Cambiamenti climatici ed eco-migrazioni

a cura di Marzia Coronati, Amisnet

Clima, crisi ambientale e cambi climatici, saranno gli argomenti affrontati nelle prossime due puntate di Passpartu’. Tra le conseguenze delle mutazioni ambientali, ci sono le cosidddette eco-migrazioni: gli spostamenti delle persone che abbandonano le proprie terre per cause ambientali. La prossima settimana la redazione di Passpartu’ sara’ a Copenhagen, per approfondire questa tematica con movimenti, associazioni, esperti e attivisti che parteciperanno al vertice sul clima, e in questa puntata gia’ cominciamo ad addentrarci nell’argomento insieme a tre ricercatrici italiane, intente da anni a studiare la situazione dei profughi ambientali del mondo. In chiusura, come sempre, Ritmi, la nostra rubrica musicale.

Calcolare il numero di chi è costretto a migrare per cause ambientali è molto difficile, ma negli anni si è sviluppata una banca dati in questo senso. I dati e le cifre stilate da diversi organi internazionali, come l’Agenzia delle Nazioni unite sui rifugiati (Unhcr), il Programma di sviluppo delle nazioni unite (Undp) e l’Unicef, parlano di numeri inquietanti.

Secondo l’Unhcr sono circa sei milioni le persone costrette a lasciare il loro territorio a causa dei cambiamenti climatici, un dato che per il 2050 potrebbe riguardare 200, 250 milioni di persone. Se così fosse, la pressione degli aspiranti profughi sarebbe insostenibile e gli equilibri demografici ne risulterebbero irrimediabilmente sconvolti.

A luglio 2009 il dipartimento internazionale di Legambiente ha pubblicato un rapporto che fotografava la situazione mondiale dei profughi ambientali. Secondo la ricerca sono stati tra i 70 e gli 80 milioni gli “ecoprofughi” che nel 2007-2008 hanno abbandonato le proprie terre a causa di desertificazione, inondazioni e degli effetti del riscaldamento globale. Un dato che, se nulla verrà fatto, certamente continuerà a crescere.
Nella ricerca è stato analizzato un caso specifico, quello dei piccoli stati insulari del Pacifico. Estremamente vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico, molti di questi stati oggi rischiano di scomparire, e uno di questi, purtroppo, sta già scomparendo. Si tratta delle isole Cartaret, una serie di piccoli atolli che si trovano nella Papa Nuova Guinea. Le Cartaret oggi costituiscono il primo sito al mondo dove i residenti si sono dovuti spostare a causa dei cambiamenti climatici, si tratta dei primi rifugiati ufficiali del riscaldamento globale. Sull’argomento ? stato anche girato un film, “Sun come up”, della regista Jennifer Redfearn, che racconta la storia delle isole.

“L’oceano è come una madre per il mio popolo, ma l’oceano sta anche distruggendo le nostre isole. sappiamo che probabilmente affonderemo e ora ci stiamo cercando un nuovo posto dove vivere gran parte della nostra cultura vivrà solo nella memoria” dice un abitante dell’isola a inizio film. “Questa è una delle prime storie di rifugiati dei cambi climatici e non sarà l’ultima” chiosa la voce fuoricampo. La storia di queso popolo è ancora più drammatica se si pensa che il paese che gli sta dando ospitalità oggi è insanguinato da una brutale guerra civile, e per le leggi internazionali non hanno diritto a niente. Giuridicamente i rifugiati ambientali non esistono, non sono riconosciuti come ?rifugiati? dalla Convenzione di Ginevra del 1951, né dal suo Protocollo supplementare del 1967. Ai rifugiati ambientali,l’Alto Commissariato offre soltanto assistenza primaria per motivi umanitari.

Nel Rapporto mondiale sullo sviluppo umano 2007/2008 dell’Undp, si legge di come uno statunitense provoca mediamente emissioni nell’atmosfera di 21 tonnellate di anidride carbonica, contro le 6 tonnellate di un europeo, le 3,8 di un cinese lo 0,1 di un etiope o di un bengalese. Tuttavia, oltre il 90% delle persone colpite da disastri climatici nell’ultimo decennio vive nei paesi in via di sviluppo, i meno responsabili delle emissioni di gas serra. “La verità più scomoda di tutte, cambiamenti climatici e popoli indigeni”, il rapporto diffuso da Survival International, evidenzia, appunto, la verità più scomoda: il fatto che le maggiori vittime dei cambiamenti climatici sono coloro che meno hanno contribuito al riscaldamento globale, come i popoli indigeni. Secondo la ricerca inoltre, le misure di mitigazione adottate per combattere il riscaldamento globale stanno danneggiando i popoli indigeni al pari dei cambiamenti climatici stessi.

Chi pensa che questi fenomeni siano lontani da noi anni luce, si sbaglia. Anche l’Italia infatti non si sottrae alle conseguenze dei cambiamenti climatici. Arretramenti delle linee di costa e desertificazione sarebbero tra i primi segni evidenti del cambiamento.

Secondo il Rapporto Undp, a oggi le persone esposte al rischio di disastri ambientali nel mondo sono circa un miliardo.Aumenti anche solo ridotti del rischio di disastri ambientali causati dal cambiamento climatico obbligheranno molte di queste persone a rischio a spostarsi dalle proprie terre in cerca di un ambiente più ospitale dove vivere, e magari non potendo fare ritorno nelle proprie terre di origine. Ovvero, diventeranno profughi ambientali.

Oltre a vittime e sfollati, poi, le calamità si lasciano dietro uno strascico fatto di potenziali epidemie e aumento del rischio fame. Tanto che, secondo le proiezioni dell’Unicef, al 2010 saranno circa 50 i milioni di persone che nel mondo soffriranno la fame a causa di emergenze umanitarie e climatiche.

Riguardo alle conseguenze economiche, nell?ottobre 2006 il mondo è stato “scosso” da un Rapporto commissionato dal Governo inglese e predisposto dal senior economist della Banca Mondiale Sir Nicholas Stern .Secondo Stern, se si persevera sulla strada fino ad oggi intrapresa i mutamenti climatici potranno provocare una crisi, in termini economici, pari se non peggiore a quella della Grande Depressione.

Secondo Legambiente, se oggi non destiniamo almeno l?1% del Prodotto globale lordo per attivare politiche di contenimento, dovremmo affrontare i danni futuri pagando un conto che potrà essere da cinque e 20 volte più alto.
Nel dettaglio una modifica del clima non controllata potrebbe costare circa 566$ per ogni uomo, donna e bambino sul pianeta è ad oggi circa 6,5 miliardi di persone.
Attendiamo le decisioni che saranno prese a Copenhagen.

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