori anziani
– disabile o anziano che vive da solo, in condizioni di salute molto fragili o in perdita di autonomia
– disabile o anziano totalmente privo di autonomia che vive con adulti impegnati in un lavoro esterno alla famiglia.

Su questi profili si concentra la presente ricerca; nuclei familiari che ricorrono a un aiuto retribuito, per molte ore al giorno o con la formula dell’ospitalità notte e giorno. La figura che più spesso ricopre questo lavoro è un collaboratore domestico, quasi sempre una collaboratrice domestica.

Benché questa figura sia regolamentata da un contratto nazionale da trent’anni e più, siamo in presenza di un lavoro per molti aspetti dai contorni nuovi, al punto che forse converrà cambiare nome alla figura stessa. Due novità vanno richiamate subito, prima di entrare nel merito delle tante differenze tra ieri e oggi. La prima salta agli occhi, perché è data dalla grande maggioranza di lavoratrici straniere. Questo aspetto verrà ripreso più oltre. La seconda novità è invece meno evidente e attiene al contenuto del lavoro affidato ai nuovi collaboratori domestici.

Chi lavora a fianco del datore di lavoro nell’ambiente di vita quotidiana svolge contemporaneamente sia attività per la casa, pulizia degli ambienti, preparazione dei pasti, lavanderia, ecc., sia attività per la persona, pulizia della persona, compagnia durante i pasti, sorveglianza nel riposo, aiuto nell’alzarsi e nel coricarsi, compagnia fuori di casa, pratiche burocratiche, sostegno al morale, raccolta di confidenze e così via. Questa mescolanza è tipica del modo di produzione domestico; le attività per la casa e quelle per le persone procedono in parallelo, si intrecciano nello stesso tempo, condividendo lo stesso spazio. Ma la differenza sottile è nello spostamento dall’asse prioritario. Mentre la colf tradizionale ha come compito prioritario la casa e come attività accessoria quella della cura degli abitanti, nella nuova figura la priorità si inverte. La lavoratrice viene assunta espressamente per aiutare una o più persone che non sono più in grado di badare a sé stesse.

In questo caso, benché siano ancora richieste competenze tradizionali di economia domestica, come cucinare, stirare, rammendare, pulire e simili, diventano cruciali le qualità primarie dell’accudimento, quali comprensione, pazienza e soprattutto disponibilità ad un orario lungo, a cui non di rado si aggiungono competenze che attengono alla sorveglianza infermieristica, pronto intervento e simili.

Il lavoro di colferaggio cede il passo a un lavoro di assistenza alla famiglia. Per esaminare questo mercato la ricerca è partita da interviste a una ventina di testimoni privilegiati, segnalati dal Comune; in allegato sono riportate informazioni e valutazioni raccolte da ognuno. Si tratta di persone che lavorano con gli anziani, con gli immigrati o con entrambi; un osservatorio parziale che verrà integrato con l’ascolto dei diretti interessati, mediante interviste individuali e di gruppo. Le interviste sono state realizzate nel periodo settembre-novembre 2001. L’attenzione maggiore si è concentrata sul segmento di mercato delle assistenti agli anziani, dove massima è risultata la concentrazione di stranieri irregolari. E questo è anche il fianco più debole della rete assistenziale.