tratto dal sito passaporto.it

La guerra dell’Italia contro Fatawu Lasisi

di Giovanni Maria Bellu

Sono passati nove mesi e di trentacinque di quei trentasette uomini non si sa più nulla. Una decina di giorni dopo lo sbarco, furono rispediti negli Stati dai quali – secondo il giudizio insindacabile di due esperti in “riconoscimento ad occhio” della nazionalità – erano partiti: il Ghana (per trenta di loro) e la Nigeria (per altri cinque). Dei due restanti, solo uno, un ragazzo nigeriano di fede cristiana, ha ottenuto l’asilo. L’altro, Fatawu Lasisi, non ha ottenuto niente: vive in Italia da clandestino e comincia ad intuire di non essere una persona ma il simbolo del caso Cap Anamur. Il simbolo di una vergogna.

Ecco, è questo banalmente il problema: a Roma, ospite di un’associazione umanitaria, esiste un ragazzo di 25 anni che, suo malgrado, è diventato un simbolo. E c’è un governo, quello italiano, che ha avviato contro il simbolo una battaglia legale che sta distruggendo l’uomo.

La battaglia cominciò, contro quasi tutti i naufraghi, subito dopo lo sbarco. Con l’esclusione del nigeriano di fede cristiana e di un ragazzo che affermò d’essere nato nella Sierra Leone, gli altri dissero di provenire dal Sudan, regione del Darfour, dove è in corso una feroce guerra civile. Proprio per via di questa guerra, è molto complicato negare ad un sudanese lo status di rifugiato. Si trattava dunque di verificare se i naufraghi dicevano il vero. Fu allora che comparvero gli esperti in “riconoscimento ad occhio”: il console del Ghana e quello della Nigeria. Parlarono per qualche minuto coi migranti, fecero domande del tipo: “Chi è il presidente del Sudan?” (e a quanto pare ebbero anche risposte corrette) e alla fine decisero che di sudanese non ce n’era nemmeno uno. Sulla base di questo esame, l’Italia decise di espellere tutti.

Fatawu Lasisi, per motivi che non sono mai stati chiariti, non partì. Quando, alla fine del luglio scorso, i suoi compagni furono caricati a forza sugli aerei, restò a terra. Una dimenticanza? Un errore burocratico? Un aereo troppo piccolo? Chissà. Certo è che fu in quel momento che Fatawu divenne, suo malgrado, un simbolo.

Quando, il 28 luglio 2004 il tribunale di Roma si riunì per valutare i ricorsi che tutti i naufraghi della Cap Anamur avevano presentato contro le espulsioni, le stesse espulsioni erano state appena eseguite. Era venuta meno, dunque, la ragione del contendere. Sarebbe finita così, con un’archiviazione, se la presenza in Italia di Fatawu non avesse obbligato i giudici ad esaminare l’intera vicenda per decidere sul suo caso. La decisione fu che, nella attesa della conclusione degli accertamenti sulla vera nazionalità, Fatawu aveva diritto di restare in Italia. Siccome la sua situazione era identica a quella degli altri, in quel momento la magistratura italiana affermò che le espulsioni erano state illegittime. Ecco la vergogna.

Fatawu ne è la rappresentazione vivente. Subito dopo la decisione del tribunale ci fu un tentativo di trattenerlo nel Centro di Permanenza temporanea di Ponte Galeria, a Roma, dove nel frattempo era stato recluso. I suoi legali, gli avvocati Fabio Baglioni e Simona Sinopoli, dovettero minacciare una denuncia penale contro i funzionari del ministero. Solo allora la decisione del giudice fu messa in atto e Fatawu ebbe un permesso di soggiorno provvisorio. Ma l’onta andava cancellata. Il ministero dell’Interno presentò un ricorso e questa volta il tribunale lo accolse sulla base del fatto che Fatawu non riusciva a provare d’essere sudanese.

L’onere della prova, a quanto pare, spetta a lui. Ed è noto come funziona bene l’anagrafe nei paesi africani, in particolare quelli dove è in corso una guerra civile.

L’accoglimento di quel ricorso è all’origine dell’attuale situazione. Il permesso provvisorio è scaduto lo scorso 31 ottobre e non è stato rinnovato. Da allora Fatawu è un clandestino. Questo benché sia stata già fissata, per il prossimo giugno, l’udienza della causa sulla concessione dell’asilo politico. In pratica potrebbe ripetersi, per il solo Fatawu, quello che è successo nel luglio scorso agli altri suoi compagni di sventura: prima ti espello, poi ti dico che avevi ragione. Nello specifico l’aver ragione significherebbe che Fatawu Lasisi, nato in Sudan il 6 marzo del 1980, emigrato con la famiglia in Ghana all’età di tre anni, figlio d’un leader musulmano moderato ucciso per il suo impegno politico, ha diritto a non essere rimesso nelle mani dei suoi carnefici.

Strano, per cancellare una vergogna se ne compie un’altra. D’altra parte, come disse all’epoca il ministro leghista Castelli, l’Italia non può correre il rischio di apparire “il ventre molle dell’Europa”.