Rapporto tra immigrati e rischio Hiv: alcune considerazioni

Intervista a Raffaele Lelleri, coordinatore dell’équipe Arcigay per il progetto QuBA

Domanda: Alla luce dei dati disponibili e delle ricerche condotte, quale risulta essere il rapporto tra il processo migratorio e il rischio di HIV?

Risposta: Si tratta di un tema su cui si fanno volentieri molte ipotesi e speculazioni; alle volte ci sono anche dei pregiudizi. I dati non sono particolarmente attendibili, ma quello che emerge è che rispetto ad alcune comunità straniere il rischio di HIV sia molto evidente. Da uno sguardo ai dati sulle conclamazioni di sieropositività nel biennio 2000-2001 ben il 14,6% di tutti i nuovi casi di Aids ha riguardato persone straniere. Si tratta di una percentuale ben superiore alla presenza nel territorio nazionale.

D: Qual è l’approccio alla realtà che hai descritto?

R: Attorno a questo tema ci sono una serie di falsi pregiudizi. Il primo è che le persone migranti sono particolarmente colpite da questa patologia, in realtà questo è forse vero in alcuni casi ma non certo in tutti gli altri. Il secondo pregiudizio riguarda il fatto che si tratta di persone particolarmente difficili da raggiungere, quasi che vivessero solo di notte e fossero presenti solo negli interstizi della nostra società. Questa è forse un’ alibi, nel senso che forse le tecniche usate finora non sono quelle più adeguate. Il terzo pregiudizio è interessante da rilevare: c’è chi pensa che gli stranieri siano degli “untori”, che siano cioè le persone che maggiormente contribuiscono a diffondere il contagio HIV/Aids. In realtà si è all’opposto verificato che piuttosto che importare l’Aids nei nostri paesi, queste persone acquisiscono la patologia nel nostro paese poiché vivono in condizioni particolarmente disagiate in Italia a causa dell’integrazione non riuscita e molto spesso rientrando a casa la diffondono nel proprio paese. In tutto questo discorso si inserisce poi il problema della discriminazione: si tratta di persone che per motivi sociali o legislativi normativi – pensiamo ad esempio alle persone in stato di irregolarità – non sempre possono avere accesso al test Hiv -che è il primo strumento di prevenzione – né alle cure vere e proprie. Alle volte si tratta di casi in cui la discriminazione è perfino multipla e poliedrica perché ad esempio nel caso dei migranti gay e lesbiche non solo sono fragili dal punto di vista normativo in Italia perché migranti, ma sono a loro volta anche gay e lesbiche. Il rischio è quello di essere considerati gay e lesbiche dai loro connazionali da cui sono discriminati e allo stesso tempo di essere considerati immigrati da gay e lesbiche italiani e quindi di essere allontanati.

D: Qual è in generale l’attuale grado di accessibilità ai servizi di prevenzione e cura da parte dei cittadini stranieri?

R: A tal riguardo ho purtroppo solo alcune impressioni. Uno degli obiettivi del gruppo di lavoro che vogliamo costituire è proprio quello di analizzare questo tema. So che la normativa italiana dice che gli interventi di prevenzione primaria e dei casi di emergenza sono garantiti a tutti quanti, in teoria dunque il test Hiv, al pari delle vaccinazioni, dovrebbe essere accessibile a tutti. Il problema è semmai qualora la persona risulti positiva, perché il trattamento della sieropositività e dell’Aids non è ancora così certo e non penso basti di per sé ad ottenere un permesso di soggiorno per cure mediche. Tra l’altro le persone sieropositive quasi mai lo dicono, terrorizzate come sono di perdere il lavoro che hanno e quindi di rischiare di arrivare alla scadenza del proprio permesso senza un nuovo lavoro. Ci potrebbe essere la strada di un permesso di soggiorno per motivi di cura ma rimaniamo dubbiosi riguardo al fatto che venga effettivamente realizzato dalle singole questure e prefetture.

D: Ci sembra poi interessante approfondire la condizione di sex workers di giovani maschi di provenienza immigrata: quale entità e caratteristiche ha questa condizione?

R: Riguardo a questo iniziano ad esserci alcuni studi grazie a vari gruppi di volontariato in giro per l’Italia. Si osservano alcune differenze tra i sex workers maschi dediti a rapporti omosessuali e le sex workers femmine. Nel primo caso pare che non ci sia una vera e propria tratta degli essere umani al contrario del caso delle prostitute dove questo è invece molto evidente. Il problema è che i sex workers maschi che si prostituiscono con maschi hanno il più delle volte informazioni di tipo sanitario e di prevenzione che li pongono molto più a rischio delle loro colleghe. Molto spesso queste persone pensano ad esempio che l’Aids non sia una patologia in sé ma che sia una sorta di condizione morale. Non percependosi come “froci” pensano che l’Aids non li possa colpire in quanto l’Aids è una malattia che riguarda i “froci”. Questo è preoccupante, tra l’altro ci sono nei loro confronti molti meno servizi che per le prostitute ed è proprio nei confronti di queste persone che Arcigay in tutte le sue articolazioni territoriali vuole incominciare a riflettere per offrire dei servizi migliori.

Leggi il saggio Immigrati, omosessualità e HIV/AIDS di Raffaele Lelleri