da Il Manifesto del 20 aprile 2003

53 sudanesi «fantasmi» a Palermo di Patrizia Abbate

Palermo – «Forse era meglio restare nel mio paese, morire lì…». L’amarezza di Zacharia è racchiusa in poche parole, pronunciate senza enfasi. Ma lui non crede davvero che sarebbe stato meglio rimanere in Sudan, preda delle bande e della guerra che sta decimando il suo paese e che gli ha strappato tutto, anche la famiglia. E’ soltanto sgomento: come dargli torto? Ha 42 anni, è sopravvissuto ed ha scelto di fuggire come centinaia di connazionali che non trovano alternative alla violenza se non l’esilio. In Italia è arrivato nell’ottobre 2001, a bordo di un barcone, insieme ad altre scialuppe cariche di disperati salvati per miracolo nelle acque di Lampedusa, dove di lì a poco altre imbarcazioni sarebbero naufragate lasciando decine di cadaveri in mare. «Pensavo che il peggio fosse passato, pensavo che finalmente, arrivato in Europa, avremmo avuto dei diritti, almeno quelli fondamentali: mangiare, lavorare…». In Europa, forse.

Ma Zacharia e i suoi compagni erano arrivati a Lampedusa, «dove nessuno parlava inglese né tantomeno arabo…», e senza capire sono stati marchiati «come animali», con un pennarello. Poi hanno trascorso trenta giorni nel centro di accoglienza di Agrigento, «senza poter vedere un avvocato né qualcuno che ci spiegasse cosa fare per chiedere asilo…». Quindi, con un foglio di via in mano, sono arrivati – grazie all’intervento di alcuni volontari – alla parrocchia di Santa Chiara a Palermo, dove padre Meli ha allestito un centro d’accoglienza per extracomunitari. Hanno presentato la loro bella domanda d’asilo, hanno ricevuto per un paio di mesi un sussidio e sono stati inghiottiti dalla città, dove tuttora vivono. Dal 3 marzo infatti la casa di questi 53 sudanesi è un centro sociale autogestito, il Laboratorio Zeta. Un luogo sotto minaccia costante di sgombero e sottoposto a continue intimidazioni da parte di sconosciuti che si divertono, nottetempo, a rompere i vetri con pietroni che i ragazzi conservano come reliquie, prove a carico di chissà chi. «Sono arrivati qui perché a Santa Chiara non c’era più spazio, visto che parte della struttura è stata danneggiata dal terremoto di qualche mese fa – spiega Luca, uno degli occupanti dello Zetalab – Hanno trascorso qualche tempo nella missione di Biagio Conte, un frate laico che nel suo centro ha regole rigidissime: non possono entrare le donne, non si può guardare la televisione, non si può stare a chiaccherare in gruppi maggiori di tre…». Dopo qualche tensione i sudanesi sono approdati in via Boito; doveva essere per una, due notti. E’ trascorso oltre un mese e loro ancora aspettano. Hanno a disposizione un piccolo bagno senza acqua corrente; per letto qualche materasso a terra, qualche cartone e alcune coperte «arrivate grazie alla solidarietà spontanea di associazioni e della gente del quartiere…», che porta ciò che può, cibo, vestiti. Li incontriamo lì, una mattina di sole. Se ne stanno in un cortiletto di un paio di metri. Cerchiamo di capire come sia possibile che le istituzioni li abbiano dimenticati ma ci rendiamo conto che è peggio: non li hanno dimenticati, anche perché periodicamente loro vanno in prefettura, chiedono notizie delle loro domande d’asilo. Non li hanno dimenticati, prendono solo tempo, e si avviluppano nel paradosso, nelle contraddizioni. Non possono ufficialmente riconoscere che vivono lì, in uno spazio da sgomberare; così non concedono l’allaccio dell’acqua corrente, ma periodicamente mandano un’autobotte a fornire un po’ di liquido, per consentire un minimo di igiene personale agli «ospiti». Il sussidio economico non c’è più, però dal Banco alimentare arriva in via Boito un po’ di cibo, che consiste soprattutto in salatini al formaggio, raccontano i sudanesi allibiti. E meno male che qualche volta possono mangiare alla mensa universitaria, grazie all’intercessione del preside di Lettere.

Per i giovani del Laboratorio Zeta quella per i diritti dei sudanesi è l’ennesima battaglia di libertà, ma sono consapevoli del rischio-ritorsione. Hanno già molte denunce alle spalle, soprattutto legate alla lotta a fianco dei senza casa di Palermo. E cinque di loro sono stati condannati («senza preavviso né processo: abbiamo ricevuto la comunicazione a cose fatte», assicurano) per l’occupazione di quell’edificio che da anni era in totale stato d’abbandono. Lo presero nel marzo del 2001, due mesi dopo furono cacciati a manganellate ma tornarono. E chiesero insieme al Ciss (una ong di cooperazione internazionale sud-sud molto impegnata in Africa) l’affidamento di quei locali. Mentre il Comune decideva l’Iacp, proprietario dell’immobile, lo affittò a un’altra associazione, Aspasia, «una delle più finanziate dal Comune». Attendono quindi da un momento all’altro lo sgombero, rinviato forse solo grazie alla presenza dei sudanesi, che sta diventando sempre più imbarazzante per le istituzioni, «perché una struttura occupata illegalmente, secondo i loro parametri, assolve una funzione di utilità pubblica e sociale che nessuno può più disconoscere». E intanto partecipano alle riunioni coi rappresentanti di prefettura, comune e provincia, per cercare soluzioni che non si trovano. Solo la provincia si è impegnata a concedere quattro case cantoniere fuori città, ma per tre mesi e per 24 persone; ed è un impegno formale a cui non è seguito nulla. Mentre è rimasta senza risposta l’interpellanza del consigliere comunale Antonella Monastra al sindaco, per sapere «che fine hanno fatto i 500 mila euro versati da stato e regione al Comune come fondi per i rifugiati».

Ma mentre le istituzioni sonnecchiano, un pezzo di città comincia a scuotersi, e su questa vicenda ha deciso di scommettere per una battaglia politica più ampia che vede coinvolti, tra gli altri, soggetti quali Emergency, il Ciss, l’Asgi, il centro di documentazione Peppino Impastato, il Forum sociale siciliano, Libera. Qualche giorno fa è stata lanciata la proposta di istituire proprio al Laboratorio Zeta uno spazio interculturale, punto di partenza per la creazione di un centro di accoglienza «pubblico, laico e autogestito» a Palermo. In contemporanea, è stata lanciata una sottoscrizione popolare (il conto corrente è 13683909, intestato al Ciss, via Noto 12, 90141 Palermo, indicando nella causale «Pro rifugiati sudanesi») per garantire la sopravvivenza dei rifugiati e soprattutto sostenerne le spese legali per la tutela del diritto d’asilo. Perché c’è il rischio che alla fine la loro istanza venga rigettata.