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da Il Corriere della Sera dell'11 maggio 2004

Via Corelli – Se è punito il diritto di cronaca di Giangiacomo Schiavi

Via Corelli a Milano è una strada di periferia, quartiere Ortica, quello del palo e della sgangherata banda cantata da Jannacci, un lungo budello tra la Tangenziale est e la ferrovia adattato negli anni a risolvere i problemi legati all’immigrazione. Qui, nel gennaio ’99, in una città choccata dall’emergenza criminalità (nove morti in nove giorni), venne decisa l’apertura di un centro di detenzione temporanea per gli immigrati senza permesso di soggiorno, prefabbricati e container riconvertiti dal terremoto dell’Irpinia diventarono alloggi improvvisati per centinaia di stranieri in attesa di essere rimpatriati. Non doveva essere una prigione ma finì per diventarlo, con una grande gabbia a rendere ancora più lugubre l’impatto per i residenti che contestavano l’insediamento, insieme a Verdi e centri sociali. L’improvvisazione e la fretta resero sempre più evidente il degrado ambientale e umano del centro, servizi igienici comuni e pericolose promiscuità tra incensurati, delinquenti, viados e prostitute crearono rapidamente situazioni ai limiti dell’ingovernabilità. Ci furono rivolte, proteste, scioperi della fame.

E in un eccesso di zelo venne vietato ai cronisti l’accesso alla grande gabbia. Mentre le associazioni per i diritti umani chiedevano l’intervento di Amnesty International, per i giornali documentare quello che avveniva in via Corelli diventò sempre più difficile. Bisognava affidarsi alle voci ufficiali, a chi denunciava: «Via Corelli è un lager». O a chi replicava: «In via Corelli è tutto regolare».
Per un cronista l’unico modo di raccontare è esserci e vedere. Fabrizio Gatti, cronista del Corriere , è entrato in via Corelli per documentare ai lettori una situazione ormai fuori controllo. Ha dovuto fingersi clandestino, vagare da una città all’altra della Lombardia lavando vetri e chiedendo l’elemosina per farsi fermare dalla polizia, rischiando botte e vessazioni per uno scopo legittimo: superare le gabbie ed entrare nei containers della vergogna.

Il suo reportage è un esempio di quello che si chiama diritto di cronaca, ma per la giustizia Fabrizio Gatti, fingendosi immigrato e fornendo false generalità, ha commesso un reato ed è stato condannato a 20 giorni di carcere. Non è un buon segnale per nessuno se un giornalista viene ritenuto colpevole di aver raccontato una verità, ed è per questo che vale la pena non lasciar passare sotto silenzio questa sentenza. Gatti ha commesso il reato per il quale è stato processato (aveva appena preso due schiaffoni, e per evitare il peggio ha firmato il verbale di identificazione con un nome falso) ma la strada per assolverlo c’era: il giudice poteva ritenere prevalente il diritto del cronista di informare, quello garantito dalla Costituzione, che nobilita da sempre questo mestiere. E’ mancato un po’ di coraggio: un piccolo espediente burocratico, per il Tribunale, ha assunto più rilevanza di una notizia di interesse pubblico.

Chi scrive ebbe il compito di informare il questore di allora, Giovanni Finazzo, che un cronista del Corriere era entrato in via Corelli. Andammo un sabato mattina a cercarlo, e quando Gatti spuntò dai container il questore gli disse: «Mi metterai nei guai, ma hai fatto bene il tuo mestiere». Un mese dopo il reportage il centro di via Corelli venne chiuso. Il ministro in carica, Enzo Bianco, disse: «Cambieremo le regole, ci sarà una carta dei diritti e dei doveri per gli stranieri ospiti». Tutto questo, per la giustizia italiana, oggi è puramente casuale.