Per la libertà di movimento, per i diritti di cittadinanza
/

da La Repubblica (Milano) del 14 dicembre 2006

Le vite negate dei lavoratori clandestini

La Bossi-Fini raccontata da una scrittrice egiziana

A Milano ho amici laureati che hanno passato ore fuori dalla questura per prendere il ticket e fare un’altra coda.
È la norma più odiata da sempre perché intrappola gli immigrati in un odioso circolo vizioso, come dire vai sulla luna e poi torna.

Ho conosciuto un ragazzo senegalese, qualche settimana fa. Un giovane intelligente e simpatico, che arrancava nell’italiano ma parlava un fluente, elegante, comprensibilissimo francese. L’ho conosciuto fuori da un centro commerciale, vende cinture di marca. Cioè quelle cinture che rappresentano la percentuale nascosta di produzione delle grandi marche di abbigliamento (i cosiddetti “falsi”, le “taroccate”… nient’altro che un modo trasversale per produrre di più, per i meno abbienti). Gli ho chiesto se gli piaceva il suo lavoro. No, naturalmente. E io: «Allora perché lo fai? Come sei arrivato a vendere cinture per la strada?».

Ed è così che scopro che è partito da Dakar diretto a Parigi, per studiare. Che ha studiato economia per un anno e poi si è dovuto fermare, perché non riusciva più a pagarsi gli studi. È venuto a Milano, dove aveva degli amici. E ora vende cinture insieme a loro. Sono tutti senegalesi, un gruppo di ragazzi simpatici e con un sorriso smagliante tra le labbra che si piega, a tratti, in un accenno di tristezza, una specie di smorfia inconsapevole. Chi vende borsette, chi cd…

Chiedo al mio amico perché non cambia lavoro. E quindi arriviamo al punto due: i documenti. Uno ha il diritto, dico io, ad avere un bel documento che gli permetta di viaggiare, lavorare, vivere, avere un’identità civica… per non parlare poi degli immigrati di seconda generazione che parlano l’italiano meglio degli italiani ma non possono avere la cittadinanza, votare, sentirsi cittadini integrati a tutti gli effetti.

O di quelli che finiti gli studi hanno pochi mesi di tempo per trovare (chissà come) un impiego in un campo pertinente alla laurea, pena l’invalidità del permesso di soggiorno e l’immediata espulsione dal paese.

O di chi, addirittura, si vede rifiutata la cittadinanza per una questione di reddito. Lo sguardo triste dei miei amici senegalesi mi suggerisce il fondamentale, imprescindibile diritto numero tre: la dignità.

La dignità è una cosa strana, difficile da inquadrare. Credo che sia uno di quei valori così complicati da essere, ad un tempo, un diritto e un dovere. E se gli immigrati esercitano il loro dovere di lavorare e porsi, davanti agli altri, con dignità, perché mai non dovrebbero meritarsi anche il diritto equivalente?

Con dignità mi stipo in un gommone o, se sono fortunato, in un aereo, con dignità parto da zero, con dignità imparo la tua lingua, con dignità mi adatto al posto in cui mi trovo a vivere, con dignità inizio a imparare e rispettare i valori e le leggi della tua società, con dignità passo la notte fuori da un ufficio postale per inviare la mia richiesta di permesso di soggiorno, con dignità pago persino le tasse. Ora, perché non vuoi concedermela anche tu, la dignità?

Il primo nemico della dignità è il razzismo. Ma subito al secondo posto, la burocrazia naturalmente. Ed è dalla burocrazia che si dovrebbe partire. I primi diritti li conceda lo Stato. Sono di buon auspicio due decreti legislativi approvati nell’ultimo Consiglio dei Ministri, l’uno volto a facilitare il ricongiungimento familiare, l’altro a concedere dopo 5 anni anziché 6 lo status di soggiornante di lungo periodo. Ma non basta.

Da questo governo, naturalmente, ci si aspetta di più. La Bossi-Fini va urgentemente sostituita. Non con la vecchia Turco-Napolitano, però. Con una nuova, reale, sincera ed efficace legge sull’immigrazione che rispetti la dignità dell’individuo, non renda impossibile regolarizzarsi, non incentivi e faciliti il lavoro in nero e non sorrida quindi ai datori sanguisughe, e soprattutto tenga conto degli immigrati di seconda generazione, nuova preziosissima risorsa. Un ponte tra la clandestinità e la stabilità, tra lo straniero e l’italiano, tra il passato e il presente. Persone che hanno diritto di riconoscimento, di cittadinanza, con cui instaurare un dialogo per avvicinarsi di più al variegato mondo dell’immigrazione. Per realizzare una società interculturale, e non multiculturale: una società cioè dove non bastano la tolleranza, la convivenza pacifica, ma dove occorre anche, e soprattutto, la conoscenza.

Lo posso dire io, pseudo-italiana, pseudo-egiziana, ibrido non meglio identificato che prima di accettare ognuna delle sue due identità ha provato a conoscerle, immergendosi nei due diversi mondi e imparando ad accettarne gli aspetti, le sfumature migliori, e a levigarne i peggiori difetti. Gli immigrati non sono masse, non sono pedine, non sono codici che fanno capo a documenti che fanno capo ad altri codici: sono persone, sono vite, sono possibilità.

Diamo loro dei diritti, e non mancheranno ai loro doveri.