Diritti respinti. Gli atti dell’assemblea cittadina sul porto di Venezia

Tutto quello che bisognerebbe sapere su migranti e richiedenti asilo alle frontiere dell'Adriatico

Pubblichiamo per esteso tutti gli interventi che si sono susseguiti durante l’assemblea cittadina ‘Diritti respinti. Migranti e richiedenti asilo alla frontiera del Porto di Venezia , tenutasi lo scorso 29 novembre e organizzata dalla rete di associazioni Tuttiidirittiumanipertutti.
La scelta di riscriverli per intero è stata dettata dallo straordinario interesse di questa iniziativa. Il quadro composito che ne emerge offre una prospettiva d’insieme sullo stato dei diritti e delle loro violazioni all’interno di questa frontiera , la cui realtà appare troppo poco conosciuta.
Sulla base di tutti i dati raccolti è infatti possibile affermare che le pratiche di respingimento dal porto di Venezia verso la Grecia risultano lesive di molti diritti fondamentali di cui sono portatori i migranti ad esse soggetti.

Il professore Fulvio Vassallo Paleologo ha esposto con chiarezza le leggi nazionali e internazionali violate alle frontiere italiane in generale e a quelle dei porti dell’adriatico nel caso specifico. Rosanna Marcato, del Comune di Venezia, ha raccontato delle difficoltà incontrate dal suo servizio di accoglienza quando lavorava all’interno del porto e delle ragioni che hanno spinto il Comune ad abbandonare questa esperienza. Francesca Cucchi del Consiglio Italiano Rifugiati, ancora attivo al porto di Venezia ha illustrato attraverso dati ben precisi quanto inefficace risulti il loro servizio rispetto al numero reale dei migranti e dei richiedenti asilo intercettati e respinti dalla polizia di frontiera.
Il regista Hamed Mohamad Karim ha mostrato in anteprima un estratto del suo video girato a Patrasso dove si vedono i ragazzi anche minorenni respinti da Venezia verso la Grecia. Di questo video riportiamo i testi delle interviste tradotti da Francesca Grisot, mediatrice del comune di Venezia.
Katerina Tsapopoulou, dell’ Associazione Diktyo, rete per il supporto sociale immigrati e profughi di Atene, ha descritto la disastrosa situazione dei diritti dei migranti nel suo paese fornendo ulteriori ragioni a supporto della richiesta dell’Acnur di non rimandare più nessun richiedente asilo nella repubblica ellenica. La stessa richiesta è peraltro stata formulata da Amnesty International, rappresentata nell’assemblea dall’Avvocato Giusy D’Alconzo che ha inquadrato le violazioni dei diritti alle frontiere italiane all’interno di un contesto generale sempre più preoccupante. In Italia infatti, a detta di AI la tutela dei diritti umani viene sempre più sacrificata in nome di retoriche securitarie che rispondono ad ansie spesso generate più dagli allarmismi istituzionali che dalla realtà dei fatti. Orsola Casagrande, giornalista de Il manifesto ha poi aiutato a comprendere chi sono i migranti e i richiedenti asilo che arrivano alla frontiera del porto di Venezia descrivendo la drammatica situazione del popolo curdo e della sua diaspora cui la maggior parte di loro appartengono.
Infine, Saywan, un ragazzo curdo iracheno sopravvissuto ad un viaggio nel quale sono morti i tre suoi compagni di strada, ritrovati asfissiati e nudi alla stazione di servizio della Bazzera di Mestre, ha coraggiosamente raccontato la sua storia.

Alla fine della mattina, un corteo silenzioso ha unito tutti quelli che per ore erano rimasti ad ascoltare il racconto di abusi consumati ad un passo da loro, in una zona quasi sconosciuta di una città come Venezia che da sempre si vuole terra di accoglienza e di asilo. ognuno ha gettato un fiore nell’acqua dalle banchine di Santa Marta, per ricordare chi è morto cercando di arrivare fino a noi, ma anche per racchiudere dentro un gesto simbolico la volontà di fare luce su tutto questo e attivarsi per cambiarlo.

Vedi il documento di indizione dell’assemblea con il programma degli interventi

Introduzione – Alessandra Sciurba – Benvenuti a questa assemblea
cittadina che ha come oggetto la frontiera del porto di Venezia e che è stata organizzata dalla rete di associazioni ‘tuttiidirittiumanipertutti’.
Questa rete ha iniziato a lavorare insieme a partire dalla storia del campo sinti da costruire nel Comune di Venezia, opponendosi ad un gruppo di cittadini di questo territorio che riteneva legittimo mettere a referendum la tutela dei diritti fondamentali di un’altra parte dei cittadini dello stesso territorio solo perché avevano una diversa appartenenze ‘etnica’.
La rete ha iniziato dalla scorsa estate a concentrare la sua attenzione anche sulla frontiera del porto di Venezia, specialmente dopo la morte di un ragazzo – che aveva più o meno l’età degli studenti che sono presenti qui oggi – avvenuta il 22 giugno per soffocamento dentro il cassone coibentato di un tir in cui si era nascosto per sfuggire ai controlli e non essere rimandato in Grecia.
Questa è sempre una cosa che fa male ma ci ha fatto ancora più male scoprire che questo ragazzo morto dentro questo tir era stato rimandato cinque giorni prima in Grecia dalla polizia di frontiera. Se questo ragazzo – che era un curdo iracheno e poteva quindi chiedere protezione internazionale – avesse potuto semplicemente esercitare questo diritto senza essere costretto a nascondersi, probabilmente oggi sarebbe qui con noi.
Grava quindi su queste morti la responsabilità delle prassi condotte all’interno di questo porto.
Su tutto questo il 27 giugno abbiamo convocato una conferenza stampa e quello stesso giorno, a un passo da noi, ne è morto un altro di ragazzo, sempre nello stesso modo. Forse solo per questo abbiamo avuto un po’ di risonanza mediatica sui giornali e sui telegiornali perché purtroppo, di regola, quando muoiono persone come queste, senza nome e senza diritti non gliene frega molto a nessuno, nessuno è responsabile e nessuno ha colpa.

Questa rete di associazioni ha allora voluto scrivere una lettera al Prefetto esprimendo, in maniera giuridicamente argomentata, tutti i nostri dubbi sul modo in cui vengono tutelati o non tutelati i diritti delle persone alla frontiera del porto di Venezia. Ci è stato risposto che tutto avveniva nella piena legalità.

Noi crediamo che se esistono delle leggi che provocano violenza, sopraffazione e morte forse queste leggi vanno rimesse in discussione. Ma non è neppure questo il caso, non si tratta nemmeno di leggi del genere perché noi non siamo affatto convinti che tutto avvenga nella piena legalità, abbiamo molta voglia di fare attività di contro-informazione, e raccontare che potrebbe essere diverso.
Ci sono infatti dei diritti formalmente tutelati da leggi interne, direttive europee, convenzioni internazionali, che vengono continuamente invece messi in secondo piano rispetto a logiche securitarie applicate costantemente che incidono sulla vita e sulla morte dei migranti in questo paese.
Questa è un’assemblea cittadina e tutti i dati che condivideremo dovrebbero essere considerati come degli strumenti, delle armi pacifiche da utilizzare per modificare anche noi, in prima persona, una realtà così violenta che è proprio qui alle nostre spalle. Ognuno con i propri mezzi, le proprie competenze, le proprie modalità.
Per cominciare a dare un inquadramento giuridico che sarà il più semplice possibile ma che è necessario, cominceremo a parlare oggi con il professore Fulvio Vassallo Paleologo dell’Università di Palermo e dell’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione che è venuto dalla Sicilia per essere qui con noi.

1 – Fulvio Vassallo Paleologo, Asgi e Università di Palermo – Grazie per l’occasione di essere qui in questo posto, esattamente di fronte al porto e di fronte al mare dove si verificano spesso molte tragedie.
Voglio ricordare che ieri a Lampedusa, con le burrasche di questi giorni, sono arrivate trecento persone, trecento migranti in gran parte richiedenti asilo, che sono state salvate da un peschereccio e poi sbarcate sull’isola.
Quando noi parliamo di Diritti respinti, infatti, parliamo di persone respinte. Di persone che vengono respinte in vario modo, che vengono respinte in frontiera, concetto sempre più vago, sempre più evanescente ma sempre più tragico per la vita di coloro i quali sono costretti ad attraversarle, queste frontiere, perché non ci sono possibilità di ingresso legale o perché esercitano un diritto: il diritto di asilo che è riconosciuto da tutte le convenzioni internazionali, dai trattati e dalle direttive dell’Unione europea e dalla nostra carta costituzionale.
Quindi non stiamo parlando di persone che attraversano soltanto irregolarmente una frontiera ma parliamo di persone che sono titolari di diritti fondamentali, a partire dal fondamentale diritto alla vita che molto spesso viene negato. Viene negato qui, come anche nel canale di Sicilia dove abbiamo centinaia e centinaia di morti dovuti al pattugliamento, ai controlli di frontiera marittima che oltretutto hanno anche esito scarsissimo. I controlli si intensificano e gli sbarchi aumentano.
Evidentemente i controlli servono solo a dare una certa immagine all’opinione pubblica ma non servono neanche a rallentare i flussi di ingresso.
Quando parliamo di vite, di persone, parliamo di soggetti anche vulnerabili, spesso minori, per cui ricordo che esiste un divieto generale di espulsione e di respingimento. Almeno al livello delle convenzioni internazionali e delle leggi: molto spesso infatti questo non viene riconosciuto effettivamente.
Spesso abbiamo espulsioni collettive, cioè persone che vengono mandate via in blocco, senza dare a ciascuno la possibilità di far valere la propria posizione individuale e questo è frutto anche delle prassi della polizia di frontiera che vengono messe in atto nei porti adriatici come quello di Venezia.
Io ho conosciuto questo problema a Lampedusa e grazie all’impegno di pochi valorosi della rete Antirazzista Siciliana e grazie anche alle denunce che si sono fatte alla Corte europea, e alle denunce di coraggiosi giornalisti, penso a Fabrizio Gatti, la situazione lì, negli ultimi tempi, è un pochettino migliorata.

Io voglio essere qui oggi per denunciare quello che succede non solo a Venezia, ma anche ad Ancona, a Bari e in altri porti dell’Adriatico, perché credo che, anche se la dimensione numerica – e questo è il primo dato che voglio trasmettervi – è molto meno rilevante di quella degli sbarchi in Sicilia, tuttavia le violazioni, le irregolarità, gli abusi che si verificano in questi luoghi ormai al di fuori del diritto e forse anche del nostro territorio, sono talmente gravi che vanno denunciate e vanno anche portate all’attenzione delle Corti internazionali.

Quando parliamo di porti dell’Adriatico parliamo di questo: di migranti che si nascondono nei tir, nei camion che si imbarcano. lo fanno alcune volte con la complicità degli autisti, altre volte sfondando il container all’insaputa degli autisti, e poi vengono identificati dai controlli della polizia di frontiera. Questi controlli avvengono spesso quando si trovano ancora sulle navi che battono bandiera straniera, e questo comporta grandi difficoltà per le associazioni, per gli avvocati, nell’intervenire e far valere i diritti di queste persone; altre volte vengono portati a terra negli uffici di frontiera, e lì dovrebbero scattare delle regole giuridiche che garantiscono alcuni diritti tra i quali quello dell’accesso alle procedure di asilo; altre volte vengono scoperti, quando va bene, quando non vengono poi a cadere dal camion o muoiono soffocati dentro questi tir, sulle autostrade come è successo questa notte su quella tra Venezia e Ancona, e vengono a quel punto espulsi o respinti.
Quando parliamo di respingimento lo facciamo per capirci, ma poi a livello giuridico si distingue tra respingimento,espulsione e riammissione. La riammissione riguarda generalmente i paesi che fanno parte dell’Unione europea come Italia e Grecia, respingimento ed espulsione riguardano invece i provvedimenti di allontanamento forzato verso paesi extracomunitari, e nel caso dell’espulsione il provvedimento è particolarmente pesante perché si prevede il divieto di reingresso per dieci anni. Una condanna a vita, praticamente, per cui alcune persone non avranno più il permesso di entrare legalmente.

Parliamo poi di flussi misti. Non esistono flussi soltanto di richiedenti asilo o soltanto di immigrati che cercano di entrare per bisogni economici. Parliamo di immigrati che comunque, in qualsiasi modo arrivino alla nostra frontiera, sono portatori di diritti fondamentali, quindi il diritto alla vita, il diritto alla salute, il diritto alla difesa, il diritto di mantenere l’unità familiare quando ad esempio arrivano con bambini piccoli, con i propri figli.
Ecco, si tratta di vedere come garantire effettivamente questi diritti perché molto spesso le esigenze di pubblica sicurezza che vengono fatte valere nei posti di frontiera riescono a travolgere questi diritti che comunque spettano a tutti i migranti.
Non si mette in discussione che chi non ha titolo per entrare debba essere espulso. Il problema è che le modalità di esecuzione delle misure di allontanamento molto spesso violano diritti fondamentali. E noi ce ne accorgiamo, perché tra l’altro molto spesso queste persone tentano un’altra volta.
Ci sono anche in Sicilia molti casi di persone che hanno tentato più volte di tornare dalla Libia, dalla Tunisia, dall’Algeria. Ecco, quando ottengono uno status legale, avendone diritto, poi ci raccontano tutte le violenze e tutti gli abusi che hanno subito nei paesi di transito dai quali arrivano. È chiaro che dalla Grecia arrivano persone in transito da lì. Sono curdi, in fuga da quello che io chiamo un vero e proprio genocidio, una pulizia etnica che la Turchia, amica del governo italiano, sta realizzando ai danni del popolo curdo. Ma anche afghani e iracheni, vittime collaterali di queste guerre che noi stiamo gestendo in quei paesi.
Nei confronti di queste tipologie di persone, di questi esseri umani in fuga, oggi c’è un atteggiamento sempre più restrittivo e sempre più discrezionali. Ovvero, ci sono degli spazi in cui c’è un uomo, che è esponente di un’istituzione, che decide discrezionalmente sulla vita o sulla morte di un altro uomo senza applicare le norme.
Io questo lo dico, e lo dico con molta fermezza, perché ultimamente i tribunali internazionali e anche le corti italiane lo cominciano a dire. Noi oggi stiamo parlando dei respingimenti dalla frontiera di Venezia verso la Grecia, e io voglio ricordare che il tribunale amministrativo della Puglia, con una sentenza dell’agosto del 2008 ha sospeso l’applicazione del Regolamento Dublino, che è quel regolamento che permette ad un paese come l’Italia che riceve un richiedente asilo di rimandarlo nel primo paese d’ingresso dell’Unione europea nel quale questa persona appunto è arrivata. Bene, dice il tribunale amministrativo di Lecce, pochi mesi fa, che la Grecia non è un paese terzo sicuro e quindi in base anche alle raccomandazioni dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ribadisce l’opportunità che le persone che giungono in Italia non vengano rimandate verso la Grecia e sospende, in questo caso, l’allontanamento della persona che l’autorità di polizia italiana aveva già avviato verso quel paese.
Purtroppo, per un caso che si riesce a portare davanti al tribunale, tanti altri casi non si conosceranno mai perché vengono messe in esecuzione misure di allontanamento che si sottraggono persino agli standard legali nazionali e internazionali. Voglio ricordare per esempio che, per quanto riguarda la riammissione verso la Grecia, recentemente il Ministero dell’interno ha invocato un accordo del 1999 stipulato tra Italia e Grecia che dovrebbe giustificare gli allontanamenti forzati che si verificano direttamente lasciando le persone sulle navi e rimandandole indietro, o peggio, quando le persone sono trovate sul territorio.
In Calabria c’è stato addirittura un respingimento sommario di persone che erano sbarcate ed erano già da diverse ore sul territorio e che sono state riportate a Brindisi e fatte ripartire verso la Grecia.
Bene, il trattato di riammissione tra Italia e Grecia prevede comunque che queste disposizioni non pregiudichino gli obblighi di ammissione di cittadini stranieri derivanti da altri accodi internazionali, non pregiudichino l’applicazione della Convenzione di Ginevra che riconosce il diritto d’asilo e non ostacolino l’applicazione degli accordi sottoscritti dalle parti contraenti in materia di tutela dei diritti dell’uomo.
Qui abbiamo la fondamentale Convenzione europea a salvaguardia dei diritti dell’uomo, abbiamo l’articolo 3 che vieta il respingimento quando la persona respinta possa subire trattamenti inumani e degradanti, e la Grecia, purtroppo, nei confronti dei migranti, non applica il diritto d’asilo, come riconosce il Tar, come riconosce l’Acnur – è quindi un fatto incontestabile.
Nei confronti dei migranti respinti in Grecia, poi, c’è il rischio di trattamenti inumani e degradanti perché la Grecia ha in molti casi l’abitudine di rimandare in Turchia i Curdi, e sappiamo bene quello che succede in Turchia quando un crudo che è fuggito e ha chiesto asilo in Europa viene rimandato indietro e consegnato alla polizia turca. E grosso modo lo stesso si può dire con Iraq e Afghanistan, anche se l’efficacia di queste politiche e di queste pratiche di riammissione sommaria oggi sono un po’ messe in dubbio dal fatto che siccome costano un sacco di soldi tutti i paesi europei inaspriscono continuamente le normative sui respingimenti ma in realtà riducono poi il numero delle persone che vengono effettivamente accompagnate.
Almeno in Sicilia succede questo: io fino a due giorni fa ho visto a Palermo una persona respinta in frontiera che girava tranquillamente perché è la polizia che lascia la gente in libertà ad Agrigento dicendo loro ‘vi diamo questo foglio, entro cinque giorni devi lasciare il territorio dello Stato e loro, senza documenti, senza soldi, rimangono inevitabilmente dove stanno.
Nel caso invece delle frontiere adriatiche il discorso è diverso perché in realtà, rispetto alla Sicilia, la dimensione numerica – e questo è bene che sia percepito – è molto, molto più bassa.
È molto grave che determinati diritti fondamentali vengano violati. Ricordiamo che chi viaggia possono essere anche donne, donne vittime di abuso, vittime di tortura perché sappiamo bene che in questi paesi esiste la tortura, sappiamo bene da cosa fuggono queste persone. E quindi è ancora più grave rimandarle indietro o rimandarle verso un paese che poi può rimandarle a sua volta nell’inferno dal quale sono fuggite.

Voglio ricordare che al di là di questo accordo Italia-Grecia abbiamo quindi la valenza della Convenzione europea a salvaguardia dei diritti dell’uomo e abbiamo la possibilità concreta e importante, che si deve sfruttare da parte delle istituzioni e da parte degli avvocati, di fare un ricorso, ex articolo 39 del regolamento di procedura direttamente alla Corte di Strasburgo, e la Corte può intervenire e bloccare un’espulsione o l’allontanamento.
Anche qui, ovviamente, occorre riuscire a raggiungere la persona.

Il vero nodo è che queste persone sono di fatto sequestrate. Si tratta di un sequestro di persona legalizzato.

Queste persone sono sulla nave e vorrebbero scendere a terra, il comandante non le fa scendere perché altrimenti incorrerebbe nel reato di agevolazione dell’ingresso irregolare, chiama allora la polizia che o li mantiene sulla nave e li rimanda indietro senza riconoscere il diritto di asilo, o li porta in un ufficio di frontiera, li identifica e comunque poi li rimbarca e, anche in quel ,caso, non riconosce né il diritto di asilo né la circostanza che la persona ha anche il diritto di provare, anche con la prova radiografica del polso, la sua minore età, avendo a quel punto ha il diritto di restare nel nostro territorio perché noi non possiamo né espellere né riammettere minori di età verso altri paesi se giungono in frontiera.
Purtroppo tutto questo viene negato e tutto questo può essere denunciato oltre che alle Corti per i casi singoli, anche su casi collettivi perchè ci possono essere degli esposti fatti da associazioni alla Corte europea dei diritti dell’uomo che lamentano a partire da testimonianze che certamente non mancheranno su queste frontiere.
Quanto meno la Corte europea può interviene per sollecitare lo Stato a rispettare i diritti fondamentali e fornire informazioni alla Corte su quello che succede in frontiera.

Io penso che sia importante cogliere la possibilità che i diritti possano essere tutelati concretamente da associazioni che difendono le persone anche quando le persone non hanno voce per difendersi e, anche, vorrei che voi possiate percepire la distanza che spesso c’è tra i diritti che vengono affermati nella legge e quelli poi messi in pratica.
Anche il nostro testo unico sull’immigrazione, all’articolo 2, riconosce comunque allo straniero presente sul territorio, regolare o irregolare che sia, i diritti fondamentali della persona umana e il diritto d’asilo, il diritto di non respingimento, il diritto di non essere espulso se è minore – però poi nella pratica amministrativa questi diritti vengono violati malgrado anche l’autorità amministrativa si sforzi di richiamare gli uffici di frontiera all’applicazione della legge.
Voglio solo ricordare che il decreto legislativo 25 del 2008 ha sottratto all’autorità di polizia di frontiera qualunque potere discrezionale nel vantare la fondatezza o meno dell’istanza dell’asilo.
Ricordo che una circolare del ministero dell’interno, non contraddetta né modificata neppure dall’ultimo provvedimento 159 del 2008, dice specificamente che la polizia di frontiera è tenuta a ricevere in ogni caso la domanda di protezione internazionale sulla quale si pronuncia la competente commissione territoriale.
Questo supera la legge del ’90 che dava invece all’autorità di polizia di frontiera una sorta di funzione di pre-valutazione della fondatezza della richiesta di asilo.

Io credo che nei casi di respingimento collettivo che si verificano dai porti dell’Adriatico verso la Grecia non c’è il rispetto delle formalità previste dall’accordo con la Grecia, non c’è il rispetto di quanto riconosce il tribunale amministrativo e della Convenzione europea a salvaguardia dei diritti dell’uomo, si viola la normativa vigente interna italiana, si va contro la direttiva del ministero dell’interno.

Ci sono tutti gli estremi per poter fare denunce per abuso quando si possono ovviamente fare, perché il vero problema non è difendere le persone ma raggiungerle. Se non si possono raggiungere non si possono difendere, possono avere tutti i diritti del mondo ma non si possono certamente difendere persone irraggiungibili. Quindi diventa fondamentale anche il ruolo degli uffici di frontiera e tra l’altro esistono leggi e disposizioni amministrative che prevedono che presso i valichi di frontiera aerea, terrestre e aeroportuale si attivino servizi di informazione per dare la possibilità, appunto, a chi arriva in frontiera e porta determinati diritti, di essere informato su come farli valere e poi poterli fare valere effettivamente.
Ma questi servizi di informazione o non esistono, come nel porto di Trapani, o se esistono funzionano per esempio dalle dieci di mattina alle sei del pomeriggio, la nave arriva alle dieci di sera e non c’è nessun servizio per dare informazione e per raggiungere le persone che hanno bisogno di essere tutelate. Quindi è importante che a livello locale, oltre ad un lavoro di denuncia che probabilmente va fatto anche a livello nazionale e internazionale, si apra una trattativa per garantire che i servizi di accoglienza e informazione in frontiera possano funzionare.
Tutto questo per riconoscere diritti fondamentali di alcune centinaia di persone. Quindi non fatevi confondere dal discorso che c’è l’invasione o la sicurezza messa a rischio: è noto che tra i richiedenti asilo o che tra coloro che arrivano irregolarmente e poi fanno richiesta di asilo, la percentuale di persone che commettono reati è molto inferiore a quella degli italiani. Soltanto dopo anni di costrizione alla presenza irregolare e in assenza di strumenti legali noi abbiamo verificato su aree specifiche del territorio una maggiore rilevanza della criminalità legata all’immigrazione.
Quindi cerchiamo di non farci prendere in giro da chi vende sicurezza e produce con norme e prassi amministrative situazioni criminogene, perché certamente è produrre situazioni criminogene rimandare a Patrasso una persona che poi o di nascosto, o pagando un passeur o in qualche altro modo tenterà sicuramente di ripartire verso l’Italia a rischio di lasciarci, purtroppo, la vita.

Io quindi spero, e chiudo con questo, che oggi sia un primo momento. Questa pratica di respingimento con affido la denuncio da quattro anni. Stando in Sicilia, però, mi sono dovuto occupare un po’ di più di quello che succede tra Lampedusa, Malta e la Libia. Ma penso, credo, spero, che ci siano le possibilità per fare qualcosa. Spero che si crei un senso comune, una coscienza collettiva ai porti dell’adriatico per garantire i diritti fondamentali di queste persone, garantire l’accesso alle procedure di asilo o di protezione per i minori non accompagnati e cercare di mettere fine a quegli abusi e a quelle violazioni che si stanno verificando, ormai in modo anche censito da sentenze dei tribunali e delle corti internazionali.

2- Rosanna Marcato , Responsabile del Servizio Pronto Intervento Sociale del Comune di Venezia – Buongiorno a tutti, io vi porterò un po’ più dentro la realtà che è qui vicina a voi.
Questo territorio lavora e il mio servizio lavora fin dai primi anni ’90 specificamente sulla materia dell’asilo. Quindi accogliamo da moltissimo tempo e lavoriamo sui diritti di queste persone ormai da 15 anni.
Da che io mi ricordi, il porto di Venezia è sempre stato un porto , già intorno agli anni ’94-’95, in cui questo fenomeno era presente. Noi siamo intervenuti in modo sporadico più volte tra gli ultimi anni novanta e il 2002 e abbiamo lavorato, da quando per decreto ministeriale sono stati istituiti gli uffici di frontiera ai porti, perché questo ufficio potesse essere aperto al porto di Venezia, e fosse un ufficio che servisse sia il porto che l’aeroporto, proprio per applicare una normativa dello Stato italiano.
Quindi il nostro impegno va all’applicazione dei diritti reali e quotidiani delle persone richiedenti asilo e dei rifugiati e ultimamente mi occupo anche di minori stranieri non accompagnati.
Sono categorie di migranti, per così dire, un po’ particolari proprio perché per arrivare affrontano viaggi particolari che segneranno in qualche modo il loro percorso migratorio e anche tutta la loro vita. Questi viaggi sono molto più importanti, per le esperienze che sono vissute, della loro cultura di appartenenza e di quello che pensavano prima di partire.

Vi leggo un documento dove è definita in modo esplicito La funzione di un servizio di accoglienza alla frontiera. È un decreto ministeriale del 2000:

i servizi di accoglienza rivolti a stranieri, sono rivolti a stranieri che intendano presentare domanda di asilo, a quelli che entrano in Italia per motivi diversi dal turismo, e comunque a stranieri per i quali si rendano necessarie forme di assistenza in attesa della definizione degli accertamenti connessi al loro ingresso in Italia”.

Esattamente quello che diceva prima il professor Vassallo. Questo era il nostro primo impegno.
Nel 2002 viene effettivamente organizzato dalla Prefettura di Venezia questo ufficio di accoglienza alla frontiera con il Consiglio Italiano per i Rifugiati. Noi abbiamo sempre mantenuto i contatti e abbiamo cercato di lavorare, stando fuori, insieme ai colleghi del Cir.
In questi anni, però, l’ufficio non ha mai trovato un modo reale per essere incisivo nei confronti dei problemi che si presentavano alla frontiera e quindi dell’accesso degli stranieri: non riusciva a vedere le persone. Come prima si diceva, l’accesso alle persone era sostanzialmente negato se non per pochi casi.
Questo è il motivo per cui noi abbiamo deciso nel 2007 di partecipare insieme al Cir a un tentativo di forzare un po’ questa situazione.
Abbiamo pensato che come enti locali il potere contrattuale potesse essere forse più forte e quindi ci siamo lanciati in questa avventura contando anche di mettere all’interno di questa struttura del personale altamente specializzato e degli interpreti altrettanto specializzati che sono due delle importanti componenti che devono avere questi uffici. Non perché i colleghi del Cir non lo fossero, ma perché li abbiamo supportati con altra tipologia di personale.
Noi nel nostro servizio abbiamo un centro di documentazione sui paesi d’origine e quindi potevamo offrire notizie utili al nostro ufficio ma anche alla polizia relativamente ai paesi di origine delle persone che arrivavano in frontiera e delle situazioni anche dei paesi di transito.
Volevamo inoltre essere uno strumento per monitorare questi flussi e le catene migratorie che intorno a queste questioni si organizzano.
Una parte altrettanto importante del nostro lavoro era poi accogliere queste persone perché questo è forse il mandato più preciso che abbiamo. Perché non possiamo dimenticare che una volta sbarcati da queste navi o dagli aerei queste persone hanno bisogno praticamente di tutto. Quindi noi abbiamo anche organizzato dei servizi di accoglienza che ormai sono in piedi da tanti anni e che appunto accolgono queste persone.

Perché ce ne siamo andati? Ce ne siamo andati perché a parte le grandissime difficoltà iniziali a superare il solo fatto di essere presenti all’interno del porto – per mesi abbiamo dovuto, anche con l’ausilio della Prefettura, pattuire il nostro ingresso fisico al porto – alla fine di quell’anno ci siamo resi conto che anche la nostra presenza era poco incisiva e questo per una serie di ragioni: perché la polizia di frontiera tendeva a considerare, quando andava bene, l’ufficio come un self service di interpreti a loro disposizione, per i rapporti molto difficili che spesso si creavano, perché gli operatori , non solo gli operatori dell’ufficio di accoglienza ma anche gli operatori di polizia si trovano ad operare con un impatto anche emotivo molto forte all’interno di queste situazioni perché si incontrano persone alle quali molti vorrebbero fornire aiuto, che hanno storie importanti, e a volte purtroppo ci si trova di fronte anche a chi non ce l’ha fatta, a chi è morto durante il viaggio o a chi durante questi viaggi è rimasto ferito e che tentiamo poi di seguire nei nostri servizi.
Tutto questo si è unito poi a una crisi del sistema relativo anche all’accoglienza e agli strumenti a disposizione e alle risorse rispetto a questa tematica.
Se le risorse vengono sempre più a mancare, ciò accade perché si scelgono altre strade per investire il denaro.
Per fare un esempio, i centri di accoglienza del comune di Venezia che pure sono finanziati in parte dallo Stato, funzionano con circa 30 euro al giorno a persona. Un centro di detenzione funziona con circa 90 euro al giorno. La distribuzione di queste risorse è evidentemente determinata da una visione ben precisa del fenomeno delle migrazioni.
Nel Comune sono poi venute meno alcune figure essenziali per tutte le problematiche che si sanno sul precariato, e quindi abbiamo deciso per questo coacervo di motivi, ma direi soprattutto per la quasi inutilità in cui sentivamo di lavorare, di andarcene.

Però, il porto ci è rimasto nel cuore e quindi continuiamo a rimanere attenti a quello che succede e purtroppo devo dire che da quando ce ne siamo andati la situazione non solo non è migliorata ma è addirittura peggiorata.
Certo, quello che mi viene un po’ da raccontarvi, vista anche la grande presenza nel pubblico di ragazzi molto giovani, è che una buona parte di queste persone che arrivano al porto ha all’incirca la vostra età: quindici, sedici, diciassette anni, alcuni undici, alcuni dodici, alcuni tredici.

Mi piacerebbe che ognuno di voi pensasse di partire da Santa Marta, dove siete in questo momento, e di arrivare fino in Afghanistan, di arrivare fino in Kurdistan di arrivare fino in Iraq, spesso a piedi, spesso incontrando ostacoli e problemi gravi di tutti i tipi, incontrando varie realtà di sfruttamento sia lavorativo che di altra natura, per poi, quando si è vicini alla meta che ci si è prefissati e anche alla salvezza rispetto a una vita infame per molti aspetti, sia da un punto di vista economico che da un punto di vista di potere esercitare dei diritti elementari, pensare di essere arrivati così vicini alla meta ed essere respinti credo che sia una delle cose che più pesano per chi le subisce e anche per chi ci lavora vicino.
Ecco, io preferirei poi lasciare a Francesca il compito di raccontarvi la situazione attuale, e poi vedrete molte testimonianze di questi ragazzi, che alcun e persone che lavorano anche con il Comune sono riusciti a riprendere nel porto di Patrasso e ascolterete anche la testimonianza di un ragazzo che si è salvato da un viaggio in cui invece sono morti dei suoi coetanei.

3 – Francesca Cucchi, Responsabile del Consiglio Italiano Rifugiati, Venezia – Grazie innanzitutto per l’attenzione che si sta dando al porto.
Vorrei essere molto pratica e concreta per farvi rendere effettivamente conto di quello che è successo e sta ancora continuando a succedere al porto.
È soltanto di ieri la notizia che ventuno persone sono arrivate alla stazione marittima di Venezia e il servizio non è intervenuto. Volevo fare questo leggendovi innanzitutto una nota inviata dal presidente dell’autorità portuale al commissario per la sicurezza la libertà e la giustizia europea e al ministro Maroni. Una nota secondo me molto importante per almeno due aspetti rilevanti che sarebbe il caso di discutere insieme.

Da Gennaio ad oggi 850 clandestini sono stati scoperti al porto di Venezia. Si tratta di un trend negativo che già supera quello del 2006 e si avvia a superare quello del 2007. In aumento anche il numero dei minori, in arrivo soprattutto dal’Afghanistan, senza contare i morti e la continua emergenza legata alla condizione di salute degli immigrati. Altra difficoltà quella di distinguere i richiedenti asilo fra tutti i clandestini che vengono scoperti”.

Rispetto al dato degli 850 clandestini riferiti dall’autorità portuale, quindi dati precisi di persone che sono state probabilmente registrate dalla polizia, vorrei farvi notare che il servizio di accoglienza ha inviato al ministero degli interni, quindi si tratta sempre di documenti ufficiali, il numero degli utenti che hanno avuto accesso al servizio da gennaio ad agosto 2008, più o meno lo stesso periodo a cui si riferisce il presidente dell’autorità portuale.

Bene, di 850 persone probabilmente registrate, il servizio ne ha potute vedere soltanto 110 di cui una anche all’aeroporto. Potete vedere facilmente come manchino all’appello, se così possiamo dire, 740 persone che sono giunte a Venezia, al porto, e che non hanno avuto alcuna accesso al servizio.
Per meglio evidenziare questa situazione vorrei leggervi un ulteriore comunicato stampa da parte dell’agenzia delle dogane perché molto spesso le persone vengono trovate direttamente dalle dogane e poi affidate alla polizia:

nel mese di ottobre i funzionari dell’ufficio delle dogane con la collaborazione della polizia di frontiera e della guardia di finanza, hanno fermato complessivamente 69 clandestini”.

Dati sempre ufficiali, inviati dal nostro servizio di accoglienza al Ministero parlano per il mese di ottobre di 5 persone, 5 utenti che hanno avuto accesso al servizio.
Anche qui ne mancano all’appello 64, per la precisione 65 perché una persona di ottobre è stata fermata all’aeroporto marco Polo.
Una cosa che mi sembra molto importante sottolineare – e poi passerei, al di là del dato che penso già parli da sé, alla seconda e altrettanto rilevante parte della nota dove si parla della difficoltà di distinguere tra richiedenti asilo e clandestini, per come li definisce il presidente dell’autorità portuale- è il discorso legato alla frontiera.
La frontiera non è soltanto la stazione marittima, la frontiera è anche porto Marghera. Gli accessi a porto Marghera sono stati quest’anno praticamente inesistenti e a porto Marghera arrivano traghetti anche qui dalla Grecia, traghetti di carattere soltanto commerciale con a bordo però container che potrebbero trasportare sempre persone, oltre a navi provenienti un po’ da tutto il mondo. Alla stazione marittima invece arrivano quasi quotidianamente traghetti dalla Grecia, da Patrasso.

Sulla situazione in Grecia ci saranno poi altri interventi che meglio spiegheranno che cosa significa tornare dalla frontiera di Venezia a Patrasso.
Per quanto riguarda i dati, come dicevo, sono molto significativi, soprattutto se si vedono le nazionalità delle persone giunte al porto. Parlo sempre di persone che hanno avuto accesso al nostro servizio perché questo in realtà è il primo vero problema.
Come giustamente diceva il Professor Vassallo, il problema è quello dell’accesso al servizio. Il nostro servizio è un servizio di informazione e stiamo parlando di persone che non hanno neanche il diritto ad accedere alla semplice informazione sui loro diritti.
Non si tratta soltanto del problema dei richiedenti che è un problema gravissimo, ma è un problema anche del migrante economico che comunque ha pieno diritto di avere informazioni riguardanti la legge sull’immigrazione e i propri diritti, e non tornare indietro semplicemente come un ‘pacco’.

Per quanto riguarda la nazionalità faccio riferimento a dati fino al 15 novembre e comunque il numero è molto minore. Si tratta di 132 persone e sicuramente, viste anche le note e i comunicati stampa che vi leggevo, ci sono state molte più persone fermate dalla polizia: ci sono ben 41 persone dall’Afghanistan, 60 dall’Iraq, 7 dal Sudan, 8 dall’Iran, 3 dalla Somalia, 4 dall’Egitto, 3 dalla Siria, 4 dall’Eritrea, uno dal Marocco e uno dalla Mauritania.
Ogni commento sui paesi di provenienza mi sembra superfluo perché sappiamo tutti la situazione di queste persone che ovviamente sono soltanto quelle che la polizia ci ha consentito di vedere. Perché il servizio può intervenire solo su autorizzazione della polizia di frontiera, il che vuol dire che non abbiamo accesso a bordo delle navi e che possiamo vedere la persona soltanto se la polizia di frontiera ritiene opportuno farcela incontrare.

Tra le altre cose, un discorso molto particolare, e qui mi ricollego alla seconda parte della nota che ho preso un po’ come canovaccio, riguarda la difficoltà di distinguere tra richiedenti asilo e migranti economici. È una difficoltà evidente a tutti.
Sottolineava il professor Vassallo che, nella realtà, non viaggiano migranti economici da una parte e richiedenti asilo dall’altra: i flussi migratori sono misti, ormai è un dato di fatto, e non è facile distinguere se si tratta di un richiedente asilo o se è un migrante economico… fermo restando che per il servizio di accoglienza è fondamentale dare informazioni sui propri diritti a tutti, siano essi richiedenti asilo o migranti economici, il diritto è esattamente lo stesso per entrambi.
Ma anche se volessimo soffermarci solo sui richiedenti asilo, chi dispone questa la distinzione adesso, tra loro e gli altri? Il nostro servizio è costituito da due operatori legali e un mediatore culturale, operatori che possono in qualche modo parlare con le persone tra l’altro nella loro lingua di origine, una cosa molto importante, perché l’utilizzo di una lingua veicolare come può essere l’inglese può comportare gravi problemi e soprattutto gravi danni alla persona che si trova a parlare una lingua che non è la sua e spesso non capisce e spesso ricorre ad una terza persona ancora che fa da interprete improvvisato.

Oltre alla difficoltà che dovremmo evidenziare, di una persona che arriva in un territorio comunque straniero e le uniche persone a cui parla sono persone in divisa e non ha davanti a sé un personale civile che può informarlo sui suoi diritti e può in qualche modo raccogliere la sua storia nelle modalità più opportune.
Detto questo, quindi i due fondamentali problemi sono quello dell’accesso alla persona in quanto tale per darle informazioni; e poi quello della distinzione tra migrante economico e richiedente asilo. Sottolineo ancora però, perché è una cosa veramente importante, che il diritto di informazione è per tutti e non soltanto per i richiedenti asilo. Il che, visto che è anche previsto dallo stesso decreto ministeriale, è fondamentale che siano dati gli strumenti per vedere queste persone ed intervenire rispetto a loro.

Una cosa molto importante che ancora vorrei sottolineare, è che l’informazione non equivale immediatamente ad una ammissione al territorio. Degli utenti che sono stati visti dal nostro servizio, quasi il 50% ha fatto rientro, tramite traghetto, dalla Grecia a Patrasso, perché si trattava di persone che non volevano rimanere in Italia e presentare richiesta in Italia.
Noi spieghiamo sempre l’applicazione del regolamento Dublino a dimostrare che non c’è una automatismo tra informazione e ammissione al territorio. L’automatismo è informazione sui diritti e tutela della persona.
Vorrei concludere con qualcosa che esula un po’ dalla frontiera di Venezia e si ricollega ad una statistica che avevo letto poco tempo fa sul discorso del controllo delle frontiere e su cosa significa militarizzare le frontiere. Uno studio che è stato fatto un po’ di tempo fa sulla frontiera tra Stati Uniti e Messico, una frontiera quindi che non ci riguarda direttamente, ha visto che una chiusura delle frontiere, una militarizzazione delle frontiere, ha come unica conseguenza l’aumento del costo economico e del costo umano della migrazione. Del costo economico ne abbiamo avuto dimostrazione perché le persone pagano sempre di più per attraversare la frontiera, del costo umano mi dispiace dirlo, ne parlava anche prima Alessandra, c’è stato un costo umano molto forte pagato dalla frontiera di Venezia non soltanto in termini di vita ma anche in termini di esperienza delle persone che passano quella frontiera.
Se la situazione continuerà così ci sarà un costo umano anche nei nostri confronti rispetto alla nostra civiltà giuridica. Anche noi, in qualche modo, stiamo pagando un costo umano rispetto a quanto sta succedendo.
Vi ringrazio per l’attenzione e sono disponibile se vorrete ulteriori informazioni.

4 – Video di Hamed Mohamad Karim – regista afghano.
Patrasso 2008 – Interviste di migranti e richiedenti asilo in Grecia, tradotte da Francesca Grisot, mediatrice culturale del Comune di Venezia

(Dopo alcune immagini di Patrasso, della spiaggia dove si ritrovano i migranti, del campo dove dormono, delle strade della città, viene inquadrato un gruppo di ragazzi afghani che si lamentano dei poliziotti che li picchiano al porto. Quando Hamed parla loro tutti gli rispondono, hanno voglia di raccontare)

Ragazzi: Qui ci picchiano, non abbiamo diritti.

Hamed : Sentite, una volta in Italia, dove i poliziotti non picchiano ma hanno anche lì un atteggiamento ostile e a volte fanno cose che non vanno bene, io gli ho chiesto perché facessero così con noi. E uno mi ha detto: non vi abbiamo mandato una lettera di invito. Perché siete venuti qua se sapete che ci sono questi problemi? Nessuno vi aveva mandato una lettera di invito.

(Hamed ha raccontato questo aneddoto per provocare una reazione nei ragazzi e loro gli rispondono subito come se il poliziotto della storia fosse lì di fronte)

Primo ragazzo: Noi siamo arrivati per migliorare la nostra situazione, non siamo qua per divertirci, non siamo qua per farci un giro

Secondo ragazzo: Neanche noi gli abbiamo mandato una lettera di invito per venire nel nostro paese. Se non ci lasciano stare qua anche loro devono andarsene dal nostro paese. Se loro lasciano il nostro paese domani, noi domani ci torniamo. Neanche noi gli abbiamo mandato una lettera di invito. Sono venuti italiani, greci, tedeschi, inglesi, francesi e non so più chi altro. Per fare cosa? Che servizio hanno dato? Hanno fatto solo i loro interessi e hanno ingannato i nostri sogni, i nostri ragazzi.

Primo ragazzo: E poi voglio dire un’altra cosa: anche se mi mandassero una lettera d’invito, mio fratello ad esempio, che è in Inghilterra, anche se mi mandasse una lettera di invito, credi forse che mi lascerebbero andare? non mi farebbero passare di qua. Ci trattano così, non abbiamo nessun diritto. L’Europa che noi cercavamo non è questa , forse abbiamo sbagliato strada. In Afghanistan ci dicevano che i diritti umani vogliono dire che nessuno maltratta nessun altro, che neppure gli dà un pizzicotto. Pensavamo che l’Europa fosse così . Invece quando siamo arrivati qua abbiamo capito che è peggio dell’Afghanistan. Erano meglio i talebani. Lì almeno potevamo capire la loro lingua, e capire che colpa avevamo. Qui nessuno ti chiede niente. A volte succede che non siamo neanche dentro al porto, arriva un poliziotto da dietro e ti picchia. Tutti i giovani qua sono diventati matti, siamo circa 1500, ma anche se cerchi non riesci a trovare neppure dieci persone ancora sane.

(L’immagine cambia: Hamed parla ora un altro giovane afghano)

Ragazzo: La gente che è venuta qua è giovane. sono venuti per studiare. In Afghanistan la situazione è molto brutta e ci sono molti problemi economici i ragazzi vengono in Europa per imparare cose con cui magari in futuro riusciranno a risolvere i problemi del loro paese. Non so perché ci trattano così male.

Hamed: Quindi avete problemi economici? Siete venuti per questo?

Ragazzo: Tutti abbiamo problemi economici, certo, ma non è quello il problema. Il problema è l’ignoranza.

Hamed: Non ho capito bene. Ma dove c’è questo problema di cultura di cui parli?qua o in Afghanistan?

Ragazzo: Alla fine da tutte e due le parti, qua e in Afghanistan. Se qua ci fosse cultura questi giovani non sarebbero ridotti così. L’accampamento non sarebbe in quello stato. C’è gente che è bloccata qua da due anni, due anni della vita di un giovane. È per cosa? Per passare questo mare. Per passare una frontiera. E vedete come è la situazione…

(I ragazzi fanno vedere i segni dei pestaggi della polizia. Hanno cicatrici sulle braccia e sulle gambe. Parlano poi delle condizioni igieniche all’interno del campo. Uno racconta di avere la malaria)

Ragazzo: le punture di zanzare fanno infezione e si trasformano in malattie della pelle che non danno tregua.

(In un’altra scena Hamed si avvicina ad un uomo che dorme per strada)

Hamed: cosa è successo?

Uomo: Io sono malato, ho la malaria.

Hamed: e dove dormi di notte?

Uomo: Dormo qua fuori dove capita

Hamed: Non sei riuscito a passare, ad andare avanti?

Uomo: No

Hamed: Va bene, dormi, scusa se ti ho disturbato

(Hamed intervista ancora un altro ragazzo, evidentemente più giovane degli altri)

Hamed: Quanti anni hai?

Ragazzo: diciassette

Hamed: Da quant’è che sei qua?

Ragazzo: Da quattro mesi

Hamed: E hai provato a imbarcarti?

Ragazzo: Sì, una volta sono anche arrivato in Italia ma mi hanno rispedito indietro.

Hamed: Da quale città?

Ragazzo: Da Venezia

Hamed: Puoi ripetere?

Ragazzo: Mi hanno rimandato qua da Venezia

Hamed: E come mai ti hanno mandato indietro? Non sei minorenne?

Ragazzo: E certo che sono minorenne, ma che ne so? Non mi hanno chiesto niente. Non mi hanno chiesto l’età e mi hanno rimandato indietro

Hamed: Ma non avevi l’interprete?

Ragazzo: No, niente interprete. Non c’era nessuno

Hamed: Ma quanto tempo fa era?

Ragazzo: Circa venti giorni fa

Hamed: E quanti eravate?

Ragazzo: Eravamo sette.

Hamed:Tutti rimandati indietro?

Ragazzo: Si, tutti quanti respinti e tutti eravamo minorenni.

(La quarta intervista è ad un uomo adulto che proviene anche lui dall’Aghanistan. Siamo ad Atene, in un campo di fronte ad una chiesa dove si ritrovano tutti gli afghani. Ci sono cinque o seicento afghani)

Uomo afghano: Avevo solo vent’anni, mi affacciavo appena alla vita e ho dovuto fuggire dal mio paese. Sono trent’anni che sono un profugo, trent’anni che giro per il mondo, e solo adesso sono arrivato ad Atene. E non ho un posto, non ho niente in mano. E nessuno riconosce i miei diritti. Mi hanno espulso dal Belgio. Gli abbiamo detto che avevo problemi ma mi hanno detto che le nostre pratiche sarebbero state portate avanti. Io qui sono solo. La mia famiglia è al centro di espulsione in Belgio. Qui mi hanno preso le impronte con la forza. Io non avevo fatto richiesta di asilo politico qua. Quando sono arrivato qua mi hanno dato la carta rossa e mi hanno detto: vai stupido, adesso cosa pensi di fare qua? Io voglio solo che facciano quello che hanno detto: ma dobbiamo andare avanti. Qua i diritti umani non esistono.

(La quinta è ad un ragazzo a cui manca un occhio)

Hamed: che problema hai?

Ragazzo: Una pallottola

Hamed: Dove e quando è successo?

Ragazzo: In Afghanistan, otto anni fa

Hamed:Quanto è che sei qua?

Ragazzo: Un anno

Hamed: In questa città?

Ragazzo: Si, a Patrasso

Hamed: E hai fatto vedere l’occhio?

Ragazzo: No, per una visita specialistica bisogna pagare, e io…

(C’è poi un’intervista ad un vecchio Pashtun che dentro il campo dove dormono i profughi sta sorseggiando del tè ed accetta di condividere un po’ della sua storia con Hamed. Anche lui è stato rimandato indietro da Belgio, per la Convenzione di Dublino)

Vecchio PashtunIo sono stato rispedito qua dal Belgio. Mi hanno accompagnato fino all’aeroporto e mi hanno detto se non vai in Grecia ti facciamo una puntura. Conosco un altro ragazzo ad Atene a cui hanno incatenato mani e piedi lo hanno portato all’aeroporto rimandarlo qua. Per quanto urlasse nessuno lo badava.
Noi abbiamo fatto richiesta di asilo ma nessuno ci ascolta. Non abbiamo un avvocato. Comunque spero che un giorno possa esserci la pace in Afghanistan e si possa tornare indietro

5 – Katerina Tsapopoulou – Associazione Diktyo, rete per il supporto sociale immigrati e profughi di Atene – Bisogna inquadrare la situazione sia dal punto di vista delle prassi e dei movimenti migratori che da quello giuridico e legale.
L’ingresso in grecia avviene sia attraverso la frontiera di terra con la Turchia sia attraversando il mare Egeo e arrivando alle isole greche di fronte alla Turchia.
Essendo uno dei paesi che costituiscono le frontiere esterne dell’Unione europea la Grecia fa parte del sistema Frontex e ha attivato diverse collaborazioni per far fronte al fenomeno dell’immigrazione clandestina. Proprio a causa del sistema Frontex si registra la presenza della guardia costiera italiana in Grecia per aiutare le navi greche nel controllo di migranti clandestini dal mare.

Comunque il numero di questi migranti è aumentato di anno in anno e secondo i dati ufficiali degli ultimi anni c’è stato un aumento del 60% rispetto all’anno scorso. Però in Grecia non viene riconosciuto lo status di rifugiato né la protezione sussidiaria a quasi nessuno di coloro che ne fanno richiesta.
Per esempio, nel primo semestre del 2008, circa 60 persone hanno ottenuto lo status di rifugiato politico e la protezione sussidiaria è stata riconosciuta circa a dieci persone. Un dato ancora più preoccupante è che in solo ventuno giorni durante il mese di aprile si sono registrati più di 1.100 immigrati clandestini e ciò vuol dire che ogni giorno moltissime persone attraversano i confini.
Pur essendoci un accordo bilaterale Grecia e Turchia firmato nel 2001, in pratica il respingimento dei migranti viene poco applicato perché la Turchia non riconosce il proprio paese come quello di entrata nell’Unione europea.
In Grecia ci sono più di 25.000 espulsioni amministrative e il numero di riconoscimenti dello status di rifugiato politico è il più baso dell’Unione europea. È stato circa lo 0,4 % nel 2007 e 0,5% nel 2006.
Una volta rintracciati, i migranti vengono portati nei centri di detenzione dove rimangono per un mese senza però essere registrati e senza avere alcun diritto di accesso alle procedure per far richiesta di asilo e senza che sia permesso alle organizzazioni non governative di intervenire per loro, senza possibilità di verificare la presenza di interpreti.
Anche il periodo di detenzione viene determinata arbitrariamente da parte degli agenti di polizia. Nel 2007 si sono registrati casi di afghani rintracciati e detenuti e poi rilasciati entro sette giorni, mentre alcuni somali sono rimasti rinchiusi per otto mesi.

Ci sono tantissime persone che cercano di arrivare in Italia e la maggior parte di loro cerca di arrivare nascondendosi sui tir.
Questo perché la situazione in Grecia è per loro molto pericolosa e anche presentarsi presso gli uffici per gli stranieri che si trovano ad Atene è una procedura lunghissima che richiede settimane di attesa. Ultimamente l’ufficio in questione aveva dichiarato di voler chiudere sostenendo che il numero delle domande di asilo presentate è superiore a quello previsto. La maggior parte dei ragazzi che noi incontriamo sia a Patrasso che ad Atene, anche se hanno fatto la loro richiesta di asilo e questa è stata respinta dalla polizia greca, hanno lì’ordine di lasciare il paese entro 30 giorni.
Oltre alla difficoltà di accesso alla procedura per fare richiesta di asilo e alla difficoltà di ottenere l’asilo o la protezione sussidiaria una volta entrati in procedura, ci sono dei problemi che riguardano il comportamento della polizia nei confronti degli immigrati, come avete visto nel video.
Capita spesso, quasi tutti i giorni, che i ragazzi escano dall’accampamento di Patrasso e subiscano le violenza delle polizia greca.
Noi cerchiamo di raccogliere queste notizie, di fare delle fotografie per poi sostenere la loro difesa e fare riconsiderare la loro richiesta di asilo in un altro paese. La polizia umilia le persone, picchia i ragazzi appena li incontra. Due giorni fa, ironia della sorte, è stato poi scoperto che nel traffico che fa imbarcare i profughi illegalmente verso l’Italia sono coinvolti e sono indagati i poliziotti addetti al porto di Patrasso e anche ispettore del servizio sicurezza del porto.
Alle botte della polizia si aggiunge il clima poco favorevole di Patrasso dove c’è poca tolleranza da parte della gente che non conosce la realtà delle cose e spinge per demolire l’accampamento dei profughi.

6 – Giusy D’Alconzo – coordinatrice dell’attività di ricerca della sezione italiana di Amnesty International– Buongiorno a tutti e innanzitutto un ringraziamento a Razzismo Stop e alla rete di associazioni Tuttiidirittiumani per tutti per avere attirato tenendo alta l’attenzione sulla frontiera del porto di Venezia che è una frontiera poco conosciuta per quanto vi si verifichino numerose violazioni dei diritti umani.
In Italia c’è in realtà da preoccuparsi per lo stato dei diritti non solo dei richiedenti asilo, dei rifugiati, dei migranti, ma anche di quelli di tutti gli esseri umani che si trovano all’interno del territorio. Mi scuso se questo può sembrare un incpit banale ma a me non lo sembra affatto perché la situazione delle frontiere, anche di quelle adriatiche, quel che accade al porto di Venezia ma anche al porto di Ancona o di Bari, va inserita all’interno di un ragionamento sulla condizione preoccupante della tutela dei diritti umani nel nostro paese.
Negli ultimi anni, e in particolare nell’ultimo anno, si è sviluppata infatti una condizione singolare che è più generale ed estesa ma che ha un preciso impatto anche su ciò che accade alle frontiere.
In Italia c’è una situazione di profonda insicurezza, di rischio effettivo, una situazione che riguarda principalmente gli immigrati, ma anche gli homeless e tutte le minoranze.
Questa situazione è provocata essenzialmente da due serie di ragioni: c’è un rischio provocato dalla comunicazione che viene fatta soprattutto da rappresentanti istituzionali anche di alto livello e poi c’è una via legislativa. Queste due vie portano alla compromissione dei diritti dei migranti, dei rom, di tutte le minoranze ma , come ci insegna l’esperienza, è solo una questione di tempo e l’insicurezza dei diritti umani coinvolgerà tutti a meno che non si ritorni a dei valori differenti. Questa situazione esiste da almeno un anno.

Circa un anno fa c’è stato l’omicidio di una donna assassinata a Roma. La persona accusata e poi condannata di questo omicidio è un cittadino rumeno.
Quel giorno si è persa l’occasione di denunciare il grave problema della violenza sulle donne che colpisce un’altissima percentuale delle donne del mondo indipendentemente dalle classi sociali. Questa occasione è stata persa perché a sole tre ore da quell’omicidio l’allora sindaco di Roma Walter Veltroni disse che il problema dell’insicurezza della società derivava solamente dalla presenza dei cittadini rumeni.
Questo fu il messaggio istituzionale cui seguì il fatto che il Consiglio dei Ministri si riunì in seduta straordinaria per emanare norme che permettessero l’espulsione di tutti i cittadini europei rumeni dallo Stato italiano.
Quello è stato un momento storico che ha dato inizio in qualche modo a questa china discendente provocata da queste due diverse vie che abbiamo già definito: da una parte le affermazioni sempre più pericolose di coloro che dalle istituzioni condannano fasce di popolazione sempre più ampie: determinati tipi di migranti, determinate categorie sociali. Il Consiglio d’Europa poi, visitando l’Italia ha definito preoccupanti le condizioni di questi gruppi nel nostro paese.
Io ricordo come, sempre a pochi giorni da quell’omicidio, l’allora presidente di alleanza Nazionale Gianfranco Fini dichiarò al corriere della Sera che i rom non possono integrarsi perché fa parte della loro cultura destinare le proprie donne alla prostituzione e i propri figli al furto. Queste sono parole che hanno lasciato delle tracce se l’organizzazione per la formazione e la sicurezza in Europa ha ritenuto opportuno ricordare all’Italia di come le parole abbiano un impatto diretto sulla sicurezza.

Ho citato solo due casi ma è possibile citarne molti, i giornali li leggiamo tutti, e quello che vorrei dire, ed è una riflessione che faccio a nome di Amnesty, è che parlare in un certo modo piuttosto che in un altro non è solo una questione di stile ma ha un impatto diretto su quello che poi accade alla gente e sulla possibilità che ci siano attacchi poi da attori privati ai danni di determinati gruppi.

Su quello che ho definito il filone legislativo, abbiamo visto gli sviluppi del pacchetto sicurezza e va riscontrata una linea di continuità con il governo precedente.
Il pacchetto sicurezza è stato infatti concepito dalla precedenza maggioranza e poi il progetto è stato portato avanti dal governo attualmente in carica. Ci sono molte norme preoccupanti dal punto di vista del diritto delle persone di non essere discriminate davanti alla legge, una per tutte l’aggravante derivante dalla presenza irregolare, ovvero quella norma che fa sì che una persona immigrata senza permesso di soggiorno e un italiano oppure un migrante con il permesso di soggiorno che compiano uno stesso reato si trovino in una situazione di discriminazione davanti alla legge penale perché, come sapete, l’aggravante comporta l’aumento della pena per chi non ha i documenti. Anche qui gli esempi potrebbero essere molti.
Quello che noi pensiamo è che il confluire di queste politiche in atti concreti abbia reso l’Italia un paese profondamente insicuro.

Quest’anno si festeggia il sessantesimo anniversario della dichiarazione dei diritti umani e sarebbe fortemente necessario che le istituzioni facessero un passo indietro rispetto a determinate indicazioni e politiche e tornassero ad un’idea originaria di rispetto nei confronti dei diritti fondamentali degli esseri umani.

Questa è un’introduzione di contesto che può collocare quanto avviene al porto di Venezia. Rispetto a questa specifica situazione e a quella dei migranti e dei richiedenti asilo in Grecia, Amnesty ha già più volte chiesto a tutti gli Stati membri dell’Unione europea di sospendere qualsiasi tipo di trasferimento di richiedenti asilo e di migranti verso la Grecia.
Amnesty chiede di sospendere sia il trasferimento sulla base della Convenzione di Dublino, e in quel caso parliamo di richiedenti che già sono entrati nella procedura dia silo – ed è qualcosa che la Norvegia ha fatto e la Germania sta facendo rispetto ai minori non accompagnati – ma anche qualunque altro tipo di trasferimento che avvenga sulla base di accordi bilaterali. Trasferimenti quindi non soltanto di richiedenti asilo ma in generale di migranti.
Questa richiesta si fonda su una considerazione complessiva di quella che è la situazione del trattamento dei migranti e dei richiedenti asilo in Grecia. Dando un’occhiata al rapporto di Amnesty International del 2007 noterete che la principale preoccupazione per la violazione dei diritti umani in Grecia riguarda appunto i migranti. La Grecia viene richiamata in particolare sul rispetto dei diritti dei migranti perché questa evoluzione delle politiche della Grecia sui diritti umani è considerata da noi particolarmente preoccupante.
Abbiamo anche documentato, in alcuni casi, quello che è accaduto alle persone respinte in Grecia da parte di alcuni paesi europei. C’è stato un caso nel 2008 che riguardava un richiedente asilo iraniano che all’inizio dell’anno era stato trasferito dalla Germania verso la Grecia a in base alla procedura Dublino. Questa persona, durante il regolare trasferimento di una domanda di asilo, si è trovata in realtà ad essere detenuta per diversi giorni all’interno dell’aeroporto di Atene e soltanto l’intervento di una Ong tedesca che l’assisteva da prima che fosse rimandata in Grecia ha fatto si che fosse poi liberato dalla detenzione.
Nel frattempo la persona in questione era rimasto per una settimana rinchiusa senza sapere assolutamente perché si trovasse in detenzione e cosa gli sarebbe accaduto. Alcuni nostri rappresentanti hanno poi assistito direttamente a quello che ad esempio accade ad Atene a chi cerca di presentare richiesta di asilo.
Sappiamo che la Grecia ha lo 0,4% di riconoscimento delle domande di asilo ma c’è anche tutto un problema di accesso alla procedura di asilo non soltanto alle frontiere ma anche all’interno del paese. Sempre all’inizio del 2008 i nostri rappresentanti hanno quindi assistito a quello che accade presso i posti di polizia ad Atene dove si trovavano in quel momento centinaia di persone fondamentalmente afghane e irachene e soltanto la minima parte di loro veniva poi fatta accedere alla procedura e c’era anche là una presenza di mediatori che chiedevano soldi. Come dicono anche i nostri rapporti queste persone erano quindi costrette a dover pagare una somma di denaro per accedere agli uffici della polizia.
E di fronte ad una situazione di gravità rispetto alla tutela dei diritti umani che in Grecia non riguarda solo i richiedenti asilo ma riguarda complessivamente tutti i migranti, dai porti dell’Adriatico vengono quotidianamente respinte moltissime persone.
I difensori dei diritti umani però hanno la testa dura, non si scoraggiano, e già il lavoro di rendere visibile quello che accade alla frontiera di Venezia, di cui si parla molto meno che delle frontiere a sud dell’Italia, può fare sì che le istituzioni si sentano in qualche modo più monitorate ed è già qualcosa.
È poi importante segnalare le violazioni agli organismi internazionali come il Consiglio d’Europa. Segnalare singole situazioni, ciò che è successo alle persone dopo il rinvio è importante. Nessuno di noi può dire che le situazioni si risolvono in poco tempo ma la tenacia è indispensabile. Noi come Amnesty abbiamo più volte chiesto di sospendere i trasferimenti verso la Grecia e continueremo a farlo. La nostra posizione è chiara: chiediamo semplicemente di non rimandare nessuno in Grecia perché non è un paese sicuro per i migranti.

7 – Orsola Casagrande, giornalista de Il manifesto– sono molto contenta di essere stata invitata a questa giornata anche perché mi viene data la possibilità di raccontare di un paese che non è il mio ma è il mio di adozione, un paese che in realtà non esiste mentre esiste un popolo straordinario diviso nelle quattro parti in cui l’ipotetico, immaginario Kurdistan è stato separato dopo la guerra mondiale e che ha una sua quinta ramificazione in Europa vista la presenza elevatissima dei curdi anche nel nostro continente.

Vorrei fare seguire però il filone di ragionamento che ci ha accompagnati fino ad ora perché secondo me è importante capire e conoscere e sapere chi sono le persone che vengono nel nostro paese e in Europa in generale, ma è anche importante e fondamentale capire che tutta una serie di traiettorie migratorie trovano fondamento in una linea politica ben precisa che i paesi europei hanno deciso di intraprendere e quindi vorrei partire da una considerazione che è una contraddizione solo apparente: dal 2000 al 2006 gli immigrati in Italia, come in Europa, sono quasi raddoppiati. ‘Chiaramente!’ si dirà, ‘con tutte le guerre che ci sono in giro per il mondo è il minimo che potesse succedere’. Secondo i governi occidentali, però, la guerra al terrorismo da una parte e le guerre umanitarie dall’altra, insomma le guerre con qualunque etichetta vogliamo metterci, avrebbero dovuto avere anche come ricaduta quella di pacificare i paesi in cui i terroristi facevano il bello e il cattivo tempo e quindi anche ridurre i flussi migratori.
Ovviamente penso che tutti, nonostante ci si sia un po’ abituati, abbiamo sotto gli occhi le immagini che arrivano dall’Afghanistan e dall’Iraq. Avviene sempre con meno frequenza perché c’è una gestione anche mediatica di cosa far passare, cosa far vedere e quando, ma in ogni caso la situazione e le notizie delle autobombe e degli attentati arrivano e riecheggiano.
In questo senso si dice che l’11 settembre 2001 ha cambiato il mondo. Certamente è stato così, ma lo è stato anche sul piano delle libertà personali dove il 2001 è pesantemente intervenuto e certamente in peggio.
Dopo l’11 settembre l’Occidente ha proceduto su due livelli. Uno esterno, quindi con le guerre, e l’altro interno con la progressiva erosione e limitazione delle libertà personali e naturalmente, e per questo mi piacerebbe riuscire a seguire questi due piani, questa progressiva erosione e limitazione delle libertà personali è stata segmentata ed è cominciata sui migranti con la loro repressione.
Su di loro si sono sperimentati provvedimenti che poi in alcuni casi, e penso all’Inghilterra, sono già stati estesi agli autoctoni, per esempio l’internamento senza processo, in deroga alla Convenzione europea dei diritti umani che, viste le condizioni straordinarie in cui si trova il mondo, si può attuare.

Si è lavorato molto nella costruzione dell’immagine del migrante, di chi arrivava: l’immigrazione è stata, traducendo letteralmente il termine inglese, ‘securitarizzata’, e quindi i migranti sono stati sempre più dipinti e considerati non soltanto come un problema soprattutto economico, ma anche come potenziali terroristi e comunque pericolosi.
Anche qui l’Inghilterra in questo senso ha fatto scuola coniando ed istituzionalizzando tutta una serie di termini per cui nel momento in cui gli ufficiali dell’home office si apprestano ad intervistare chi fa richiesta di asilo, hanno in testa il fatto che si tratta tendenzialmente di una richiesta strumentale, di un bogus asylum seeker.
Bogus è uno dei termini più denigratori che si potesse usare. Significa fasullo, ‘patacca’, e applicato su una persona la dice lunga sulla considerazione che si ha della persona stessa. Naturalmente tutto questo ha portato ad un aumento dei dinieghi delle richieste di asilo politico e conseguentemente dei respingimenti.
In questa logica sono anche aumentati i centri di detenzione, perché il profugo è diventato qualcuno da mettere in galera. Anche qua l’Inghilterra fa scuola perché lì i centri di detenzione erano originariamente pensati per i richiedenti asilo. Dal tre novembre sarà così anche in Italia.
Il richiedente asilo, quindi, il profugo, cioè una persona che arriva da paesi di guerra, da tortura, da una storia spesso per tanti di noi inimmaginabile, si ritrova sbattuto in galera.
Arriva nel paese che dovrebbe quanto meno aiutarlo a sollevarsi dall’esperienza della fuga e invece viene messo in galera. E non è una galera normale ma è una galera di massima sicurezza.

Ho visitato tanti asylum seekers nei centri di detenzione inglesi e sono prigioni di massima sicurezza. Ancora naturalmente, seguendo questa logica, negli ultimi anni sono aumentate anche le deportazioni anche verso i paesi in guerra che invece vengono considerati pacificati.
Cito solo un dato che riguarda ancora l’Inghilterra e che dice come in cinque anni ci sono stati 80.000 dinieghi dell’asilo rispetto a persone che provenivano – anche questa contraddizione solo apparente – da paesi che la stessa Inghilterra considerava pericolosi ma che quando si parlava delle persone che chiedevano asilo diventavamo improvvisamente pacificati. Questi paesi sono soprattutto l’Iraq e l’Afghanistan che sono principalmente luoghi di rimpatri forzati.

Terrei presente questo contesto anche per raccontare un po’ da dove vengono alcune delle persone che arrivano a Venezia. I curdi sono, lo diceva Francesca prima, un numero ancora consistente.
Vengono dall’Iraq, vengono dalla Turchia, e probabilmente anche gli iraniani a cui faceva riferimento erano curdi, e quindi vengono da paesi assolutamente non pacificati. Per quel che riguarda l’Iraq, si tratta di un paese che ha visto con la prima guerra del Golfo e anche prima la persecuzione dei curdi iracheni che sono stati forse i primi curdi che anche Venezia ha conosciuto.
Il popolo curdo iracheno ha subito molto, il regime di Saddam Hussein non è mai stato benevolo nei confronti dei curdi. La seconda guerra del Golfo nel 2003, l’invasione dell’Iraq, ha ulteriormente peggiorato la situazione.
Nonostante tutti continuino a raccontare di quanto sia pacificato e sicuro il Nord Iraq, in realtà Kirkuk, per citare solo una delle città più importanti è devastata e sventrata ancora oggi quasi quotidianamente da attentati sanguinosissimi perché è uno degli oggetti del contendere, a causa del suo petrolio, non solo tra arabi e curdi ma anche tra i turchi che vorrebbero metterci lo zampino e che ce l’hanno già messo destabilizzando ancora di più quella regione. Così stanno facendo anche su una bella fetta di territorio all’interno del confine del sud Kurdistan o del Nord Iraq, come vogliamo chiamarlo, ufficialmente in funzione anti-pkk e quindi per andare a colpire le postazioni di guerriglieri curdi-turchi che si sarebbero rifugiati in Iraq e quindi nel Kurdistan iracheno, la Turchia ha avviato oramai da un anno per quanto riguarda questa ultima fase, bombardamenti pesantissimi, c’è stata l’anno scorso, forse lo ricorderete, anche l’invasione via terra, e comunque i bombardamenti sono stati anche riapprovati dal Parlamento turco recentemente e con il silenzio totale del resto dell’Europa per cui la Turchia può andare a bombardare tranquillamente una fetta di territorio abbastanza estesa del nord Iraq e non solo i primi dieci chilometri dal confine, cosa che già sarebbe di per sé scellerata.
Le immagini che arrivano di questi bombardamenti sono molto esplicite: si vanno a bombardare piccoli villaggi, insediamenti dove i pastori hanno la loro capanna quando vanno con il loro bestiame. Ci sono state vittime, feriti, morti. Quindi la situazione del Kurdistan iracheno è tutt’altro che pacificato.

Molti dei curdi che arrivano poi dalla Turchia, paese affascinante e straordinario, paese complessissimo, paese che ha questo grosso problema irrisolto, non affrontato di quella che chiamano ‘minoranza’ di venti milioni di persone su una popolazione di settantamila che sono appunto i curdi.
La Turchia ha scelto di affrontare la questione curda, mentre le rivendicazioni curde sono passate da quella alla sovranità nazionale a rivendicazioni di riconoscimenti di semplici diritti fondamentali che vanno da quello del parlare la loro lingua al riconoscimento all’esistenza.
Naturalmente asituazione dei diritti umani in Turchia è pessima per i curdi ma non è brillante nemmeno per tutti gli altri che in Turchia ci vivono. In questo senso la zona a sud-est del paese che corrisponde a questo immaginario Kurdistan turco è zona militare, zona sottoposta a legislazione di emergenza, ci sono operazioni militari continue e costanti, addirittura fin dagli anni ’90 in alcune zone avvengono dislocamenti forzati di villaggi.
Da tutte questa serie di conseguenze in termini di abusi e violazioni di diritti umani origina anche, ovviamente, un nuovo movimento di persone che cercano di uscire. E che cosa prova chi esce? E qui torno al primo filone di ragionamento che avevo evidenziato.
Dal 2001 l’Europa si è impegnata a rendere sempre più difficile per un profugo, per chi scappa dalla guerra, trovare rifugio. Per chi ce la fa, per chi riesce ad arrivare e a rimanere e a ottenere un qualche tipo di temporaneo status le cose non vanno sempre bene. la legislazione infatti va in senso sempre più restrittivo. Si inventa ad esempio, e di nuovo la Gran Bretagna in questo senso fa scuola ma queste cose arriveranno presto anche qui in Italia con la legge sull’immigrazione del 2002, la limitazione della possibilità di ottenere lo status di rifugiato allargando i casi che fanno eccezione: ad esempio chi ha scontato una pena non può ottenere lo status.
Oltre a questo si continua nella segregazione attraverso l’abuso dei centri di detenzione. L’obiettivo di questa segregazione è evidentemente rendere invisibile i profughi. Se non lo si può fare respingendoli alla frontiera e quindi impedendo loro di essere, di dichiararsi e quindi davvero come pacchi rispediti indietro, si cerca di renderli invisibili impedendo loro qualunque inserimento e scambio nella società di arrivo e quindi rendendo in questo modo più facile anche la loro deportazione e rendendo anche l’opinione pubblica più abituata a pensare che tutto sommato è normale tutto ciò che avviene.
Scusate se faccio ancora riferimento all’Inghilterra ma ci ho vissuto tanti anni e lì ho visto delle cose che stanno pericolosamente riproducendosi anche qui: io non credo che si possa definire normale vedere arrivare una squadra di poliziotti armati assediare una famiglia curda turca con tre minorenni che hanno fatto richiesta di asilo perché il governo inglese ritiene che la Turchia sia un paese sicuro e quindi ritiene che lì possano essere rispediti.

Tutti questi provvedimenti credo che contribuiscano alla creazione di quella che è la nuova cultura o subcultura di sicurezza nazionale che naturalmente non ha nulla a che fare con la minaccia terroristica e la possibile e imminente invasione dal sud del mondo, ma ha invece immediatamente a che fare con le domande e le richieste del capitale globalizzato che vede il libero movimento di masse di persone povere come un vero e proprio anatema.

Saywan, un ragazzo curdo iracheno sopravvissuto al viaggio verso Venezia – Tradotto dal Dott. Vani Kamiran, Mediatore culturale del Comune di Venezia – Avrei voluto poter parlare con voi in italiano, purtroppo però la storia che racconterò è talmente forte che preferisco parlare in curdo e farmi tradurre in italiano. Sono molto felice di essere qui oggi e di poter raccontare da dove vengo, del perché ho lasciato il mio paese e di come ho lasciato il mio paese.
Prima della guerra e del bombardamento americano sull’Iraq, nell’era di Saddam Hussein, il nostro paese era un inferno. Con la caduta di Saddam si sperava di poter finalmente vivere tranquillamente e in pace, senza la dittatura e senza l’inferno. Ma questo non è successo. Personalmente mi è capitato più di una volta di dover seppellire dei carissimi amici che hanno perso la vita dal 2003 in poi.

Io non ho lasciato il mio paese per motivi economici, non avevo problemi economici. Il mio paese è un paese molto ricco, e tutte queste guerre in questi anni dimostrano l’importanza e la ricchezza del mio paese.
C’è stato un momento in cui sono arrivato ad un punto senza ritorno. La situazione era diventata talmente pesante che avevo solo due scelte: o uccidere io altre persone o farmi uccidere da altre persone. Io non volevo nè uccidere altre persone né essere ucciso da altre persone.

Il mio pensiero prima di venire qui era che il continente europeo, che i paesi europei rispettassero i diritti umani. Ce l’avevano detto talmente tanto che addirittura l’ultima guerra in Iraq sembrava una guerra per la liberazione del paese e per il rispetto dei diritti umani.

Purtroppo questo non è accaduto, ragion per cui ho deciso di lasciare il mio paese e venire qua dove avevo sentito che erano rispettati i diritti umani. Il mio primo impatto è stato con la Turchia e appena sono arrivato lì ho visto dei curdi che erano lì prima di me e mi hanno avvertito subito di nascondere i soldi e anche il passaporto perché altrimenti i poliziotti turchi li avrebbero sequestrati e rischiavo di essere anche pestato. Appena sono arrivato in Grecia mi hanno arrestato subito, senza chiedermi né chi ero né da dove venivo e sono finito in carcere per tre mesi senza sapere il motivo e nessuno mi ha chiesto nemmeno come mi chiamavo.
Chiunque in carcere in Grecia si azzardava ad incrociare lo sguardo di un poliziotto veniva portato fuori dalla cella e veniva picchiato e spesso gli toglievano anche il cibo. Dopo tre mesi di carcere durissimo mi hanno liberato e sono andato ad Atene e ho vissuto lì quindici giorni. Avete visto il filmato, in che condizioni la gente come me vive e dorma in Grecia. Con tutta la sofferenza che si passava in Grecia capitava di tentare il viaggio verso Venezia. Io ho conosciuto tantissimi che hanno tentato di venire a Venezia e certe volte qualcuno si salvava e riusciva a sbarcare. Ma in Grecia ho conosciuto anche tanta gente che invece veniva respinta dal porto di Venezia. Al loro ritorno, al loro rimpatrio in Grecia vengono maltrattati e picchiati dai poliziotti greci e di nuovo finiscono nelle carceri greche.

Nella mia avventura, nel mio viaggio, eravamo quattro persone. Una di queste aveva vissuto sei anni in Inghilterra. Dopo la caduta di Saddam Hussein lo hanno rimpatriato, deportato in Iraq, con la scusa che non c’era più la dittatura.
Un altro mio compagno di viaggio aveva perso da poco suo fratello, un poliziotto che era stato assassinato.
Il terzo aveva già tentato il viaggio ed era stato già respinto indietro da Venezia.

Del mio viaggio in Italia mi ricordo di avere aperto gli occhi in sala rianimazione. Lì ho scoperto che gli italiani sono anche un popolo molto emotivo e molto amico. Mi ricordo, e non mi scorderò mai, la visita di Alessandra e Beatrice che sono venute a trovarmi in ospedale e mi hanno aiutato molto. Gli altri tre miei amici di avventura hanno perso la vita a bordo del camion. Io ero svenuto e ho aperto gli occhi in ospedale qui a Mestre.

Devo dire che dopo tutto quello che avevo passato e la perdita dei miei tre compagni di viaggio non ho trovato né quella comprensione e quel rispetto in cui speravo.
Il mio permesso di soggiorno viene rinnovato una volta al mese. Addirittura una volta mi hanno consegnato un permesso do soggiorno valido per un giorno solo. I miei familiari non ci credono che io non sono riuscito ancora ad ottenere il permesso di soggiorno. Sono convinti che io stia ancora male e che ancora stia recuperando fisicamente.

Dei miei compagni di avventura che hanno perso la vita a bordo del camion uno aveva venti anni, uno aveva venticinque anni e uno aveva ventisette anni.

Potrei raccontarvi all’infinito. La mia storia e la mia avventura non finiscono qui ma io qui mi fermo. Spero di non avere offeso nessuno ma questa era la mia verità e ho tentato di dirla. Siete fortunati ad essere nati in questo paese.

9 – Video Di hamed Mahamad karim, II parte –

(Ci troviamo ora al cimitero di Patrasso, accompagnati dall’anziano di riferimento del campo autogestito. Lui ha raccontato della quantità innumerevole dei ragazzi scomparsi. La maggior parte restano sepolti in mare prima di arrivare in Grecia. Quelli che arrivano e muoiono e hanno la fortuna di avere avuto almeno una tomba ce li presenta adesso. Uno è morto perché tirava i fili elettrici per portare la luce nel campo profughi, uno perché investito da una macchina mentre cercava di imbarcarsi al porto scavalcando la recinzione …

Vecchio: “Questi sono gli unici che hanno avuto un permesso di permanenza a tempo indeterminato a Patrasso. Gli unici che non hanno neanche più la speranza di andare avanti. Sono arrivati alla fine della linea …

(Si ferma su una delle tombe)

Vecchio: “Un poeta ha detto: se un giorno la morte si porterà via il mio corpo sia posto in un luogo elevato così che il vento restituisca alla mia patria il mio profumo. Questo ragazzo la pensava così. E ancora è stato fortunato perché ha avuto diritto ad una sepoltura. Noi non abbiamo nemmeno questa certezza”.

(Ne raggiunge un’altra con su scritto ‘No name’).

Vecchio: “Il padre e la madre sono preoccupati perché il figlio non chiama. Ma non sanno che il loro figlio non può più mettersi in contatto con loro. Noi non sappiamo come avvisarli perché non sappiamo nemmeno chi era questo ragazzo”

Saywan ha lasciato cadere dalle dita il primo fiore, verso l’acqua della laguna. Poi lo hanno seguito tutti. I fiori gialli sono rimasti a galleggiare vicini tra loro per qualche minuto prima di disperdersi lentamente.
Il gruppo ‘Tuttiidirittiumanipertutti’ si riunirà mercoledì 17 dicembre alle ore 20:00 nella sede del Centro Pace, in via Costa, Mestre. Chiunque voglia contribuire al percorso che ha prodotto giornate come questa è invitato a partecipare.