A cura di Susanna Tonetto del Servizio immigrazione e promozione dei diritti di cittadinanza (Venezia)

Il mio viaggio a Lampedusa

La prima settimana di agosto sono scesa a Lampedusa assieme ad alcuni membri del Tavolo Migranti del Social Forum per un’analisi e verifica delle condizioni in cui versano le persone rinchiuse nel centro di Permanenza temporanea di Lampedusa. Centro da cui provengono molto persone che una volta riuscite a richiedere asilo si rivolgono anche al Servizio Rifugiati del Comune di Venezia per richiedere assistenza, informazioni ed accoglienza.
Nel lavoro quotidiano avevo constato una costante riportata dalle persone che successivamente poi avrei seguito: la mancanza di informazioni in materia di diritto asilo; una domanda di asilo formulata in maniera frettolosa e incompleta senza nella maggioranza dei casi che venissero allegate le memorie; errori ricorrenti nei dati anagrafici riportati nei permessi di soggiorno e il completo sbando di queste persone che una volta uscite dal centro del sud salivano al nord prive di meta, appoggi e risorse.
Alcune di queste persone richiedenti asilo una volta uscite dal centro non sono state in grado di rinnovare il permesso di soggiorno non avendo una sistemazione alloggiativa e quindi non potendo fornire alla polizia un indirizzo certo per il rinnovo del permesso di soggiorno.

E mi facevo sempre la stessa domanda: ma come vengono seguite le persone in questi centri o come non vengono seguite. Che tipo di informazioni vengono loro date in materia di asilo e così via. E quindi il mio viaggio a Lampedusa per vedere e capire che cosa sta succedendo e per cercare un interlocutore per tentare di inserire alcuni correttivi rispetto alle richieste di asilo spesso formulate male e contenenti molti errori che poi difficilmente a Venezia si riesce a correggere.
E così alcune constatazioni:

L’incertezza.
L’incertezza è una costante nelle persone che chiedono asilo, nelle persone che salgono dai centri del sud. Incertezza che si somma ad altra incertezza. L’incertezza quando si parte dal proprio paese di origine all’improvviso. Un viaggio che spesso i richiedenti asilo non possono preparare ne psicologicamente ne materialmente.

Un dramma
Il distacco forzato dalla parte più importante di te: i tuoi figli, tuo marito o moglie, la tua famiglia, le persone a te più care, i tuoi punti di riferimento, in poche parole la tua vita e la tua identità.
Lo smarrimento e il senso di colpa per la fuga e a volte per aver messo in pericolo chi è rimasto.
A volte la domanda ricorrente: perchè tutto questo; che senso ha tutta questa sofferenza.

L’incapacità di sopportare il distacco, l’incapacità di dare un senso al proprio essere qua e non la con i propri familiari o amici o compagni. Oppure il completo oblio la non volontà spesso inconscia di ricordare quanto successo non essendo più in grado di sopportare una sofferenza incontenibile e devastante causata da violenze atroci o da scene drammatiche e terribili a cui si è stati costretti ad assistere.

Il viaggio
Non sempre come erroneamente si può pensare la persona volutamente si mette in viaggio per salvarsi da una situazione difficile, di grave sopruso, di pericolo se non addirittura da una situazione disperata, spesso la persona è forzata anche a partire. In una situazione di grave pericolo per la tua salute ed incolumità sono gli altri che spesso decidono per te completamente inerme o in grave pericolo e anche a volte contro la tua volontà amici, familiari o organizzazioni umanitarie ti forzano a partire. E così ti trovi caricato in qualche camion aereo o carretta e sei portato via. Ma dove?

Il dramma
La persona realizza che se ne sta andando non in sincronia con l’evento ma spesso dopo giorni. In un momento di lucidità la persona comincia a rendersi conto davvero di quanto le sta succedendo e allora la paura la invade. E adesso?
Spesso questo accade quando la persona è già uscita dal proprio paese.

In genere i giorni che precedono la partenza sono giorni concitati, giorni di follia e di grande paura e uno non realizza quanto sta per succedere e non si prepara al distacco.
Accade così che la persona parte ma in realtà non sa per dove e l’unico punto certo sembra essere la volontà di allontanarsi il più possibile dalla sofferenza che si prova e così uno si affida se credente al proprio Dio, alla sorte e la passeur.

L’approdo in Italia
E poi l’approdo in Italia spesso con mezzi di fortuna, attraverso mille peripezie e rischiando la vita. Alcuni sbarcano a Lampedusa a bordo di carrette stipate di gente, dopo un viaggio terribile, interminabile. E poi?

Lo sbarco
La gente che approda a Lampedusa o che intercettata prima viene traghettata dalle forze dell’ordine nel porto dell’isola viene rinchiusa nel centro di permanenza temporanea. Sono momenti di grande felicità per essere riusciti a salvare la pelle e avere toccato terra quando ormai sembrava persa ogni speranza ma sono momenti anche di grande confusione.
Ci sono possono essere persone provenienti dai più diversi paesi come se si è più fortunati dallo stesso paese potendo così condividere con una parola il dramma e la sofferenza che si vive durante il viaggio. Un’avventura che per molti diventa sventura trovando la morte in mare.
L’accoglienza in isola è fatta dalle forze dell’ordine e dal personale sanitario. Vengono subito impartiti ordini e regole che non si capiscono in una lingua incomprensibile. Non un interprete; nessuno che spiega, nessuno che accoglie la tua sofferenza e il dramma che stai vivendo per la fuga e il distacco forzato dai tuoi cari. E così per le vie periferiche di Lampedusa, la polizia facendo in modo di dare nell’occhio meno possibile introduce la gente all’interno del centro di permanenza temporanea varcando il cancello con il filo spinato che corre tutt’intorno e che divide il centro dal resto dell’isola.
A volte le persone sono davvero stipate nel centro che contiene spesso tre o quatto volte la sua capienza in una situazione di sovraffolamento.
Il tempo sembra interminabile all’interno del centro , i giorni che poi diventano mesi di attesa e infine si aprono i cancelli perché si è riusciti a farsi accogliere la richiesta di asilo.
Ma quanta sofferenza.

E così un pensiero comune tra gli operatori. La richiesta da una parte di aprire il centro a persone che dall’esterno possano fornire assistenza legale, psicologica e dall’altra alla cittadinanza tutta così da vedere e vigilare ciò che avviene all’interno del centro.