Migrazioni tra Venezia e l’Europa. Ricordando i morti della Bazzera di Mestre.

Intervista con Rosanna Marcato.

La responsabilità delle politiche europee

DQuelle morti, quello che è accaduto, è stato considerato dai giornali un incidente: nessun mezzo stampa si è soffermato sulle reali cause di quello che è successo. Secondo te, ci sono invece delle precise responsabilità? È possibile individuare i responsabili di queste morti o è giusto parlare di fatti accidentali?

RNo, io credo che non possano essere considerati fatti accidentali, né questo né le centinaia di altre persone che arrivano in Italia ma anche in tutta Europa affidandosi all’unico vettore possibile che sono i trafficanti di esseri umani. Il problema purtroppo è estremamente complesso perché va a toccare molti fattori, e tutti importanti, che vanno dalla sicurezza dello Stato, alla sicurezza dei paesi, ma anche alla sicurezza di queste persone che cercano scampo da situazioni diventate invivibili nei loro Stati d’origine. Il problema è quello delle fughe in massa di popolazioni da paesi in guerra o per gli effetti chiamati collaterali delle guerre – che sono l’insicurezza, la povertà e la disgregazione sociale -e che a milioni stanno uscendo da paesi quasi l’Iraq, l’Afghanistan e altri paesi mediorientali ma anche paesi africani. Ecco, tutte queste persone vanno sostanzialmente ad ammassarsi ai confini orientali dell’Europa. Europa che ha messo in atto per così dire, una politica ambivalente rispetto a questa problematica, da un lato incentivando i paesi ai confini esterni, quali ad esempio la Grecia, affinché blocchino queste migrazioni. Sono state emanate tutta una serie di direttive e convenzioni tra cui importante è quella di Dublino, che dovrebbe rinviare al primo paese dove la persona è entrata il farsi carico della richiesta di asilo. In particolare, negli ultimi anni, la Grecia è uno dei paesi che più subisce questa pressione. Allo stesso tempo però, in modo schizofrenico, l’Europa ha addirittura sanzionato la Grecia per il comportamento che ha nei confronti dei richiedenti asilo, e l’ha sanzionata, proprio di recente, con dei documenti ufficiali. Circa il 2% delle persone che chiedono asilo in Grecia può accedere alla procedura e ottenere una qualche forma di protezione; il 2% di centinaia di migliaia di persone significa che tutte le altre cercano di raggiungere paesi dove ci sono migliori opportunità di inserimento.
Credo che ci sia proprio una schizofrenia delle politiche che poi determina sulle persone questo genere di accadimenti. Ecco perché credo che non si tratti di incidenti, sono la quotidianità di questo settore delle migrazioni forzate.

Chiedere asilo in Europa

D– Questi ragazzi che sono purtroppo venuti a morire in Italia, venivano infatti proprio dalla Grecia. Ma loro non stavano cercando di raggiungere il nostro paese, in cui poi forzatamente è stato interrotto il loro viaggio: in realtà volevano procedere ancora più verso il Nord dell’Europa. Ma perché questo? Ci sono delle differenze così sostanziali? Ci hai fatto un quadro generale di ciò che succede in Grecia, dove credo anche che la maggior parte dei richiedenti asilo subiscano una detenzione prolungata…

R– Esattamente, si. O sono imprigionati per mesi, o subiscono espulsioni verso i paesi da cui sono passati e in particolare verso la Turchia. Il fatto che tentino di raggiungere il Nord Europa è determinato da più di un fattore. Uno è sicuramente quello che tentano di raggiungere delle comunità che sono installate lì da più tempo e quindi hanno anche delle catene migratorie. Hanno parenti, in particolare nei paesi del Nord quale la Svezia, la Finlandia, ma anche l’Olanda, ci sono grossissime comunità di curdi iracheni, e questo facilita il tentavo di raggiungere i conoscenti e la comunità. Dall’altra parte sono anche le condizioni, conosciute nei paesi d’origine perché la maggior parte di queste persone hanno tutti qualcuno all’estero, di miglior risposta ai bisogni di queste persone. Paesi come la Finlandia, la Svezia e l’Olanda, hanno per tradizione dei servizi che rispondono in modo più preciso alle necessità di queste persone che hanno ad esempio la possibilità di avere un alloggio o un sostegno di tipo economico. Anche se devo dire che negli ultimi tempi questa cosa non è più così vera nel senso che anche questi paesi si sono adeguati agli standard europei abbassando gli standard di accoglienza, mentre paesi come l’Italia che avevano bassissimi standard di accoglienza o non ne avevano affatto, li hanno alzati.
Ci sono quindi più fattori che portano queste persone a pensare di ricevere un miglior trattamento in questi paesi, ma è una cosa che in questo momento non è più così vera.

D– Il fatto di avere dei familiari in un luogo d’Europa…

R-Questo incide moltissimo perché possono fornire un aiuto sostanziale al momento del primo arrivo.

D– Ma non esiste un canale giuridico privilegiato per cui queste persone possano raggiungere la loro comunità o i loro familiari nel paese d’Europa che scelgono?

R– No. purtroppo non esiste nessun dispositivo di questo tipo. Qualsiasi trasferimento di un richiedente asilo o di un rifugiato in un altro paese europeo, ha tempi lunghissimi ed è quasi impraticabile.

D– Quindi possiamo dire che al di là degli standard di accoglienza che vengono poi praticati in ogni singolo paese il tipo di percorso cui vengono costrette queste persone è forzatamente pericoloso?

R– Si, lo è. Anche perché molte di queste persone arrivano dai campi di rifugiati. Sia gli iracheni che gli afgani arrivano da situazioni in cui l’Acnur applica una qualche forma di protezione. Il problema è che untesi campi non fanno altro che mantenere le persone in situazioni pericolose per anni senza dare loro nessuna prospettiva per il futuro. Quindi da questi campi partono alla ricerca della sopravvivenza e soprattutto di prospettive. Io ho visto questo ragazzo e… si capisce guardando queste persone quanta forza debbano avere per iniziare un viaggio di questo tipo, e quanta determinazione anche. Loro sanno benissimo che rischiano, ma il rischio è messo nel conto di una vita infame. Ricordo anche che, qualche giorno dopo quel ritrovamento, a Kirkuk che è la regione di provenienza di quei ragazzi, ci sono stati attentati che hanno fatto centinaia di vittime. Queste persone scappano da queste cose.

D– Quindi l’assurdità reale sta nel fatto che non esistano canali di ingresso regolari…

R– Non esistono nel modo più assoluto. Non risolverebbe il problema, ma fare una politica di trasferimento da questi campi profughi ai paesi europei potrebbe essere una delle tante soluzioni da mettere in atto. Cioè rendere in qualche modo praticabili degli accessi e delle protezioni già dai paesi di provenienza.

Rifugiati politici e rifugiati “economici”

D– Quindi inasprendo le politiche migratorie in Italia e in tutta Europa si tagliano fuori, oltre ai cosiddetti migranti economici anche tutte queste persone, anche i richiedenti asilo politico?

R– Assolutamente si.

D– Ma verrebbe allora da chiedersi, non è un po’ forzata oggi, nel 2007, questa linea netta di distinzione tra rifugiati politici e migranti economici? Molti migranti si autodefiniscono “rifugiati economici”. Separare così nettamente richiedenti asilo, rifugiati e migranti che fuggono da condizioni magari non di persecuzione politica ma di miseria tout court, non favorisce questo gioco di chiusura totale verso tutti?

R– Sicuramente si. Credo che anche per la loro età le convenzioni – la Convenzione di Ginevra è datata 1951 e quindi si riferisce a condizioni molto diverse da quelle che si sono determinate oggi- andrebbero riviste. In parte l’Ue lo sta facendo perché dovrebbero essere applicate anche in Italia due direttive sulla “qualifica”, viene chiamata così, in cui ci sono anche diverse distinzioni tra l’asilo e le protezioni umanitarie. In realtà, attualmente questa distinzione, come dici tu, è piuttosto forzata, e i suoi effetti collaterali vanno appunto a incidere sulla miseria e sulla povertà. In questo senso le norme vanno sicuramente riviste.

Il diritto d’asilo in Italia

D– Torniamo adesso a parlare dell’Italia. Innanzitutto va ricordato il fatto che il nostro paese non ha una legge organica sull’asilo e che non l’ha mai avuta. In questo momento l’asilo viene regolamentato da quella parte della legge Bossi- Fini, entrata in vigore effettivamente nel 2005. Si è tanto parlato, in quel periodo, delle Commissioni territoriali al posto della commissione centrale, del fatto che i richiedenti asilo sarebbero stati in qualche modo detenuti dentro i Centri di identificazione, ecc. Adesso, effettivamente, cosa succede a chi, in modo come abbiamo visto rocambolesco, riesce alla fine a chiedere asilo in Italia?

R– Devo dire che tutto sommato la situazione negli ultimi due anni, per i richiedenti asilo che riescono ad accedere alla procedura, è sostanzialmente migliorata. Questo anche grazie alla creazione delle sette commissioni territoriali che ha determinato uno snellimento della procedura: siamo passati da un’attesa che arrivava fino a due o tre anni per la risposta della commissione, ad un’attesa che dura uno o due mesi, soprattutto nel nostro territorio. Altre commissioni, specie dove ci sono i centri di identificazione, sono un po’. In generale, però, diciamo che nel giro di due o tre mesi la persona ha già la risposta. Questo è un grandissimo passo avanti perché ci permette di procedere, con quella persona, a fare un lavoro di accoglienza e di inserimento molto più mirato di prima.

D– Ma qual’è la percentuale di esisti positivi?

R– Calcolando anche i permessi umanitari – che sono un po’ una risposta a quello che si diceva prima, al fatto cioè che molte situazioni sono miste perché non ci si trova di fronte ad una persecuzione personale come prevede la convenzione di Ginevra, ma piuttosto all’effetto di una violenza generalizzata- è, nel nostro territorio, intorno all’80%; quindi una buona percentuale. In tutta Italia, se ricordo bene, mi pare sia superiore al 50%-

D– Possiamo quindi dire che da un lato ci sono delle politiche migliorate rispetto ai tempi della vecchia commissione centrale ma, dall’altro, abbiamo assistito negli ultimi anni ad una sempre maggiore difficoltà per i migranti di arrivare a quel momento in cui possono inoltrare la loro richiesta di asilo. Insomma, i più “fortunati” alla fine ricevono questo “premio”, però a costo di un viaggio che spesso uccide invece la maggior parte delle persone che lo intraprendono.

R– Questo sicuramente si. Direi che in questo momento, quando la persona è riuscita a raggiungere il territorio italiano e, soprattutto, si trova fuori da quegli enormi agglomerati che sono i “centri di accoglienza” del sud, riesce a percorrere l’iter della richiesta di asilo in buona percentuale. È scomparso ad esempio il fenomeno delle persone che non vengono più rintracciate, e questo proprio grazie al sistema di protezione su cui si è molto lavorato e che sta dando dei buoni risultati.

D– Ma qual è l’attuale livello di detenzione amministrativa dei richiedenti asilo in Italia?

R– Non è più molto alto. Succede ancora. Specie in questi grossi centri anche per mancanza di personali e di strumenti, ma direi che per la maggior parte delle persone che possono presentare questa istanza le cose stanno andando abbastanza bene.

Cosa succede a Venezia rispetto ai migranti

D– Il vostro servizio presso il comune di Venezia, che cosa ha potuto offrire ad esempio a questo ragazzo sopravvissuto alla tragedia di dieci giorni fa? Una volta che una persona riesce miracolosamente ad arrivare qui ed incontra voi, che accoglienza riuscite a dargli? Di che strumenti disponete? Si tratta credo di un comune molto all’avanguardia rispetto al resto d’Italia, quindi, magari, è utile raccontare come lavorate…

R– Qui abbiamo cercato di costruire un “sistema della città”. Abbiamo uno sportello a Mestre in cui riceviamo tutte le persone che si presentano con varie richieste e anche persone appena arrivate che intendono chiedere asilo. In questo sportello diamo informazioni e orientamento e li seguiamo per tutto quanto riguarda la pratica della richiesta d’asilo e dell’accoglienza alla persona. Dal 2006 ufficialmente, da molto prima informalmente, interveniamo anche al porto di Venezia, dove è stato istituito nel 2001 l’ “Ufficio di frontiera al porto”, previsto ancora dalla legge Napolitano. È un ufficio che insieme alla polizia di frontiera dovrebbe valutare le persone che vengono rintracciate alla frontiera del porto e vedere se possono o meno accedere alla procedura per la richiesta d’asilo. È uno dei servizi molto importanti: pare ad esempio che anche quel camion fosse passato al porto di Venezia dove arrivano tutti i giorni le navi provenienti dalla Grecia e dove tutti i giorni vengono rintracciati “clandestini” che intenderebbero chieder asilo. Moltissimi di questi, quasi il 99%, vengono respinti da dove arrivano, cioè dalla Grecia. Ecco, noi dovremmo essere un intervento di supporto- utilizziamo anche gli interpreti e i mediatori per questo- proprio per le persone che intendono richiedere asilo. Di fatto è un lavoro che non dà molte soddisfazioni perché vengono appunto rinviati tutti in Grecia nella situazione che si diceva prima. Stiamo cercando di affinare un po’ gli interventi ma non è semplice lavorare in queste situazioni. Non è semplice per nessuno, ma soprattutto non lo è per chi intende fare rispettare i diritti delle persone. Torniamo sempre allo stesso punto: ci sono ragazzi che hanno tentato di arrivare a Venezia dalla Grecia, in particolare mi ricordo dei ragazzi afgani, che ci hanno provato quattro o cinque volte e che sono sempre stati rinviati. Al porto arrivano anche tantissimi minori, soprattutto afgani da un anno a questa parte, e spesso anche i minori vengono respinti, in contraddizione con precise circolari che il ministero ha emanato in cui si dice invece che i minori dovrebbero essere tutti accolti. Combattiamo una battaglia giornaliera su questi fronti.

D– Quindi esiste una frontiera veneziana di cui si parla pochissimo. Tanto è spettacolarizzata una frontiera come quella di Lampedusa, perché è funzionale alla costruzione di tutta una serie di paure relative al mito dell’ “invasione per mare”, tanto è tenuta invece nascosta qui questa frontiera dove però le persone si giocano comunque la vita o la morte

R– Posso darti un dato, che ho qui sotto mano, proprio sul servizio di accoglienza alla frontiera: fino al 30 maggio di quest’anno, da gennaio a maggio, sono state intercettate 254 persone, di cui 64 erano minori non accompagnati, e il totale delle persone respinte è stato di 238: la quasi totalità. Sono state ammesse solo 16 persone.

D– Ma sulla base di cosa vengono respinte? C’è bisogno di documenti ufficiali? Ci sono dei funzionari istituzionali deputati a questi respingimenti? Devono dare delle spiegazioni?

R– Si, deve farlo la polizia di frontiera.

D– Ma probabilmente non hanno strumenti adeguati a dare valutazioni così delicate…

R– Noi dovremmo essere il loro strumento, se volessimo chiamarci così. Nel senso che noi abbiamo personale altamente specializzato e interveniamo su mandato della prefettura con la quale abbiamo una convenzione, e ci sono operatori del comune e operatori del Cir. Noi dovremmo essere lo strumento per vagliare le situazioni con più attenzione.

D– Ma visto questo elevato numero di respingimenti riuscite a incidere…

R– …molto poco. Molto, molto poco. Abbiamo poi tutti gli interventi di accoglienza e di integrazione. Facciamo parte del sistema di accoglienza e protezione istituito dal 2005 ma partito come sperimentazione dal 2001. Si tratta di una rete di comuni che in tutta Italia fanno accoglienza e integrazione di richiedenti asilo e rifugiati. Abbiamo 90 posti di cui 15 per categorie vulnerabili: persone vittime di tortura o affette da particolari problematiche, normalmente di tipo sanitario, che accogliamo anche con servizi specializzati su questi fronti. Diamo sei mesi di accoglienza e tutta una serie di servizi collegati sull’integrazione, tra cui dei contributi per la ricerca dell’alloggio, e la formazione professionale, i corsi di italiano. E poi cerchiamo anche di curare i rapporti più “umani”, diciamo, attraverso interventi di sensibilizzazione e di animazione nei loro confronti e nei confronti della popolazione del territorio del comune, proprio per portare all’attenzione questa fetta di immigrazione che è un po’ diversa dalle altre.

D– Rosanna, chiuderei questa intervista di cui ti ringraziamo, tornando per una attimo con la memoria – ma non solo con la memoria perché è un fatto ancora attuale – a quel giorno del 154 luglio e a quei tre ragazzi. Voi vi state occupando anche delle loro salme… io ti chiedo questa cosa sicuramente non per morbosità cronachistica, ma perché abbiamo comunque assistito, ed è quello su cui si sono maggiormente concentrati i giornali, a delle scene veramente orribili da parte dei turisti che passavano da questo autogrill nei confronti di quei corpi che venivano fotografi, lasciati nudi al sole… Noi abbiamo invece a cuore di sapere dove finiranno quei corpi, se cuciranno, almeno da morti, cosa che spesso ad esempio nel mare mediterraneo non succede, ad avere una dignità diversa…

R– Noi ci siamo occupati del ragazzo che è sopravvissuto e che adesso dovrà decidere in base anche alle informazioni che gli abbiamo dato, quello che vorrà fare per la sua vita. Per quanto riguarda le salme , ci sono diversi interventi – perché purtroppo in queste situazioni il tutto è affidato alla magistratura e stiamo ancora aspettando che avvenga il dissequestro delle salme per poi potere eventualmente procedere – ed è intenzione del Servizio, ma anche del Comune, dell’amministrazione, di vedere la possibilità, insieme alla comunità curdo- irachena presente in Italia e anche a Venezia, e insieme al governo italiano, di effettuare un rimpatrio di queste salme. Non sono ancora in grado di dire se questo potrà avvenire, si tratta di aspettare qualche giorno ancora.

D-ti ringraziamo moltissimo per tutte le informazioni che ci hai dato per il lavoro che svolgi e ci auguriamo che l leggi europee possano cambiare prossimamente, anche se purtroppo tutto sembra andare sempre più verso la repressione e la chiusura – anche per permettere ad operatori altamente qualificati come voi di svolgere il lavoro che provate nelle difficoltà a fare tutti i giorni.