Ancora 21 afghani ricacciati da Venezia verso l’inferno greco. Stavolta con il “via libera” del Cir

Il 17 maggio 21 afghani sono stati respinti dal porto di Venezia. Solo un minore è stato affidato ai servizi sociali. Per gli altri non c’è stato nulla da fare: rimandati indietro nell’inferno greco, dove li aspetta la detenzione in centri che la stessa Commissione europea ha definito disastrosi, le violenze della polizia ellenica, le deportazioni alla frontiera turca e poi a Kabul.
Questa volta, però, erano stati tutti ascoltati dagli operatori del Cir, il Consiglio Italiano Rifugiati che il Ministero dell’Interno, tramite la Prefettura, ha incaricato di gestire la questione dell’asilo dentro i porti dell’Adriatico.
Questi respingimenti che, come è stato più volte ribadito da giuristi autorevoli come l’Avvocato Marco Paggi dell’Asgi, sono fondamentalmente illegali, hanno avuto quindi una legittimazione umanitaria che permetterà di dire che stavolta le persone sono state ascoltate e che tra loro non c’era nessun “vero” richiedente asilo.
Peccato che le interviste vengano sempre condotte in fretta e furia prima che la nave, la stessa nave su cui i profughi sono giunti, riparta verso la Grecia. Due, tre ore al massimo per decidere del futuro di 21 persone.
Normale essere costretti a raccontare a dei perfetti estranei, in pochi minuti, il motivo per cui si sono abbandonati la propria famiglia e il proprio paese.
Normale doverlo fare dopo decine di ore senza mangiare e dormire, nascosti dentro o sotto i tir.
Normale dovere convincere di avere subito violenza e di essere a rischio pur venendo dall’Afghanistan, un paese dove, se non si vuole guardare alle vittime civili considerate ormai “effetti collaterali” della pace, il fatto che i militari italiani continuino a morire dovrebbe essere sufficiente a raccontare di una guerra che sembra non potere avere fine.
Qualcuno di quei 21 ragazzi, forse, avrà detto a chi lo interrogava di volere trovare un lavoro. Basta questo, anche per le Commissioni governative che decidono sul territorio italiano se concedere o meno lo status di rifugiato, per vedersi conferire un diniego.
Qualcun altro avrà detto di non volere restare per sempre in Italia, perché sa che in questo paese i diritti dei rifugiati sono calpestati ogni giorno. Basta questo per risultare poco convincenti, e venire di nuovi trascinati dentro una nave, nella stiva di una nave, e poi ricacciati nelle carceri greche.
Si è detto a lungo che il problema principale relativamente al rispetto del diritto d’asilo ai porti dell’Adriatico era che il Cir potesse intervenire solo su chiamata della polizia di frontiera. Anche i movimenti e le associazioni che da sempre si oppongono alle prassi dei respingimenti hanno sottolineato la necessità che questo ente potesse operare senza il filtro poliziesco.
Evidentemente, però, i problemi sono anche altri. È un sistema interamente malato che contagia anche molti di quelli che, senza indossare una divisa, ci hanno comunque a che fare.
Cosa ci vorrebbe, viene spontaneo chiedersi, a dire, da operatore incaricato di difendere i diritti dei rifugiati, che non ci sono le condizioni per intervistare le persone in questa maniera? Che non bastano cinque minuti e quattro domande a testa, che almeno per chi viene da paesi come l’Afghanistan, la Somalia, il Sudan e tutte le regioni del Kurdistan ci vogliono attenzioni ulteriori?
Davvero è impossibile rifiutarsi pubblicamente di operare in queste condizioni e denunciarle come lesive anche della dignità di chi lavora in un ente come il Cir?

Su questo sarebbe legittimo chiedere un chiarimento al Cir stesso.
Che l’umanitario venga strumentalizzato per coprire le peggiori violazioni dei diritti fondamentali è parte di una storia secolare: dai manicomi alla guerra come strumento di esportazione della democrazia.
Ciò che ancora lascia sgomenti è che così pochi enti umanitari, fatte salve eccezioni straordinarie come Emergency, riescano a opporre una reale opposizione a questa strumentalizzazione e a mettere davvero al centro del proprio lavoro, rifiutando ogni compromesso, le persone.