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Servizio immigrazione e promozione dei diritti di cittadinanza del Comune di Venezia

La speranza viaggia via mare. Si intensificano gli sbarchi sulle coste italiane

A cura di Rosanna Marcato

Se qualcuno aveva pensato di poter fermare gli sbarchi è stato smentito dal numero degli arrivi che in un solo giorno, dal 31 maggio al 1 giugno, si sono verificati sulle coste siciliane e calabresi: esattamente 1038.
Da questa trasmissione più volte abbiamo affrontato le problematiche relative all’accoglienza di queste persone che per la maggior parte fuggono da paesi in guerra o economicamente distrutti a seguito dei così chiamati effetti collaterali che ogni conflitto porta con se.

La situazione dell’accoglienza in Italia non è sicuramente migliorata in questi ultimi mesi, i centri di accoglienza del sud dove vengono ammassate queste persone in situazioni di privazione della libertà personale, non hanno più posto, le prassi per la richiesta d’asilo sono sempre più lente. Pochi fortunati riescono a entrare nei progetti del programma nazionale asilo, la maggior parte si disperde nelle città e negli altri stati europei, ingrossando le fila del disagio estremo. I decreti attuativi della Bossi_Fini, come ben sapete non promettono niente di buono. I centri di identificazione, nelle prove generali che si stanno facendo proprio nei grandi centri di prima accoglienza del Sud, saranno delle vere e proprie galere in cui il diritto d’asilo sarà reso impraticabile.
Voglio raccontarvi quello che ci è stato narrato da molti richiedenti asilo arrivati nei nostri centri di accoglienza negli ultimi tempi.

Persone che hanno compiuto questi viaggi per salvarsi la vita, persone che hanno avuto la fortuna di conservare la speranza di poter avere un futuro. Persone che hanno attraversato foreste e deserti e mari sulle nuove rotte dei trafficanti. Rotte che si modificano in continuazione a seconda di dove si intensificano i controlli e che dimostrano in tutta la loro crudeltà che la sopravvivenza è più forte di qualsiasi legge e di qualsiasi trattato.
George è cittadino di un paese africano che non nominerò per sicurezza, studente universitario appartiene a una famiglia agiata .Unico torto: appartenere ad un ramo della famiglia di uno degli attentatori del capo di stato. Tutta la famiglia viene sterminata.
Casualmente George, quando avviene la strage, non è in casa e viene avvisato in tempo per riuscire a fuggire. Con l’aiuto di amici riesce a racimolare una somma di denaro con la quale tentare la via della fuga dal paese.

Qui comincia un odissea che lo vede prima, da solo, passare vari paesi africani per arrivare ad attraversare, insieme ad altre centinaia di disperati provenienti dai tanti paesi africani e non solo, il deserto del Sahara a bordo di improbabili mezzi di trasporto. Un viaggio che nella normalità dura tre giorni e che in questi casi può durare 6/15 giorni.
Viaggio che lascia sulla sua scia chi non ce la fa :cadaveri che fanno ormai parte del paesaggio.
L’arrivo è la Libia, nuovo paese di imbarco per l’Europa. La prima amara sorpresa quando si pensa di essere ormai in salvo è il trattamento riservato dai libici :ufficialmente ignoravano il problema, di fatto sottopongono a varie vessazioni queste persone che non godono di nessun diritto ne di nessuna protezione.Una volta trovato l’imbarco su improbabili imbarcazioni destinate ad essere perse e affidate, da chi controlla il traffico, a persone che non conoscono il mare ne sanno pilotare una barca.

Sono persone che si prestano allo scopo per poter passare essi stessi in Europa, ma che non sono dei trafficanti., ne dei piloti. Il denaro resta al sicuro in Libia insieme agli organizzatori..
Succede spesso che non sapendo tenere una rotta le imbarcazioni vengano soccorse in mare o arrivino in paesi come la Tunisia o Malta e successivamente rinviate in Libia. A questo punto la situazione può diventare molto pericolosa perché al rientro le autorità libiche, spediscono, senza alcun procedimento, i clandestini in galera dove molti rischiano di venire dimenticati. Un rifugiato che abbiamo accolto tempo fa, ha trascorso due anni così prima di riuscire a trovare qualcuno che lo aiutasse ad uscire.

George si imbarca una prima volta.

Dopo tre giorni di navigazione si ritrova ancora sulle coste libiche dato che il pilota non sapeva assolutamente governare la barca, riesce a sfuggire alla polizia libica e a ritentare una seconda volta Al secondo tentativo il viaggio dura sei giorni per sbarcare poi finalmente a Lampedusa.
Da qui è cominciata un’altra odissea: campo di accoglienza tipo lager, nessuna informazione e il tentativo una volta avuto il permesso di richiesta asilo di raggiungere una qualsiasi località del nord dove qualcuno ha detto che vi sono più opportunità di lavoro.

George approda da noi casualmente tramite degli africani che ha trovato alla stazione, circa un anno dopo aver cominciato il suo viaggio.Nessuno a George aveva detto che poteva chiedere assistenza e che esisteva un programma nazionale asilo, nessuno lo aveva informato dei suoi diritti, eppure George parla perfettamente inglese e francese.
Quando dopo l’uscita dei decreti attuativi, vi saranno i centri di identificazione, probabilmente qualcuno gli spiegherà quali saranno i suoi non diritti. Sarà sicuramente più semplice che spiegare gli improbabili e da sempre inapplicati diritti di oggi.

Il proclami del governo sul blocco degli sbarchi appare chiaramente contraddetto dai fatti, e la verità appare in tutta la sua drammaticità: nessuno può fermare chi cerca la salvezza, nessuno può fermare un esercito di disperati, nessuno può fermare le sempre nuove mafie di trafficanti, protette dagli stessi governi dai cui paesi partono i richiedenti asilo.

Perché allora non fare la sola cosa che resta : gestire queste migrazioni in modo umano, razionale e produttivo per il paese. Tra queste persone sono molte coloro che hanno strumenti intellettuali e professionali che potrebbero tornare utili in vario modo alla nostra società. Ricordate? Einstein era un rifugiato.