CPT di Lampedusa – Secondo ingresso al centro. 7 Ottobre 2004

Resoconto dalla Rete Antirazzista Siciliana

Oggi 7 ottobre 2004 alle 17 circa una seconda
delegazione (dopo quella di ieri pomeriggio) ha
visitato il CPT di Lampedusa. Sono entrate le
Onorevoli Chiara Acciarini dei D.S. e Tana De Zulueta
del Gruppo Misto, insieme a Barbara Grimaudo e
Alessandra Sciurba (Laboratorio Zeta) della Rete
Antirazzista Siciliana, nel ruolo di collaboratrici
delle senatrici.
Rispetto alle condizioni denunciate dall’Onorevole
Miccichè
e da Ilaria Sposito (Laboratorio Zeta e
R.A.S.) entrati il giorno prima, il centro è stato
probabilmente ripulito, ma la puzza di fogna non si
manda via in un giorno, e alcuni escrementi sono
rimasti nel cortile.
Il maresciallo dei carabinieri ha scortato la
delegazione durante tutta la visita, insieme ad almeno
una decina di carabinieri e agli operatori della
Misericordia e ha cercato di rispondere alle domande
poste dalle senatrici. Ma quando la delegazione ha
chiesto come venissero effettuate le identificazioni e
se agli “ospiti” del centro venissero comunicati tutti
i loro diritti (compresa la possibilità di chiedere
asilo politico se vittime di persecuzioni)
all’ingresso del campo, il capitano rispondeva che non
era comunque compito loro. Di chi allora? Si è infine
compreso che ciò non avviene del tutto.
Le Parlamentari sono state invitate a scegliere, per
iniziare la visita, uno dei prefabbricati dove i
migranti dormono e scelgono quella che dovrebbe essere
una mensa, ma che è ancora adibita a dormitorio,
nonostante la situazione di emergenza sia ormai
terminata.
Una volta dentro, la delegazione si è trovata ad
affrontare una situazione grottesca: uno dei migranti,
cui non era stata posta alcuna domanda, essendo
circondato da carabinieri e operatori della
Misericordia, inizia a dire a gran voce che lì va
tutto benissimo, che sono tutti gentili, che non hanno
bisogno di nulla, e gli altri suoi compagni
annuiscono. Mentre lui parla però, Alessandra scorge
in mezzo al gruppo il viso di un ragazzo
particolarmente giovane. “Ho sedici anni”, dichiara
quando gli viene chiesta l’età.
Nessuno si era occupato prima di verificare quanti
anni avesse il ragazzino. È stata necessaria una
delegazione parlamentare per farlo spostare nella
parte del campo riservata ai minori e alle donne.
A quel punto i ragazzi che stavano nel container
iniziano a prender fiducia nei confronti delle donne
che hanno davanti. In francese (non esiste un
interprete di lingua inglese o francese nel campo),
sottovoce, le stesse persone che avevano dichiarato le
meraviglie del centro un istante prima, chiedono di
potere parlare in privato con loro. Dopo alcune
contrattazioni, i carabinieri non possono rifiutare
questa richiesta.
“Sto malissimo. Qui è uno schifo. I bagni non hanno le
porte e sono sporchissimi. Sono qui da sei giorni e
non ho mai potuto telefonare. Non ti fanno telefonare.
Ti insultano”.. .
Questo dicono i migranti una volta lontani da polizia
e operatori del centro. Alla domanda se qualcuno
avesse mai spiegato ai “trattenuti” del centro quali
diritti potessero esercitare loro rispondono “Mai,
nessuno ci dice nulla”. Qualcuno afferma: “da solo ho
chiesto di fare domanda di asilo ma mi dicono sempre:
domani.”.
Un altro prefabbricato, sempre la stessa scena. Tanti
materassi sottilissimi di gommapiuma gialla, tutti
rotti. Niente altro dentro i dormitori. Nessun mobile.
Le senatrici chiedono se non esistano le lenzuola lì
dentro. Viene loro risposto che ogni tanto vengono
consegnati dei “monouso”, ma che per il momento non ce
ne sono.
Alcuni ragazzi non guardano neppure. Un ragazzino di
18 anni ha l’aria stremata, non sorride neppure quando
gli si stringe la mano.
Di nuovo fuori. Si continua a parlare. I “trattenuti”
hanno molte cose da chiedere.
Alle domande dei migranti le senatrici confermano la
notizia che alcuni voli per la Libia, carichi degli
“ospiti”del centro di Lampedusa, sono partiti davvero.
L’Onorevole De Zulueta mostra ai ragazzi un articolo
di giornale, loro da dentro il campo non sanno nulla.
Il diritto all’informazione lì dentro non esiste, non
sanno niente neppure del naufragio di qualche giorno
prima, a largo della Tunisia. Eppure molti di loro
sono tunisini.
Alla conferma delle deportazioni in Libia si solleva
un brusio, qualcuno ha alza un po’ la voce, ma la
reazione delle forze dell’ordine è spropositata. Come
era successo durante la visita della delegazione del
giorno prima, l’operazione “psicosi da rivolta”
scatta di nuovo. Alla delegazione viene detto in modo
concitato di uscire: “visto cosa avete fatto? Avete
fatto abbastanza, ora basta”. I carabinieri informano
le delegate che se si scatenerà una rivolta la
responsabilità sarà loro, delle cose che hanno detto.
La rivolta non si scatena neppure stavolta. I ragazzi
chiedono solo quale sia il loro destino, dove li
porteranno, perché, se sono innocenti e non hanno
commesso alcun reato si trovano in un carcere
terribile come quello.
Le Parlamentari gli spiegano che torneranno il giorno
dopo, è una promessa, ma intanto loro devono stare
calmi, non devono dare un pretesto per vietare
successivi ingressi.
Due portavoce, su richiesta delle senatrici, vengono
scelti tra i migranti, la situazione è tranquilla. Si
va a parlare con loro nello spazio tra il cancello del
centro vero e proprio e il secondo cancello che separa
il campo dall’esterno. Le delegate ripetono ai ragazzi
di stare calmi, e che torneranno presto, ma loro
chiedono in base a cosa possono ancora fidarsi di
qualcuno visto che gli hanno detto solo menzogne,
visto che nessuno gli dice neppure dove li portano
quando vengono “trasportati” via. Alessandra chiede il
permesso di accostarsi al cancello, i migranti rimasti
dietro le sbarre la stanno chiamando. Riceve
l’autorizzazione, ripete loro di stare calmi, di non
dare la scusa ai poliziotti per dire che le visite nel
campo sono dannose e creano solo disordine. Dice loro
che tanta gente in Italia chiede loro scusa per quello
che gli sta succedendo, che tanta gente disprezza i
posti come quello, che si sta cercando di fare
informazione, di bloccare le deportazioni. Ma loro
chiedono ancora cosa li aspetti, qual è la soluzione
per il loro futuro. Alla fine la applaudono solo
perché ha spiegato con calma come stanno le cose, le
chiedono di pregare Dio per loro. E nonostante questo
tutti i carabinieri stanno lì attorno, con l’aria di
chi si aspetta la rivoluzione da un attimo all’altro.
Intanto le senatrici hanno portato fuori dal primo
cancello il ragazzo minorenne con il cugino adulto, e
in quel momento è sopraggiunto il responsabile
dell’ufficio immigrazione della questura di Agrigento.

Risulta allora evidente che le procedure attraverso le
quali si stabilisce la nazionalità e l’ età dei
migranti sono quanto meno approssimative, e si capisce
che la posizione individuale di ognuno dei “detenuti”
in realtà non esiste, non viene mai presa in
considerazione. Detenzione per categorie, come in
tempi tristemente noti, e deportazione per categorie.
Nessuno ha saputo spiegare perché alcuni sono stati
portati via e altri no, perché alcuni in Libia e altri
a Crotone. Il maresciallo dei carabinieri risponde
solo che chi arriva prima viene portato via prima.
Come all’interno dei magazzini dove arrivano le merci.

La delegazione, la stessa, rientrerà domattina.