da Il Manifesto del 25 luglio 2004

Nell’ora di religioni di Filippo Gentiloni

Ancora sulla possibilità di classe islamica a scuola. Il dibattito che ha fatto seguito alla proposta del liceo Agnesi di Milano, bocciata dal ministero, è, infatti, di grande interesse. Per molti motivi che è facile elencare: sia perché la questione dell’immigrazione è destinata a diventare sempre più scottante; sia perché è proprio nella scuola che si gioca il suo futuro. Molto più difficile, invece, valutare i pro e i contro delle varie soluzioni prospettate. Anche di quella che ora sembra prevalente: scuole islamiche «parificate», come avviene da tempo per le scuole private cattoliche. Meglio così, si è detto autorevolmente, che la piena integrazione nelle classi di tutti, soluzione che molte famiglie musulmane rifiutano (con la conseguenza di rimandare i figli nei paesi di origine, o di istituire scuole per loro, private e segregate). L’istituzione, poi, di classi speciali per loro è assolutamente contraria al significato e alla legislazione delle scuole pubbliche statali.

Ma anche l’istituzione di scuole parificate non sembra convincere. Nuovi «ghetti» anche se riconosciuti dallo stato. Né vale il paragone con le scuole private cattoliche, dato che il cattolicesimo è la religione della stragrande maggioranza degli italiani: per loro il pericolo del ghetto è inesistente.

Ma, a questo punto, si impone un altro discorso, quello sulla vera laicità di uno stato che si dichiara laico, ma che in realtà non lo è. Si pensi non solo al crocefisso nelle aule (scuole, tribunali), ma alla presenza delle feste cattoliche nei calendari, alle mille benedizioni (anche delle armi e degli strumenti bellici…), alla presenza del sacerdote in prima fila accanto al sindaco, al magistrato. Non sarebbe necessario intaccare questa presunta e falsa laicità?

Nella scuola, in particolare: sembra che il numero degli studenti che sceglie di non «avvalersi» dell’ora di religione cattolica sia in aumento (al nord più della metà degli alunni delle scuole medie superiori) ma si tratta di una situazione che andrebbe rivista. Forse un insegnamento di storia delle religioni assolutamente non confessionale e non dipendente dall’autorità cattolica? Sono in molti a chiederlo, soprattutto il mondo e la cultura protestante.

Comunque il dibattito attuale conduce a una revisione profonda della laicità. Non soltanto in forma negativa, come si pensa comunemente. Non basta dire di no. Il valore «religione» rispunta , più forte e più invadente di prima, forse per la debolezza degli altri valori che gli si oppongono.

Forse, allora, il pluralismo sarebbe più opportuno. Purché si tratti di un pluralismo veramente «alla pari». Molte invocazioni al pluralismo, anche nel nostro paese, appaiono piuttosto come forme di integrazione o occupazione di un territorio altrui. Una vera integrazione suppone una certa parità. Forse bisognerebbe insistere su un passo indietro della presenza cattolica nel nostro paese: altrimenti tutte le affermazioni di laicità e pluralismo appaiono false, se non ipocrite.