Stop agli ingressi per due anni? Contro la crisi, occorre bloccare gli effetti della Bossi-Fini

La Lega Nord propone lo stop dei "flussi". I migranti vogliono il blocco della Bossi-Fini

Il prezzo della crisi sulle spalle dei migranti scrivevamo pochi giorni fa sulle pagine di Melting Pot Europa. E proprio poche ore dopo, nel corso della discussione per l’approvazione del Ddl 733, la Lega Nord propone, per affrontare la crisi economica che imperversa anche nel nostro paese, il blocco dei flussi per due anni. Altri emendamenti prevedono l’obbligo di segnalazione, da parte dei medici, di chi non è in regola con il titolo di soggiorno, il pagamento delle cure mediche anche per gli indigenti, se stranieri e l’esclusione dall’assegnazione degli alloggi popolari per chi non ha la residenza da almeno dieci anni.

Già i decreto flussi per l’anno in corso, di prossima emanazione, prevede la presa in considerazione delle sole domande presentate lo scorso anno.

Ammesso che di procedure di ingresso si possa parlare (il decreto flussi è un momento di regolarizzazione mascherato e le lentezze burocratiche dilazionano ormai di due anni i tempi che intercorrono tra la domanda d’assunzione e la consegna del permesso di soggiorno), emerge con lampante chiarezze come oggi, il nodo della crisi globale sia assolutamente centrale anche nella discussione intorno ai temi dell’immigrazione.

Il blocco degli ingressi autorizzati poggia i suoi presupposti sulla fase di recessione e la conseguente chiusura di moltissime aziende che il nostro paese si appresta ad affrontare e che per certi aspetti già ha cominciato a produrre i suoi effetti.
Moltissime imprese dismetteranno, moltissimi lavoratori perderanno il lavoro e non ci sarà quindi bisogno di assumerne altri, tantomeno dall’estero.
Ma se da un lato questa previsione economica pare azzeccata, un vizio di fondo ne contorce le conclusioni.
Sarà mai pensabile che il blocco delle procedure autorizzate d’ingresso per lavoro (oltre che le pesanti restrizioni introdotte nel diritto d’asilo, nei ricongiungimenti ed in generale nei diritti spettanti ai migranti) possa in qualche modo arginare i movimenti migratori che sempre hanno forzato i confini ben oltre le loro formalità?
I processi della libera circolazione sono inarrestabili. Con questa sfida dovrà fare i conti la crisi.

Ma proprio la parola flussi, rubata al linguaggio idraulico, è qui a ricordarci come l’idea che ha sempre mosso la previsione dell’autorizzazione all’ingresso, sia legata ad una temporaneità dei fenomeni migratori. Si parla di flussi come a dire che i migranti vengono, scorrono veloci e poi scivoleranno via, a seconda delle condizioni del mercato del lavoro e delle esigenze della produzione.
Un pensiero debole che, anche quando l’ha accettata o apprezzata, ha sempre immaginato l’immigrazione come risposta speculare alle esigenze di braccia, di corpi da mettere al lavoro, accettati in quanto utili a coprire le mancanze del welfare state, pensiamo al tempo produttivo liberato dalle badanti alle famiglie con il lavoro di cura degli anziani, o più semplicemente ai tanti lavori di cui via via si sono fatti carico i migranti.

Oggi invece, proprio la crisi, permette di mettere in rilievo come, lungi dall’essere mosse dai richiami del mercato del lavoro, o comunque non specularmente compatibili con questi, le migrazioni sono fenomeni che trasformano profondamente i territori che viviamo, almeno quanto la globalizzazione ne ha plasmato i tempi e e gli spazi. Progetti di vita speranze e radicamento nel territorio dei nuovi cittadini sono nodi con i quali tutti dovranno confrontarsi.

E se la crisi economico globale certo, non mancherà di modificare anche le rotte e le spinte dei dei movimenti migratori, a prescindere dal blocco degli ingressi autorizzati, diventerà centrale un’altra grande questione.
Come affrontare la crisi? I licenziamenti, la perdita della possibilità di rinnovare il permesso di soggiorno ed i conseguenti provvedimenti di espulsione?

Occorre bloccare immediatamente la legge Bossi-Fini, il legame tra lavoro e diritto di soggiorno, da sempre precario, da sempre frutto di ricatti e sfruttamento, ed oggi prepotentemente attuale dentro a questo nuovo scenario.
Difficilmente saranno le sole esigenze del mercato a farsi valere (anche se molte aziende saranno costrette in futuro ad assumere persone non professionalmente qualificate visto che i lavoratori licenziati, già ampiamente formati verranno sottoposti ad espulsione).
Dovranno essere gli stessi migranti, i nuovi cittadini, ad imporlo.
Si apre quindi la possibilità, per gli stessi soggetti su cui la crisi rischia di scaricare tutta la sua violenza, di ribaltare questa situazione, di fare della crisi un punto di forza, un momento nel quale mettere in discussione ciò che da ormai molto tempo è parso essere scontato. Questa legge ingiusta che regola le loro vite, la loro posizione subordinata. La loro presa di parola potrebbe mettere tutti, sindacati confederali ed industriali compresi, davanti alla necessità di affrontare questo nodo, un pò come il mondo della formazione ha saputo fare nell’opposizione alla riforma Gelmini ed alla legge 133.
Per farlo, lo sappiamo, sarà però necessario mettersi in movimento.

Nicola Grigion, Progetto Melting Pot Europa

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Pacchetto sicurezza – Il prezzo della crisi sulle spalle dei migranti