Da Lampedusa a Venezia: il diritto all’accoglienza

A cura di Rosanna Marcato, Servizio immigrati Venezia

Sono stati molti gli avvenimenti che si sono succeduti in questa estate sul versante dell’immigrazione e dell’asilo, a partire dalla vicenda della Cap Amamur, e che hanno visto il Comune di Venezia impegnato nel tentare di difendere il diritto d’asilo e nell’offrire disponibilità nelle sue strutture di accoglienza, ma anche nel farsi promotore di un appello ai comuni italiani affinché si impegnassero nel dare ospitalità ai profughi.
Nel nostro operare abbiamo sempre tenuto presente che le questioni del diritto e quelle dell’accoglienza sono questioni che devono essere tenute insieme perché sono imprescindibili l’una dall’altra. Non è possibile applicare diritti se questi non trovano un terreno dove svilupparsi.
Abbiamo quindi seguito con particolare attenzione l’evolversi degli avvenimenti di questa estate consapevoli che in Italia ma anche in Europa si stanno costruendo le basi per restringere sempre di più un diritto che noi stessi occidentali abbiamo dichiarato come fondamentale e distintivo della civiltà di un popolo.

La discussione si concentra oggi su come fronteggiare le ondate di profughi che si aggirano per l’Africa nel tentativo di salvarsi ora da persecuzioni etniche o religiose, ora da regimi dispostici e sanguinari, ora in cerca di pura sopravvivenza per carestie derivanti da lunghi conflitti e dall’anarchia che a questi si è succeduta, altri ancora per mancanza di lavoro e di prospettive accettabili.
Ecco allora tentare con ogni mezzo lecito ed illecito di arginare gli arrivi senza ottenere alcun risultato tangibile perché nessun intervento puramente restrittivo servirà a fermare le rotte della fuga, se questa è l’unica possibilità di salvezza.
Tutte queste persone reclamano una possibilità di esistere e per questo sono disposte a rischiare una vita altrimenti già morta.

Quanti di loro accetterebbero di stare dentro a centri di detenzione che secondo il governo italiano dovrebbero essere costruiti nei paesi africani? Come sarebbero queste strutture e chi farebbe rispettare un minimo di diritti non garantiti nemmeno agli stessi cittadini di questi paesi? Ed ancora quante persone e per quanto tempo dovrebbero rimanere rinchiusi? Con quali prospettive?
Non si è in grado di far funzionare decentemente delle ambasciate e delle questure e si pensa di poter gestire complicate azioni che dovrebbero intrecciare competenze e soggetti nazionali e internazionali diversi…
Con che risorse umane e tecniche se attualmente la Commissione per il Riconoscimento dello status di rifugiato non possiede ne personale ne computer sufficienti e impiega anche due, tre anni per convocare una persona che nel frattempo pesa sulla collettività essendo impedita a lavorare?

Nonostante i viaggi governativi in Libia e le molte parole spese, la situazione non ha trovato nessun sviluppo e le persone continuano a scappare da paesi diventati invivibili non solo in Africa ma anche in Asia, nel Medio Oriente e nel Caucaso. Il tutto è complicato da un periodo di grandi tensioni internazionali, dalle guerre e dalle nuove modalità di combatterle, modalità che prevedono un grande coinvolgimento della popolazione civile usata come vera e propria arma.

In questo quadro di grandi e complicate difficoltà il Comune di Venezia cerca di portare il suo impegno ideale e politico e la sua esperienza professionale dove le cose accadono e offrire sostegno e accoglienza qualificata a persone che sono state private di ogni diritto e spesso hanno attraversato enormi sofferenze ed enormi solitudini prima di trovare un luogo dove poter ricominciare a vivere.

Oggi, nei nostri centri di accoglienza a Venezia che ospitano più di 100 persone richiedenti asilo, circa una ventina sono persone provenienti dagli sbarchi di Lampedusa: congolesi, liberiani, sudanesi, angolani, etiopi, eritrei. Altri hanno passato i confini terrestri o sono sbarcati in altri luoghi: afgani, iraniani, iracheni, kurdi ceceni, georgiani. Tutti portano nel corpo e nei volti i segni di una vita difficile e nella testa gli eventi violenti di cui sono stati testimoni o protagonisti, le immagini di ciò che sono stati costretti a vedere e a subire, Alcuni hanno trascorso quasi interamente la loro vita nei campi profughi, luoghi terribili senza futuro, dai quali si sogna solo di fuggire, altri hanno perduto le famiglie, altre i figli,uccisi o dispersi.
Nessuno di loro ha lasciato la sua famiglia, la sua casa, il suo villaggio la sua città e il suo paese per amore di avventura o per diventare ricco ma più semplicemente perché la sua famiglia, la sua casa, il suo villaggio, la sua città, il suo paese non c’era più.