Quando la crisi morde davvero. Pacchetto sicurezza e tentativi di divisione e controllo

Intervista al Prof. Sandro Chignola, Università di Padova

In questo momento di crisi della globalizzazione, che ha pesanti ricadute materiali sulle vite di tutti, e davanti a questa stretta securitaria della politica che imprime, per dirla con Alessandro Dal Lago, lo “stigma ufficiale” sul corpo dei migranti, ci si chiede: quali sono gli scenari che abbiamo davanti?

Domanda: Abbiamo conosciuto, nel corso del 2008, la potenza delle lotte dei migranti contro il razzismo, con un momento importante proprio a Verona lo scorso 25 aprile. Ma poi ricordiamo la rivolta dei giovani dopo l’assassinio di Abba, a Milano, e poi ancora, sotto ai nostri occhi abbiamo la risposta degli abitanti di Lampedusa alla volontà di trasformare l’isola in una enorme prigione. Al contempo però vengono alla luce anche reazioni barbare, brutali, xenofobiche. La difesa dalla crisi, il rifugio, può assumere anche queste caratteristiche per noi tutti ripugnanti, folli, come è accaduto a Guidonia o a Nettuno.

Risposta: La prima cosa da dire, secondo me, è che evidentemente la crisi comincia a mordere sul serio. Io sono abbastanza stupefatto dall’assoluto ritardo che vediamo nell’opposizione o nei partiti della cosiddetta sinistra, tutti bloccati in una posizione attendista. La crisi comincia a mordere sul serio dicevo e come sempre, la crisi, ha in sé un portato di profonda ambivalenza. Essa può evolvere nel modo peggiore. Il pacchetto sicurezza e queste dimensioni di stigmatizzazione apertamente ormai razzista nei confronti dei migranti, questo fascismo di tipo nuovo, iper-moderno che in qualche modo si annuncia non soltanto nella direzione dei migranti ma anche nelle cariche di Polizia agli operai che difendono il proprio posto di lavoro – è successo da molte parti in Italia nei giorni precedenti – l’investimento di deviazione, per il quale, invece di parlare della crisi ci si affanna a parlare della vita – come nel caso di Eluana Englaro – con retoriche oscene e ciniche che hanno investito anche quel caso, rappresentano uno dei rischi più evidenti del modo nel quale questa crisi può evolvere.
Dall’altro lato c’è ovviamente anche la possibilità che affrontare la crisi possa voler dire anche rideterminare una presa di parola potente, da parte dei migranti ma anche dei precari, da chi insomma la crisi comincia a viverla nella maniera più bruciante sulla propria esistenza quotidiana. Siamo oggi, a mio avviso, dentro a questa ambivalenza. Il problema a questo punto è quello di cominciare ad affrontarla la crisi, sia in termini organizzativi, sia in termini di riflessione.
Quello che citavi poco fa, ciò che è accaduto a Lampedusa, dimostra come non sia poi così facile da parte del Governo, risolvere tutto in termini di ordine pubblico o di incarceramento e di stigmatizzazione.
Il problema fondamentale è quindi oggi vedere se e come, nel mordere della crisi, i soggetti che in qualche maniera la subiscono più pesantemente recepiscono queste politiche di controllo e di divisione. In Inghilterra è accaduto con la costruzione dell’opposizione fra “noi e loro”– in quel caso i migranti erano gli italiani che avevano vinto l’appalto Total – a Treviso, nel Veneto, la Cgil ha diffuso un documento in cui si dice, in buona sostanza, che visto che la crisi arriverà, prima licenziamo i precari immigrati, salvaguardando gli italiani, chiedendo poi lo stop al decreto flussi sulla scorta della moratoria richiesta dalla Lega Nord. O dobbiamo capire se viceversa, di fronte all’acuirsi della crisi, non si avvii una riflessione che permetta di nuovo forme di insorgenza dal basso e di presa di parola che in qualche modo controbattano questo tipo di opzioni.

D: La battaglia per la sospensione degli effetti della legge Bossi Fini in questo biennio di massiccia espulsione dei lavoratori migranti regolari dal mercato del lavoro dovrebbe a mio avviso diventare di maggiore attualità. Vale veramente la pena di insistere sulla necessità di congelare la Bossi fini per garantire i rinnovi del permesso di soggiorno a tutti, come tra l’altro molti imprenditori chiedono dal momento che si tratta di manodopera già formata. Cosa pensi della prospettiva di investire percorsi di lotta sulla richiesta di forme serie di ammortizzatori sociali anche per i lavoratori migranti?

R: Non possiamo arrenderci a questa opzione di gestione della miseria in termini di lavoro produttivo onesto e finanza cattiva, etica del lavoro o salvaguardia del lavoro nazionale che mi sembra poi sia il modo letteralmente e classicamente fascista di ragionare sulla crisi. E’ evidente che tendo a pensare che la crisi possa e debba rappresentare una grande occasione per riaprire un’agenda politica nella quale ripensare l’universale dei diritti dei precari e dei migranti che sono i soggetti massimamente investiti da tutto questo. Per rimettere insomma all’ordine del giorno la costruzione, non soltanto di situazioni di lotta che permettano di sospendere la Bossi-Fini, di avviare le lotte sulla questione abitativa, sul lavoro e così via, ma anche la costruzione di un discorso sul nuovo welfare che prenda pienamente in considerazione in maniera concreta i diritti di chi vive il lavoro flessibile e precario: migranti e italiani che rischiano di vedersi espulsi, relegati ai margini della miseria e della disoccupazione ma anche ai margini della cittadinanza.

D: Uno dei provvedimenti contenuti nel pacchetto sicurezza che più ha fatto scalpore è stato quello che, sopprimendo il divieto di segnalazione disposto dall’art. 35 del T.U. sull’immigrazione, introduce la possibilità di denuncia da parte del personale medico e sanitario dei pazienti senza il permesso di soggiorno. A lungo abbiamo approfondito il tema di quella che abbiamo definito la cittadinanza striata e quello dei diritti a geometria variabile, utili a produrre quelle zone d’attesa, di irregolarità, che servono per dilatare le fasi, i tempi, le fasce dell’inclusione. Davanti a questo provvedimento penso che possiamo dire molte cose. E’ un punto di azzeramento del diritto, una formula inedita che mi sembra di poter equiparare in termini di sperimentazione a quello che alla fine degli anni novanta ha rappresentato l’introduzione della pratica e del concetto di detenzione amministrativa. Si cerca di tracciare nuovamente questa linea di demarcazione tra chi é regolare e chi irrregolare in un momento in cui il passaggio tra questi status, con la crisi, é ancor più repentino e flessibile?

R: Innanzitutto dico che queste sono misure odiose che vanno combattute con la massima radicalità possibile. Forse in questo caso siamo di fronte ad un passaggio ulteriore. E’ evidente che tutti i dispositivi di controllo sull’immigrazione messi in cantiere fin dalla legge Turco-Napolitano hanno avuto l’obbiettivo non tanto di contrastare l’immigrazione clandestina, quanto appunto quello di mettere in campo dispositivi di inclusione differenziata, gerarchizzando sempre di più la concessione di diritti e costruendo queste filiere di marginalizzazione – c’è chi ha il permesso di soggiorno, chi è in attesa di rinnovo, chi è puramente irregolare – che permettono di produrre lavoro nero e ricatto sociale utile all’accumulazione capitalistica.
Qui però forse siamo davanti dicevo ad uno scarto ulteriore, ad una forma di immaginazione nel predisporre il controllo sociale che fa perno sul corpo della società, con forme di articolazione della governance della popolazione, della forma del governo dei migranti, che fa diventare medici, vicini di casa, padroni di casa stessi, delatori e spie, per rendere ancor più ricattabile ed ancora più fragile la presenza dei migranti nelle nostre città.
Pensiamo banalmente al fatto di come l’introduzione del reato di immigrazione irregolare renderebbe obbligatorio per tutti quelli che usufruiscono del lavoro di una badante o ai proprietari delle case affittate ai migranti in nero, la secca alternativa tra l’essere o favoreggiatori dell’immigrazione clandestina o dover denunciare diventando quindi punti di snodo del governo dell’immigrazione, punti di snodo di quella che abbiamo definito gerarchizzazione della cittadinanza che consente di respingere sempre di più i migranti nella clandestinità e nella invisibilità sociale e renderli quindi sempre più potenzialmente ricattabili.
Però credo che questa tendenza possa anche far scattare immediatamente cose diverse, come sta accadendo anche in questi giorni. Penso alle prese di posizione dei medici, penso alle posizioni espresse dall’editoriale recente della rivista Famiglia Cristiana, in cui anche il mondo cattolico che fornisce assistenza ai migranti dichiara in maniera molto netta come queste misure siano razziste, e quindi come vadano contrastate. Penso poi al modo nel quale i migranti, nel Nord Est per esempio, stanno iniziando a mobilitarsi per rispondere a questo tipo di misure. Credo insomma che questa situazione critica possa essere anche una grande occasione. Un punto di precipitazione e di non ritorno, oppure una fase in cui possano scattare insorgenze allargate e variegate che permettano la difesa a tutto questo.

D: Hai sollevato un aspetto importante a mio avviso, ossia il rifiuto di medici ma anche cittadini – penso ai sentimenti delle famiglie che affidano la cura di figli e anziani – di sentirsi parte del piano imposto da questi provvedimenti, che presuppone che tutti facciano propria l’idea dell’inferiorità dei soggetti migranti.

R: Anche attraverso l’estremizzazione del Pacchetto Sicurezza si afferma un principio fondamentale, ossia che la cittadinanza non è un orizzonte perimetrato di inclusione ed esclusione fisso. Nonostante lo stiano cercando di blindare con i dispositivi di legge si tratta di un processo in costante trasformazione nella misura in cui vengono risolti dei rapporti di forza. Quello che è in atto credo sia la trasformazione tra questo dispositivo di legge assolutamente razzista che cerca di fissare una realtà ancorandola a dispositivi di controllo del tipo che abbiamo descritto, e viceversa che questa cittadinanza in trasformazione riprenda ad essere trasformata nella misura in cui gesti di disobbedienza civile come possono essere quelli dei medici o gesti di rifiuto come possono essere quelli delle famiglie che immagino continueranno a tenere le badanti in casa ponendosi il problema di cosa questo significa, gesti di insorgenza soggettiva come quella dei migranti che si stanno organizzando per mobilitarsi per dare risposte concrete al Pacchetto Sicurezza. Tutto ciò penso possa configurare un’altra forzatura, un’altra modalità utile a ridisegnare i profili di questa cittadinanza in trasformazione. La cittadinanza è uno spazio conteso e come tutte le cose contese può esssere risolto a seconda di come si dispiega il rapporto di forze e di tensione che su di esse si sta instaurando.

Foto di Alessandro Ciccarelli tratta da Flickr.com