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Chi sono le vittime della strage di Castel Volturno?

Un report del Centro sociale Autogestito ex canapificio di Caserta

Parliamo degli avvenimenti con Mimma D’Amico e Stephen Dreem attivisti del Centro sociale Autogestito ex canapificio di Caserta impegnati nella tutela dei diritti dei migranti.

Che cosa è accaduto la sera del 18 settembre a Castel Volturno?

Verso le nove di sera, otto uomini travestiti da carabinieri hanno fatto irruzione nella sartoria Ob Ob exotic fashions a Varcaturo, sparando centoventi colpi di arma da fuoco, con mitra e pistole imbracciati a due mani. E’ stato commesso un eccidio che ha lasciato a terra sette persone, sei morti e un ferito, che in modo del tutto casuale si trovavano tutte nei pressi della sartoria. Sette persone, tutti cittadini africani: Kwame Antwi Julius Francis, Affun Yeboa Eric, Christopher Adams e Joseph Aymbora del Ghana; El Hadji Ababa e Samuel Kwako del Togo; Jeemes Alex della Liberia.
I media nazionali e locali hanno subito ipotizzato un regolamento di conti, consumato nell’ambito del traffico e dello spaccio di droga, e in quella direzione si sono mossi inizialmente anche gli inquirenti. La vicenda, però, sembra essere più drammatica e complessa. Drammatica perché i conoscenti e i connazionali delle vittime hanno da subito sostenuto con grande forza e determinazione l’innocenza delle persone colpite, considerandole vittime della camorra al pari dei cittadini italiani che si rifiutano di pagare il pizzo o che denunciano soprusi della criminalità organizzata. Complessa perché questa estraneità induce ad ampliare il raggio delle indagini e a individuare altri moventi. Il coinvolgimento dei sette nei traffici di droga ormai non ha più alcun fondamento. Sono altre, e tutte da individuare con certezza, le ragioni del perché sia stata commessa una strage così tanto clamorosa.

Chi erano le persone coinvolte nell’eccidio?

Kwame Antwi Julius Francis era nato nel 1977 in Ghana. Era fuggito dal suo Paese nel 2002, traversando il deserto del Niger e fermandosi in Libia per lavorare come muratore e qui guadagnare la somma necessaria per pagarsi il viaggio attraverso il Mediterraneo. Una traversata orrenda e traumatizzante a tal punto che Francis ne aveva ereditato una paura per il mare. Francis aveva formalizzato la sua domanda di asilo a Crotone e poi si era trasferito a Castel Volturno. Non riuscendo ad avere un domicilio stabile (i costi degli affitti l’avevano allora impedito) era rientrato nella enorme massa degli “irreperibili” e solo dopo una serie di contatti prima con l’allora Commissione centrale e con la Sezione stralcio poi, era riuscito a ottenere la protezione umanitaria. Francis stava attendendo con ansia di rinnovare il suo permesso di soggiorno, riuscendo a convertirlo nella protezione sussidiaria, che gli avrebbe consentito di avere maggiore stabilità e sicurezza. Conoscevamo Francis e la sua disponibilità a impegnarsi in nome del diritto di asilo, partecipando alle tante iniziative di informazione e sensibilizzazione, prestandosi come interprete volontario presso il nostro sportello informativo. Francis ha sempre lavorato, come muratore e piastrellista. Gli sarebbe piaciuto imparare il mestiere di saldatore e da ottobre avrebbe probabilmente iniziato a seguire un corso di formazione. Viveva sopra la sartoria ed era sceso in strada perché Eric, un’altra delle vittime, gli aveva citofonato: aveva un lavoro da offrirgli come muratore. Il nipote di Francis si chiama Isaac. E’ un lavoratore come lo zio, come lui ha i calli alle mani. E’ tornato al suo lavoro, portando una foto dello zio in tasca: la mostra ai conoscenti e ai giornalisti, perché il nome e il volto dello zio non siano dimenticati.

Affun Yeboa Eric era il più giovane tra le vittime. Il suo cadavere è stato ritrovato riverso al volante della sua macchina, parcheggiata davanti alla sartoria. Aveva chiamato Francis e lo stava aspettando: aveva ancora la cintura di sicurezza allacciata. Eric era in Italia dal 2004 e, successivamente, aveva deciso di tentare la sorte nella lotteria delle quote di ingresso, correndo il rischio di un’espulsione pur di ritornare in Ghana, suo Paese di origine, e qui ritirare il visto per l’Italia. Voleva seguire la procedura regolare Eric, ma il suo datore di lavoro alla fine si era rifiutato di sottoscrivere il contratto di ingresso. Abbiamo cercato anche noi di porci come intermediari e trovare una soluzione. Il datore di lavoro era stato, però, irremovibile. Aveva addirittura minacciato Eric, dopo che questi si era rifiutato di firmare una carta in bianco (di fatto le sue dimissioni anticipate). Da un confronto con la prefettura e con la questura si era anche ipotizzata una denuncia del datore di lavoro da parte di Eric ma la cosa sarebbe stata molto rischiosa. Alla fine Eric aveva deciso di trasferirsi da Casal del Principe a Castel Volturno dove aveva iniziato a lavorare come carrozziere. Si trovava sul luogo della strage unicamente perché era passato a prendere Francis.

El Hadji Ababa veniva dal Togo e viveva in Italia da cinque anni. Gestiva la sartoria Ob Ob exotic fashions, centro dell’eccidio, ed è stato ritrovato senza vita, accasciato sulla macchina da cucire, perché quella sera stava terminando di lavorare per poi consumare il pasto serale del periodo di Ramadan, insieme a due amici che lo avevano raggiunto. El Hadji era molto conosciuto e apprezzato come sarto: realizzata abiti tradizionali su misura e faceva riparazioni in modo impeccabile. Malgrado fosse sempre molto impegnato nel suo lavoro El Hadji era sempre un punto di riferimento per gli altri cittadini africani, soprattutto per coloro che erano maggiormente disorientati e senza una comunità di riferimento.

Jeemes Alex aveva ottenuto la protezione umanitaria a Siracusa. I suoi amici lo ricordano come una persona che cercava sempre di darsi da fare. Aveva fatto molti lavori saltuari: pur essendo un saldatore aveva accettato anche di fare la stagione estiva a Foggia per la raccolta dei pomodori. Si trovava nella sartoria perché aveva iniziato a collaborare con El Hadji per la vendita dei vestiti.
Samuel Kwako veniva dal Togo. Faceva il muratore ma, come anche Alex, anche lui non rifiutava di lavorare nelle campagne. Come tanti altri connazionali e africani, Alex la mattina presto, prima dell’alba, si faceva trovare nelle rotonde di Giugliano, Villa Literno, Quarto, per aspettare il caporale di turno che gli offrisse il lavoro per la giornata.

Christopher Adams aveva 28 anni ed era ghanese. Era in Italia dal 2002 e aveva ottenuto la protezione umanitaria. Adams faceva il barbiere a Napoli, in piazza Garibaldi. La sera della strage era andato nella sartoria per un saluto agli amici. Quando il suo corpo inanime è stato raccolto, sono stati trovati 700 euro nei suoi calzini. Non erano i proventi di una partita di droga ma i risparmi del suo lavoro da barbiere che metteva da parte e periodicamente inviava ai suoi familiari rimasti in Ghana.

Joseph Ayimbora, anche lui ghanese, è l’unico sopravvissuto alla strage, perché ferito a una gamba ha finto di essere morto. Ha un permesso di soggiorno dal 1998, vive con una compagna e con la loro bambina nata in Italia. Ayimbora sta collaborando attivamente con le forze dell’ordine e gli inquirenti per la ricostruzione dei fatti e l’individuazione degli assassini.

Dopo la strage sono seguite manifestazioni di cittadini immigrati che hanno espresso rabbia e dolore. E’ stata una reazione alla strage o anche l’espressione di un malessere e di una sofferenza più complessi?

La reazione dei cittadini africani è stata effettivamente una somma di rabbia e dolore. Sono scesi in strada i connazionali, i conoscenti, gli amici, i parenti delle vittime. Persone che li conoscevano e che possono testimoniare con assoluta certezza sulla loro estraneità alla camorra. Hanno manifestato anche persone che nelle sette vittime dell’eccidio hanno riconosciuto la loro storia di migrazione, costellata di incertezza, soprusi e sfruttamento. Tutti e sette avevano affrontato il viaggio verso l’Italia, e scelto di rischiare la propria pelle pur di ricercare un’altra vita. Alcuni di loro – ben tre – avevano ricercato e ottenuto protezione in Italia, anche dopo anni di “limbo”, di incertezza sulla definizione del loro status a causa di una condizione di irreperibilità. L’assenza di diritti, lo sfruttamento come manovalanze, le morti nel recente passato di altri cittadini migranti, la precarietà della loro condizione, sono tutti elementi che sono emersi anche con violenza, dopo una strage che rimane ancora incomprensibile. E’ la disperazione e lo sconcerto di chi rivede in sette persone la storia intera di un popolo di migranti che cerca protezione e un’altra vita e trova vessazioni e la morte.

Quali sono le iniziative previste nei prossimi giorni?

Dal 4 al 6 ottobre seguiranno iniziative promosse dal movimento dei migranti, dei rifugiati e degli antirazzisti. Il 4 ottobre, per le vie di Caserta sfilerà un corteo antirazzista. Il giorno successivo, sempre a Caserta, in piazza Vanvitelli, a partire dalle 18.00 si svolgerà una serata di proiezioni, animazioni e “live contro il razzismo”. Infine il 6 ottobre sarà dedicato agli incontri con le istituzioni locali e nazionali. Vorremmo ricordare che il Comitato organizzatore delle iniziative ha lanciato un appello e predisposto una lettera aperta alle istituzioni.
Per ricevere il testo dei documenti e per avere ulteriori informazioni, invitiamo a contattarci direttamente all’indirizzo di posta elettronica csaexcanapificio@libero.it