da Il Manifesto del 6 dicembre 2003

Futuro minore di Guglielmo Ragozzino

E’ possibile che il ministro Bossi, cofirmatario dell’ultima legge che avrebbe inteso piuttosto di limitare gli arrivi, sia caduto in quella trappola che un tempo si chiamava eterogenesi dei fini (fini con la lettera minuscola). Come è ovvio, non è il risultato di una legge ma piuttosto l’effetto di un sistema-mondo in cui tutto si tiene e viaggiare e comunicare è meno complicato di un tempo. E la forza dell’emigrazione, la forza del lavoro, è una marea inarrestabile, fatta di speranze e di volontà, capace di superare ogni dogana e ogni barriera. Da un lato i piani del capitale, perfino i piani delle maggiori multinazionali. Dall’altro la forza delle rimesse degli emigranti sollievo di intere popolazioni lontane. Le cifre sono ormai al livello dell’Europa, ma le forme di accoglienza e di sostegno, sono ancora troppo arretrate ed è opportuno ripeterlo in un giorno di lotta e di solidarietà di tutti i lavoratori. Tra le cifre che il Censis allinea ve ne sono alcune che riguardano i minori stranieri; e di queste ci sembra importante scrivere. I ragazzi immigrati sono 270 mila, un numero davvero consolante per quanto riguarda il futuro di questo nostro paese. Sono piovuti qui, da varie parti del mondo, spinti da guerre e da carestie, da epidemie che evidentemente non hanno voluto, non hanno causato. Sono arrivati con qualche speranza, talvolta a bordo di barche traballanti, nascosti tra le masserizie, con la consegna del silenzio. Sono qui non per loro volontà e contribuiranno a trasformare questo paese, a farlo migliore e più avanzato, più aperto al cambiamento e più ricco di risorse umane.

Sessantamila minori però non si avvicinano neppure alla scuola. Va ricordato che uno dei meriti della scuola pubblica è che essa risponde piuttosto bene alla spinta egualitaria. Più delle altre istituzioni collettive, la scuola pubblica è accogliente. Bambini e bambine sono accolti nelle scuole quando ancora le scuole non sanno se i loro genitori sono o meno regolari, sono o meno clandestini, hanno diritti di soggiorno, sono cittadini di prima classe oppure paria che si devono nascondere. La scuola insomma – anche se poi le burocrazie pessono fare errori – pratica assai bene l’obiettivo, insegna a trattare gli altri come ciascuno vorrebbe a sua volta essere trattato. Non fa differenze, non preferisce questo colore della pelle a quello, questa forma degli occhi a quell’altra; pretende solo che mani, e collo e orecchie siano puliti.

Questi sessantamila bambini e bambine mancanti sono una grave sconfitta, ma non per la scuola o non solo per essa che non è riuscita ad assicurarseli. Quella sconfitta è la democrazia, la tanto decantata democrazia italiana. Sono tutti insieme la spia di situazioni di forte degrado, di paura, di disperazione. Molti giovani stranieri lavorano troppe ore al giorno, quando non dovrebbero neppure lavorare, ma studiare e giocare. Ogni tanto si scopre qualche traccia di una situazione profonda: all’interno delle comunità straniere, nel segreto del degrado nazionale, dell’acquiescenza di polizie e dogane, vi sono situazioni di sfruttamento che ricadono subito sulle spalle dei più deboli, sulle docili mani capaci di molti lavori dai quali qualcuno ricaverà un fiume di denaro.

Vi è poi un gruppo assai numeroso di minori stranieri, particolarmente a rischio. Sono i minori senza famiglia. Il Censis pubblica una tabella nella quale ne sono elencati oltre ottomila. Nel quinto o sesto paese più ricco del mondo, vi sono ottomila minori stranieri abbandonati, ottomila Oliver Twist. Tra quelli censiti, tre quarti arrivano da tre paesi soltanto: Albania, Marocco, Romania. 2303 albanesi, 2.158 marocchini, 1.890 rumeni. Per sopravvivere, fanno di tutto. Chi li aiuta, in molti casi, li spinge in una cattiva direzione ed essi imparano presto che per mangiare, per dormire al coperto, devono rendere qualcosa a chi li aiuta, a chi quanto meno si accorge della loro esistenza. Il discorso del Censis finisce qui. Comincia il nostro. Qualcun altro dovrebbe farsene carico, dare un aiuto vero, non sporadico, non punitivo, a questi nostri concittadini senza città.