Tratto da War news

Conflitti dimenticati: Somalia, il collasso di una nazione

Siyad Barre è accusato di aver accentuato l’identità etnica e le divisioni tra i vari clan per imporre un governo autoritario nel paese. Di conseguenza è lui il maggior colpevole della divisione del paese in clan, sub-clan e sub-sub-clan dopo la sua caduta.

Nel 1991, Siyad Barre viene spodestato, Mogadiscio diventa terreno di battaglia tra due principali contendenti, Ali Mahdi ed il generale Aidid. Da questo momento la Somalia andrà sotto il controllo di decine di signori della guerra (Warlords). Con questo termine si indicano i capi fazione che attraverso le loro milizie controllano un determinato territorio.

Data l’assenza di un governo centrale e della conseguente impunità, i signori della guerra finanziano le proprie milizie attraverso i saccheggi, i rapimenti, il mercato nero, il traffico illegale di armi e droga (Kaat), l’assistenza estera (paesi arabi e Etiopia) e le remittenze, frutto della diaspora somala e dell’avanzato settore delle telecomunicazioni nel paese. Il funzionamento di questa economia, che naviga nella deregolamentazione del mercato globale, può essere sostenuto solo con l’uso della violenza ed una logica di guerra. Il conflitto, in questo caso, e’ un fine e non piu’ un mezzo.

La Somalia è l’esempio più tragico dei conflitti in Africa dopo la Guerra Fredda. Nasce dall’erosione dell’autonomia dello stato e del suo uso legittimo ed esclusivo della violenza. Quello somalo è un conflitto lungo ma di bassa intensità, le sue cause sono profondamente interne (collasso dello stato, spartizione del territorio e delle risorse) ed e’ presente un alto livello di etnicità (la popolazione è divisa in linee claniche). In Somalia il territorio si cattura grazie al controllo politico della popolazione (tassazione) e non attraverso avanzate militari. Le battaglie sono evitate il più possibile. In questo modo differenti milizie possono occupare più territori senza dover affrontare un’immediata battaglia per la sopravvivenza.

I signori della guerra trovano legittimazione politica davanti alla nazione, dopo il fallimento dell’intervento umanitario guidato dagli USA sotto l’egida delle Nazioni Unite. Un intervento che aveva come unico scopo quello di distribuire aiuti umanitari alla popolazione sotto carestia. In un territorio senza stato, tale operazione non era possibile senza un’agenda politica, principale mancanza della coalizione internazionale.

I principi che accompagnavano l’intervento umanitario nel “nuovo ordine mondiale”, neutralità e imparzialità, non erano applicabili in Somalia. Gli aiuti umanitari, dopo essere stati distribuiti alla popolazione, andavano nelle mani dei signori della guerra che, rivendendoli, compravano armi. L’imparzialità di USA e ONU, che non volevano entrare negli affari politici somali, si trasformò in una generale legittimità per i signori della guerra. L’intervento umanitario divenne un gigantesco programma “Cibo per Armi” (Food for Arms).

Il contesto regionale:

il conflitto somalo è fortemente influenzato dal suo contesto regionale. La potenza del Corno d’Africa è sicuramente l’Etiopia. Questo paese è situato nel mezzo della regione, senza sbocchi sul mare e circondato da paesi musulmani come Sudan (anche se internamente diviso), Somalia e la penisola arabica. Il governo etiope cristiano, in un paese nel quale la maggioranza della popolazione è musulmana, è costantemente ossessionato dal pericolo dell’Islam e da dieci anni combatte nel proprio territorio contro le insurrezioni islamiche finanziate dai paesi arabi.

Una Somalia unita e in pace, governata da un governo vicino ai paesi arabi, sarebbe fumo negli occhi per Addis Abeba. La Somalia diventerebbe un cavallo di Troia per un processo d’islamizzazione (politico e culturale) in Etiopia.

Oltre alla questione religiosa bisogna aggiungere l’irredentismo somalo. I confini fittizi creati da Italia e Gran Bretagna in Somalia e Somaliland durante il colonialismo, hanno lasciato parte della popolazione somala sparsa nelle zone di confine con Djibouti, Etiopia e Kenya. Qualora la Somalia superasse la corrente guerra civile, e creasse un vero e proprio stato, sicuramente ricomincerebbe a chiedere i territori dell’Ogaden, che attualmente appartengono ad Etiopia e Kenya.

Di conseguenza l’Etiopia non ha nulla da guadagnare in una pace in Somalia e può giocare due carte: adottare una politica estera belligerante e interferire costantemente negli affari somali, finanziando oggi una fazione e domani un’altra, al fine di ostacolare la costruzione dello stato somalo; oppure tentare la strategia della cooperazione con i suoi rivali, promuovendo processi di pace che tengano conto dei suoi interessi.

Attualmente in Somalia il Governo di Transizione (TNG) è finanziato dai paesi arabi, mentre la principale coalizione d’opposizione SRRC (Somali Reconciliation and Restore Council) dall’Etiopia. Il Governo di Transizione, instauratosi dopo gli accordi di Arta nel 2000, doveva restare in carica per tre anni. Il suo progetto è fallito dopo poco in quanto non è mai riuscito a controllare più di una porzione di Mogadiscio, non ha mai instaurato buoni rapporti con l’Etiopia ma solo con i Paesi arabi e, di conseguenza, non è stato capace di attrarre gli aiuti dalla comunità internazionale.

Signori della guerra somali ad una conferenza di pace, al centro il generale Aidid

L’opposizione è guidata dal SRRC, una coalizione di capi-fazione (meglio conosciuti come signori della guerra). Tra i più famosi Aidid (il figlio del Generale Aidid che guidò l’imboscata contro gli USA durante l’intervento umanitario), il Generale Morgan (che guidò l’eccidio in Hargesia sotto Siyad Barre che provocò centinaia di migliaia di vittime), Yusuf che controlla la regione autonoma del Puntland. Inoltre altri attori interni sono il gruppo degli otto, la business community molto potente di Mogadiscio e i gruppi islamici che attualmente sono in tutti i settori chiave del paese, ma non controllano alcun territorio.

Il processo di pace ed i punti chiave:

l’IGAD (Inter-Governative Authority on Development) è l’organizzazione sub-regionale che organizza il processo di pace che si sta svolgendo in Kenya. Iniziato a Eldoret, passato per Mbaghati, negli ultimi mesi il processo di pace si è trasferito nell’hotel più lussuoso di Nairobi. Nelle tre fasi è stata usata la “formula 4.5” inaugurata ad Arta nel 2000 (con poco successo). Secondo questa formula i maggiori 4 clan (Dir, Darood, Hawiye e Digil-Rahanweyn) sono rappresentati in numero uguale, mentre per le minoranze è riservato lo 0,5 dei posti. Questa formula dovrebbe garantire un ruolo ai rappresentanti dei rispettivi clan.

Tuttavia le correnti coalizioni (TNG, SRRC e G-8) sono formate da più clan. I reali conflitti infatti si svolgono all’interno dei clan (a livello sub-clan e sub-sub-clan) e non tra i clan (inter-clan). Ognuno lotta per diventare il rappresentante del proprio clan e ottenere il posto nel processo di pace. Di conseguenza le alleanze tra i vari clan sono molto fluide e cambiano velocemente.

Spesso avviene che per eliminare un rivale dello stesso clan, i signori della guerra intreccino alleanze con un clan differente. Questo è un vecchio giochetto somalo in cui le figure politiche sono abili giocatori. Da questa prospettiva, il clan non è una forza politica autonoma, bensì uno strumento nelle mani dell’elite politica.

Il punto chiave dei colloqui in corso è disegnare una struttura di governo accettabile per la maggioranza dei somali. Ne emerge il dilemma tra uno stato unitario o federale e la conseguente spartizione delle risorse. Anche se non c’è ancora consenso su quello che dovrebbe essere lo stato federale, ci sono già delle posizioni naturali. Alcuni clan (come Digil-Rahanweyn) hanno un grande interesse per uno stato federale, dato che vivono in regioni ricche di risorse.

Questi clan durante il regime di Siyad Barre e anche dopo, hanno sofferto l’occupazione di clan che venivano dalla capitale. Mogadiscio negli anni 70′ e 80′ crebbe a dismisura proprio perché aveva un accesso ineguale alle risorse delle aree più ricche.

Dalla parte opposta il clan Hawiye, maggioranza a Mogadiscio, preferisce un governo centrale al fine di tradurre il controllo della capitale in un dominio nazionale. In uno stato federale, il numero degli stati e le loro relazioni con il centro Mogadiscio possono causare conflitti. Inoltre c’è il rischio che i singoli stati federali diventino mono-etnici e che le minoranze al suo interno siano trattate come cittadini di seconda classe.

E’ necessario trovare un equilibrio tra politiche nazionali e pratiche locali al fine di cambiare il modo in cui terra, acqua e pastorizia sono state allocate e gestite durante il passato regime e la corrente guerra civile. La Somalia deve completamente inventare una nuova economia in un era in cui le disponibilità finanziare della Guerra Fredda non sono più a disposizione. La comunità internazionale resta a guardare, disinteressata, il lento genocidio somalo. La stampa internazionale lo ha dimenticato e quella italiana lo ha completamente cancellato (nonostante i nostri legami politici passati).