dal sito del Parlamento Europeo

Il capo dell’UNHCR: “Urgente una politica di asilo comune”

Signor Guterres, è alla fine del suo mandato come Alto commissario dell’UNHRC. Come sono cambiate le cose per i rifugiati in questi 5 anni?

All’inizio abbiamo assistito a una diminuzione annuale costante del numero dei rifugiati, ma negli ultimi due anni, con il perseverare dei conflitti e il ritorno dell’insicurezza in regioni che sembravano stabilizzate, i rifugiati e gli sfollati sono addirittura in lieve aumento.

Purtroppo nell’ultimo anno il numero di persone che abbiamo aiutato a tornare a casa, in tutta sicurezza, libertà e dignità, è sceso drammaticamente, specialmente a causa della situazione in Afghanistan, Sudan del Sud e Repubblica democratica del Congo.

Conflitti e persecuzioni hanno sradicato oltre 40 milioni di persone. Di questi, più di 10 milioni vivono in nei campi rifugiati, spesso per anni. Quali sono gli effetti a lungo termine dell’allontanamento da casa, e quali possibili soluzioni vede lei?

C’è stato un significativo aumento delle possibilità di reinsediamento dei rifugiati, dal primo paese d’asilo ai paesi sviluppati. Si sta creando il programma di reinserimento europeo, e noi lo appoggiamo fortemente. C’è anche maggiore accettazione della reintegrazione regionale, per esempio la Tanzania ha appena concesso la nazionalità a 60.000 burundesi.

Ma purtroppo come dicevo il numero complessivo di persone che possono tornare a casa sta diminuendo. Allora la condizione di rifugiato si protrae, e questo crea enormi problemi, soprattutto per quelli che vivono nei campi. Vivere 10, 20 anni con limitazioni di movimento, risorse scarse, spesso senza accesso all’educazione secondaria, genera un livello di sofferenza che dovrebbe davvero mettere una pressione forte sulla comunità internazionale.

Nei periodi di crisi economica, la gente è meno disponibile. Allo stesso tempo l’inasprirsi dei conflitti e i cambiamenti climatici forzano sempre più persone a spostarsi. Come affrontare questa equazione dal vostro punto di vista?

In generale l’atteggiamento verso l’immigrazione è più negativo in tempi di crisi. Di solito ci sono due capri espiatori: il governo e gli stranieri. E il paradosso è che come reazione i governi induriscono le loro politiche di asilo, e questo ci preoccupa molto.

In più, stiamo assistendo a una tendenza agli spostamenti forzati, a causa della degradazione ambientale o della povertà estrema. Questi elementi sono sempre più legati fra loro, e la comunità internazionale manca completamente degli strumenti e la strategia adeguata per far fronte alla nuova tendenza delle migrazioni forzate. Ma spero che l’anno prossimo, con l’anniversario della Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951, ci sarà un dibattito internazionale su queste nuove sfide globali.

Il “burden sharing” (condivisione dello sforzo) e la solidarietà fra Stati UE sono temi al vertice dell’agenda comunitaria. L’Europa sta contribuendo alla protezione dei rifugiati nel mondo?

L’Europa è ancora un attore importante nell’accoglienza e nell’asilo, ma purtroppo la mancanza di un sistema di asilo europeo rende gli sforzi meno efficaci. Lo stiamo costruendo, ma molto lentamente. Il mosaico di politiche di asilo completamente diverse nei i vari paesi UE crea evidenti disfunzionalità.

A mio avviso gli effetti sono negativi sia per i rifugiati che per l’UE stessa. Noi sosteniamo vivamente le 5 proposte della Commissione, e speriamo che gli Stati membri capiscano che una vera armonizzazione è indispensabile. E la condivisione degli sforzi ne è una parte importante, certamente.