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Nuovo decreto sicurezza – Le proposte di Maroni faranno i conti con la realtà

Intanto a Verona si preparano le mobilitazioni in risposta all'omicidio di Nicola Tommasioli

E’ in arrivo.
Il primo provvedimento, una tra i più “attesi” e annunciati del nuovo governo, sta per essere varato sotto forma di decreto legge.
Si tratta del “pacchetto sicurezza”, di una serie di norme, redatte in circa 40 articoli, che andranno a modificare, è ormai chiaro, i contenuti del T.U. sull’immigrazione e non solo.

Per commentare il provvedimento, la forma e la misura con le quali interverrà a modificare le disposizioni vigenti, sarà utile aspettare il testo definitivo, senza lasciarsi troppo trasportare dall’enfasi emotiva che, legittimamente, gli annunci di questi giorni non mancano di sollecitare.

Ma una prima serie di effetti, con l’annuncio degli interventi, il nuovo esecutivo non ha mancato di produrli. Non a caso, il decreto legge è stato presentato in questi giorni come un conclusivo “giro di vite”, come una “stretta definitiva”.

In effetti il governo appena insediato non poteva sottrarsi dal proporre azioni immediate su uno dei terreni che tanto ha sbandierato come suo cavallo di battaglia. Intorno all’equazione prodotta tra immigrazione, irregolarità, criminalità si è giocata gran parte della vittoria elettorale.

Così, i settecentomila migranti che fino a pochi mesi fa, ai tempi del decreto flussi 2007, erano descritti come “incolpevoli irregolari” in possesso dei requisiti, con casa e lavoro, ma privati ingiustamente dei diritti oltre che del permesso di soggiorno, oggi, anche da autorevoli quotidiani nazionali, ed a catena in tutte le testati locali, vengono rappresentati diversamente come “esercito di clandestini” contro cui ci si appresta ad intraprendere la “linea dura”.
A testimonianza di quanto i dati, anche quando incontestabili come quelli del decreto flussi, acquistino sempre valore a seconda dell’utilizzo e dagli intenti di chi li commenta. In questo senso è chiaro: le nuove proposte Maroni hanno saputo essere trainanti e convincenti.

Ecco che, il solo annuncio del provvedimento, a prescindere dalla sua stesura definitiva, ha già in qualche modo risposto alla tanto acclamata esigenza di norme severe.
Come sempre sarà la realtà a raccontarci l’applicabilità e gli effetti che lo stesso andrà a produrre.
Altra cosa dall’emergenza sicurezza infatti, e ben lontana dalle risposte con le quali ormai la politica ci ha abituato ad affrontare l’argomento, è la questione che ha a che vedere con le tensioni sociali, con la possibilità di dare un segno positivo, “la società che viene”, alle contraddizioni ed ai processi, mai morbidi e pacificati, che la realtà del presente, quella meticcia e composta da innumerevoli identità in costruzione, porta con sé.
Non si tratta, lo abbiamo ormai più volte ripetuto, di negare le tensioni, piuttosto di rilevare la distanza tra la realtà delle cose e le modalità con le quali vengono proposte soluzioni, frutto di retoriche e luoghi comuni.

Una cosa certa è che, quello annunciato, è un provvedimento dai tratti per certi versi aberrante:
l’introduzione del reato di ingresso e permanenza irregolare, come paventato, già proposto nel 1997 durante i lavori parlamentari per il confezionamento del T.U sull’immigrazione, non solo rischierebbe di inasprire, con tutta la tragicità conseguente, le forme di respingimento alla frontiere, ma esporrebbe all’arresto chiunque, anche precedentemente all’entrata in vigore del decreto, fosse entrato in Italia senza visto, o si fosse trattenuto dopo la sua scadenza. Ricordiamo che, già ai tempi dell’indulto, il 25% della popolazione carceraria era proprio composta da migranti inottemperanti al provvedimento di espulsione.
Un indicatore degli effetti drastici che potrebbe avere il pacchetto sicurezza è dato dall’idea di restringere le possibilità di effettuare ricongiungimento familiare, già oggi tutt’altro che semplici.

Non sarebbe forse motore di inserimento e stabilità poter vivere accanto alla famiglia, ai figli, alla compagna?

Ma se è vero che le prime dichiarazioni sulla proposta del neo-ministro Maroni hanno avuto lo scopo di “far percepire” una netta inversione di tendenza, è vero anche che alle stesse, sono seguite parole di conciliazione e di chiarimento rispetto alla conformità con la normativa europea e con l’ordinamento costituzionale.

Insomma, se la proposta Maroni è sicuramente, negli intenti e nelle fattezze, un provvedimento fortemente repressivo e poco “applicabile” è anche vero che lo stesso è costretto a fare i conti con la realtà, tutt’altro che semplice e facilmente liquidabile.

Non leggere con queste lenti questo momento, potrebbe infatti farci correre il rischio di lasciarci trasportare dall’idea diffusa e proposta che: “aiuto, adesso fanno ciò che vogliono”. Con consequente reazione impotente.
Nessuno, quando si parla di immigrazione e migranti fa ciò che vuole.
Non è stato così per quanti avevano avanzato l’improponibile ipotesi dell’umanizzazione dei centri di detenzione, non sarà così neppure per chi vorrà stravolgerne la natura.

In primo luogo infatti, la proposta Maroni ancora in stesura, dovrà fare i conti con la normativa europea che in tema di libera circolazione non può certo fare sconti a nessuno (e questo per l’ipotesi paventata di sospendere gli accordi di Schengen per i cittadini rumeni e bulgari).
Ancora, rimane irrisolto uno dei nodi che più di tutti appare come un limite inaggirabile per la messa in moto di questo complesso sistema di trattenimento ed espulsione.
Prolungare la detenzione nei centri di permanenza, ipotizzare l’arresto di ogni migrante non in possesso dei documenti e quindi aumentare il numero delle strutture di trattenimento, così come dar seguito ai rimpatri per via aerea o navale, significa anche fare i conti con una spesa pubblica che, oggi più che mai, vive un equilibrio precario.

Ma il quadro europeo non è il solo fattore con cui dovrà confrontarsi il nuovo decreto legge.

Altro nodo non di poco conto è proprio la grande relazione che intercorre tra i fenomeni della mobilità globale e la loro utilità per il mercato del lavoro.
Intorno a questa contraddizione, cioè all’esigenza di dare “risposte” sull’agitato tema della sicurezza, ma al contempo di non stravolgere il necessario “apporto dei flussi migratori” , si gioca oggi una delle partite più scottanti per il governo dei fenomeni di mobilità.
Soprattutto nei settori che non permettono di far fronte alle esigenze di competitività attraverso le delocalizzazioni in aree e paesi più convenienti, come la logistica ed il facchinaggio di medio-corto raggio, l’assistenza alla persona ed in parte l’edilizia, la presenza migrante è determinante nella composizione della forza lavoro.
Si tratta proprio di quell’”esercito di clandestini”, un tempo descritti come irregolari, a cui era negato il permesso di soggiorno, che costituiscono gran parte della manodopera in molti settori dell’economia contemporanea. Chi vorrà o potrà farne a meno?

Non da ultimo, anzi, tutt’altro che di poco conto rimane l’aspetto soggettivo.
Perchè troppo spesso il rischio è quello di una descrizione molle, tutta legata ad una modalità oggettivante di interpretare i migranti e la loro capacità di espressione conflittuale.

Reggio Emilia con il primo maggio migrante, Verona, con il 25 aprile dei nuovi cittadini, e le mobilitazioni lanciate proprio dai migranti in risposta all’efferato omicidio di Nicola Tommasoli ad opera di un gruppo neo-fascista e coltivato nel clima di intolleranza che si respira nella città scaligera, raccontano una nuova presa di parola che, anche di fronte alle proposte del Ministro Maroni, non sarà facilmente addomesticabile.

Cosa significherà detenere persone per 18 mesi in un Cpt in attesa di espulsione o di un eventuale processo penale? Cosa produrrà l’introduzione di queste nuove norme rispetto alla massiccia presenza di migranti perfettamente inseriti nel contesto delle città che abitiamo pur se non in possesso del permesso di soggiorno? Cosa sarà da aspettarsi davanti alla minaccia ancor più forte di un arresto ad ogni controllo dei documenti?
Se negli anni scorsi sono stati i movimenti, anche quelli di opinione, ad opporsi alla definizione dei cpt come vere e proprie galere etniche (legate cioè indirettamente alla differente nazionalità, perchè dedicate alla reclusione di quanti violino le norme sull’immigrazione) ed alla chiusura delle frontiere, mantenendo aperto lo spazio della libera circolazione, non saranno oggi probabilmente gli stessi ad essere determinanti nella messa in discussione del nuovo assetto del governo delle migrazioni.
Su queste ed altre novità il Governo dovrà fare i conti certo con l’equilibrio dei mercati, con la spesa pubblica e con il quadro normativo europeo ed internazionale, ma è soprattutto davanti alle spinte soggettive, alla reazione dei soggetti coinvolti, alla nuova presa di parola dei migranti, dei nuovi cittadini, alle risposte sociali che tali provvedimenti incontreranno, che si giocherà la partita.

Nessuno, con le migrazioni, fa ciò che vuole.

Nicola Grigion, Progetto Melting Pot Europa

Vedi anche:
Verona – La risposta della città parla un linguaggio meticcio