Tragedia a Ceuta: una testimonianza

Intervista a Helena di Frontera Sur da Ceuta

Oltre alla rabbia per l’assurda tragedia alla frontiera di Ceuta, enclave spagnolo in Marocco, in cui sono morti 5 immigrati subsahariani e altri 108 sono rimasti feriti, ci ha colpito la fotografia delle scale rudimentali fatte di rami di alberi trovati nei boschi che gli immigrati costruiscono nel tentativo disperato di varcare le frontiere della fortezza europa.
Scale di legno per scavalcare le frontiere e barche fatiscenti che, dal Marocco o dalla Libia, tentano di raggiungere rispettivamente le coste spagnole e siciliane per riuscire a entrare nella civile e moderna Europa.

Come avviene ormai da mesi in maniera collettiva e organizzata, contemporaneamente da diversi punti della recinzione, il 29 settembre scorso, in 600 ci hanno provato, ma una volta superata la seconda recinzione, secondo le testimonianze raccolte dai feriti, i subsahariani si sono visti accerchiati tra le pallottole di gomma sparate dagli agenti della Guardia Civile in territorio spagnolo e gli spari che provenivano dalla parte marocchina, dalla polizia o dall’esercito.

La forte denuncia che arriva da collettivi e gruppi sociali che sostengono i cittadini migranti è che si sia voluto aumentare la pressione sulle frontiere di Ceuta e Melilla, proprio nelle giornate in cui i governi di Spagna e Marocco si riunivano a Siviglia per discutere di immigrazione clandestina e controllo delle frontiere, per giustificare all’opinione pubblica un maggior trasferimento di denaro al Marocco e presentare l’immigrazione subsahariana come un problema. Ora tutti hanno paura di un’invasione inesistente.

I feriti raccontano della brutalità con cui gli agenti della Guardia Civil sono intervenuti lanciando bombe lacrimogene, pallottole di gomme e sparando in aria.
“C’era sangue dappertutto, la gente gridava, è stato orribile. Sono felice di essere ancora vivo”, “Pensavo solo a correre, senza guardare indietro. Ho sentito spari, molti spari”, raccontano.

Il collettivo Frontera sud è in costante contatto e offre il proprio sostegno agli immigrati subsahariani.
Abbiamo intervistato Helena che si trova in queste ore a Ceuta.

Domanda: All’alba del 29 settembre scorso durante un tentativo di massa di attraversare la barriera che divide il territorio marocchino dalla città spagnola di Ceuta tu eri in contatto telefonico con loro…
Ci puoi raccontare cosa è successo in questa drammatica notte?

Risposta: Hanno chiamato intorno alle 2.30/3.00 della mattina, noi in quel momento ci trovavamo a Siviglia per il controvertice e ci dicono che hanno oltrepassato le due reti che separano il territorio spagnolo da quello marocchino e che sono circondati dalla Guardia Civile che non li lascia muovere e cerca, come normalmente accade di deportarli in maniera illegale in territorio marocchino.
Io sento, sento perfettamente, voci in spagnolo, sicuramente della Guardia Civile, che gli danno ordini, che dicono “A terra, sedetevi”, che gridano e insultano, dicendo “Puto negro”…
In questo momento sento anche molte grida, grida di dolore, di gente ferita, che piange. Gli immigrati chiedono di avere assistenza medica.
Siamo stati in contatto telefonico per due ore. Durante queste due ore, e nelle due ore successive, non è arrivata nessuna assistenza medica da parte della Croce Rossa.
C’è stato un momento di forte tensione, durante queste telefonate, perché molti di loro erano del Congo e Costa de Marfil, e sento che i migranti iniziano a chiedere asilo politico, lo gridano in francese e in castigliano.
In teoria non si potrebbe riportare questi immigrati in territorio marocchino, senza un procedimento amministrativo.
Una volta che in territorio spagnolo l’immigrato andrebbe condotto in commissariato con un traduttore e un interprete e se chiede asilo politico bisogna rispettare la convenzione di Ginevra del ’51 e iniziare un procedimento di asilo politico.

D: Dove sono detenuti gli immigrati ora?
R: Ci sono vari gruppi. Alcuni sono nel territorio di Ceuta, soprattutto i feriti, che quindi non sono stati deportati. Altri che sono stati portati in Marocco, nella gendarmeria marocchina e saranno espulsi dalla frontiera di Argelia. Altri sono nascosti nella montagne marocchine dove ci sono retate impressionanti della gendarmeria marocchina.

D: E tu con chi sei in contatto?
R: Con tutti. Con quelli detenuti in gendarmeria perché hanno nascosto un cellulare, con quelli che stanno a Ceuta.
Ora stiamo per incontrare un ragazzo del Congo ricoverato in ospedale che ha chiesto asilo. Ha perso due dita del piede per uno proiettile e conferma che gli spari venivano dalla Guardia civile.
Lui conferma di essere caduto in mezzo alle due recinzioni e che un agente della Guardia civile nonostante fosse ferito voleva deportarlo in Marocco. E’ stato un poliziotto nazionale che ha impedito la deportazione. Sarebbe stato contro la legge.

D: Finora, ci puoi confermare che i morti sono 5?
R: Sì sono 5. C’è un bambino che non possiamo confermare se è morto o ferito. Sua madre proviene dalla Costa Marfil, durante la gravidanza ha chiesto asilo politico ma è stata deportata in maniera totalmente illegale in territorio marocchino.
Ha partorito nel bosco e ha tentato di entrare in Spagna col suo bambino di tre mesi in braccio.
La situazione in Marocco per una donna è molto difficile, normalmente nelle retate i militari usano la violenza come un’arma di guerra e quasi tutte vengono violentate.

D: Tu ora ti trovi a Cueta, com’è la situazione adesso, soprattutto nel bosco?
R: Nel bosco intorno a Ceuta da ieri è una retata permanente, costante e continua dei militari marocchini.
La gente sta nascosta senza accesso al cibo, all’acqua.
Ci sono donne incinta, qui è una situazione di guerra. E’ arrivata la legione straniera che sta in mezzo alla doppia recinzione della frontiera per impedire ai migranti di passare.
Bisogna ricordare che attraversare una frontiera in maniera irregolare è una sanzione amministrativa, in nessun caso un reato.
5 morti per una sanzione amministrativa mi sembra totalmente eccessivo.

Bisogna ricordare anche che fonti marocchine dicono che i proiettili che hanno ucciso venivano dal territorio spagnolo e fonti spagnole dicono che i proiettili venivano dal lato marocchino.
Voglio dire, qualcuno dei due stati ha ammazzato queste persone e quello che bisogna chiarire sono le responsabilità.

D: Cosa dicono i feriti?
R: Dicono che ci sono stati spari dai due lati: il primo e secondo gruppo da parte spagnola e il terzo da parte marocchina.
Quello che dicono tutti è che c’era molta gente nel bosco che era contraria nel fare un’azione così.
C’era gente che veniva da fuori per provocare l’azione e che i militari marocchini li spingevano di andare fino alla barriera. Avevano l’impressione che qualcuno gli tendesse una trappola.
Coincide tra l’altro con il summit ispano-marocchino, dove il governo spagnolo aveva bisogno di giustificare all’opinione pubblica il trasferimento di denaro al Marocco e il Marocco chiedere più soldi alla Spagna per presentare l’immigrazione subsahariana come un problema.
Il numero di immigrati subsahariani in Marocco è molto ridotto. Qui si parla di invasione quando entrano cento subsahariani ma non si parla di invasione quando la settimana scorsa, senza attraversare le recinzioni, ma per altre vie, centinaia di immigrati provenienti dal Bangladesh, dall’India che non sappiamo da dove stanno passando, ma comunque entrano, in maniera irregolare, da grandi porte di entrata.
Ma di questo non si sta parlando.
Allora vuol dire che dietro tutte queste persone che stanno soffrendo ci sono molti interessi politici, strategici ed economici e per questo le possono ammazzare nella totale impunità.