Se la lingua e la sua verifica diventano strumenti di potere

Intervista alla Prof.ssa Monica Barni, direttrice del Centro CILS, Università per Stranieri di Siena

E’ un nuovo ostacolo al diritto di soggiorno permanente che inaugura anche in Italia un legame diretto tra diritti e competenza linguistica, accompagnato da un discorso pubblico che agita sempre più la retorica/mito della conoscenza della lingua italiana ai fini dell’integrazione dei migranti e che finisce per legittimare misure e provvedimenti di divieto o selettivi/repressivi (ad esempio ordinanze comunali contro le insegne dei negozi in lingua straniera, classi separate-classi ponte per gli alunni che non parlano l’italiano, accordo di integrazione a punti, ecc) anziché la promozione della diffusione di opportunità di apprendimento ed uso della lingua italiana.

Ne abbiamo discusso con Monica Barni – Direttrice del Centro CILS – Certificazione di italiano come lingua straniera, Professore straordinario di Linguistica educativa all’Università per Stranieri di Siena.

Domanda: Una parte del dibattito tra linguisti ed insegnanti sull’introduzione del requisito della conoscenza della lingua italiana ai fini del soggiorno regolare sembra lasciare sullo sfondo il fatto che il Decreto del 4 giugno, disposto dal cosiddetto pacchetto sicurezza, introduce un legame del tutto nuovo tra abilità linguistica e diritti civili e sociali per i cittadini migranti.
Quali sono a suo avviso le implicazioni di questo nuovo “ruolo” attribuito alla competenza linguistica?

In realtà non si tratta di un ruolo ‘nuovo’. In primo luogo perché l’entrata in vigore del DM 4 giugno 2010 mette in linea la politica italiana con quella che oggi prevale nella maggioranza dei Paesi europei e dei Paesi extraeuropei meta di immigrazione (come l’Australia, gli Stati Uniti ecc.). Una recente indagine ha evidenziato che ben il 75% dei Paesi europei utilizzano test di lingua al momento dell’accesso dei migranti, ai fini della concessione del lungo soggiorno o dei diritti di cittadinanza. E non è neppure una novità storica l’utilizzo della lingua con una funzione di filtro. Già nella Bibbia, nella cruenta guerra fra Efraimiti e Galaaditi (Giudici, 12, 5-6), era il modo di pronunciare la parola shibboleth che portava al riconoscimento del nemico e alla sua eliminazione immediata. Senza spingersi fino alle funeste conseguenze raccontate nella Bibbia, occorre riflettere sul fatto che il possesso di una lingua e la sua verifica attraverso i test stanno assumendo oggi il ruolo di strumenti di potere, che condizionano fortemente tutte le persone che ne vengono coinvolte: dal risultato ottenuto in un test dipenderà la possibilità di continuare a vivere e lavorare nel nostro Paese.
Ci si serve della lingua e della competenza linguistica con una funzione di barriera all’accesso, funzione paradossale rispetto alla natura stessa della lingua che è strumento formatore di identità attraverso l’interazione sociale. Grandi linguisti come Saussure e filosofi come Wittgenstein hanno insistito su questo ‘valore’ essenziale, ultimo dell’attività semiotica, simbolica, espressiva e perciò anche linguistica. Sulla loro scia, De Mauro considera proprio la creazione della relazione, del rapporto sociale come valore ultimo dell’attività linguistica, e della lingua in generale.
Ma il dibattito che in Italia si è aperto dopo la pubblicazione del decreto non si è concentrato tanto su questa funzione fatta assumere alla lingua e nemmeno sulle conseguenze che produrrà sui diritti civili e sociali dei cittadini migranti, quanto piuttosto su una critica generalizzata ai test e alla valutazione della competenza linguistico-comunicativa, a come e da chi saranno costruiti i test, a che cosa conterranno ecc. Invece, a mio parere, è sul primo aspetto che occorre riflettere. L’utilizzo della lingua come barriera è tanto più paradossale se calato nella società odierna, complessa, globale, una società che vede il continuo contatto fra gli esseri umani appartenenti a comunità diverse e con lingue diverse. Paradossalmente a questa espansione delle lingue sempre crescente anche in tempo di crisi – nonostante la prevalenza dell’inglese – si dà una risposta istituzionale che va verso il riduzionismo linguistico sia nel loro numero sia nella loro funzione. Paradossalmente, in Paesi sempre più plurilingui, il nesso westfaliano fra lingua e nazione tende a diventare sempre più stretto e sempre più enfatizzato, sia a livello delle politiche sociali in senso lato, sia a livello delle politiche educative. Come sottolinea Vedovelli, oggi si ripresentano le stesse paure babeliche che ritroviamo nei testi sacri, Babele è vista come la paura delle lingue; degli altri con le loro lingue; e le lingue sono viste come causa di conflitto. Che fine facciamo fare infatti alle lingue immigrate, a quelle più di 150 lingue che sono entrate in Italia con gli immigrati? Che cosa proponiamo in merito al loro mantenimento? Perché continuiamo a considerarle come una minaccia piuttosto che una risorsa per lo sviluppo della società?
Allo stesso modo, proprio entro il contesto dialettico fra la paura babelica e la spinta all’intercomprensione, viene ridotta la funzione della verifica della competenza linguistica, svalutandola e attribuendole solo la funzione di barriera, di filtro e non di opportunità per il riconoscimento dello sviluppo linguistico e del successo del progetto migratorio tramite l’investimento sulla lingua. Così dei test si enfatizza solo la funzione di strumento in grado di esorcizzare la diversità.
Intendiamo invece ribadire che per chi si sposta per vivere in una comunità linguistica e in una società che non ha come lingua la propria lingua di origine è fondamentale l’apprendimento della lingua del nuovo Paese per l’accesso ai diritti civili. Gramsci e Don Milani hanno mostrato come la lingua possa costituire una barriera – e non solo per chi non la possiede come lingua madre – e come possa essere usata come tale a livello istituzionale, negando così i diritti fondamentali all’espressione. Per poter stabilire rapporti sociali occorre avere competenze linguistiche adeguate, e l’azione istituzionale nelle società avanzate deve mirare a creare le condizioni, le strutture, le opportunità per istruirsi, perciò anche per apprendere le lingue del Paese dove si emigra.
Invece oggi quello che sembra prevalere a livello istituzionale è l’uso della lingua come filtro, come strumento di esclusione, invece che come strumento per lo sviluppo delle capacità espressivo-comunicative dei migranti.

D: E’ d’accordo sul fatto che il provvedimento ha una forte componente retorica, se consideriamo che con le motivazioni di garantire l’interesse del migrante vengono adottate misure che di fatto lo penalizzano?

Nel dibattito italiano non è emerso il fatto che, nella maggioranza dei paesi europei in cui sono stati adottati test di lingua, la richiesta di lingua è preceduta da una offerta di formazione linguistica strutturata e sistematica, adeguata alle richieste che una società civile e democratica fa a dei soggetti sociali che in essa vogliono inserirsi e integrarsi. Prima di tutto quindi la lingua viene offerta in corsi ufficiali, anche organizzati a spese dello Stato: in molti Paesi i corsi sono addirittura obbligatori. Di offerta linguistica, di formazione non si fa cenno nel DM. Si parla solo di promozione di “progetti di informazione per illustrare le modalità di attestazione della conoscenza della lingua italiana ai fini del rilascio del permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo e progetti per la preparazione al test” (art. 6 comma 2), facendo oltretutto coincidere lo sviluppo della competenza con il superamento del test.
Questo farà sì che nella realtà l’offerta linguistica per i migranti, anche a fronte di una richiesta coercitiva di competenza linguistica, continui ad avere i tratti che l’hanno caratterizzata negli ultimi vent’anni, cioè quelli della emergenzialità, frammentarietà, asistematicità. La riflessione sul tema dell’integrazione avrebbe potuto essere una occasione per strutturare un investimento a lungo termine, un piano di lavoro nel quale lo Stato avrebbe potuto coinvolgere vari soggetti, come le scuole e i datori di lavoro, per offrire la conoscenza della lingua e della cultura italiana agli stranieri, creando le condizioni di possibilità per l’accesso al diritto all’istruzione e alla formazione. Ma l’occasione si è persa!
Avrebbe potuto anche essere una occasione per incrementare la formazione degli insegnanti e dare anche ad essa una forma strutturata e sistematica, non replicando ciò che era successo qualche decina di anni fa, quando gli insegnanti si sono trovati ad affrontare in maniera emergenziale prima la presenza di adulti nei corsi delle 150 ore e poi anche di alunni di famiglie di origine straniera nelle loro classi e da insegnanti curricolari si sono dovuti ricreare come maestri di lingua. Adesso dovranno diventare all’improvviso valutatori di competenza, senza aver ricevuto una formazione adeguata. E non per colpa loro, se si considera che nel loro percorso formativo solo in raro casi sono entrati in contatto con il tema della valutazione della competenza linguistico-comunicativa. Basti pensare che nel sistema universitario italiano esistono solo pochi corsi centrati sulla Verifica e valutazione della competenza linguistica: uno tenuto da me, all’Università per Stranieri di Siena e gli altri dalle mie colleghe all’Università degli Studi Roma Tre e all’Università per Stranieri di Perugia. Agli Enti certificatori è stato richiesto di progettare e realizzare materiali ad hoc per la formazione degli insegnanti e per guidarli nelle procedure di costruzione delle prove, nella loro somministrazione e nella valutazione degli elaborati, ma è un’azione che potrà aver luogo solo dopo che gli insegnanti avranno dovuto svolgere questo ruolo, e quindi improvvisare.

D: La certificazione. Quali riflessioni su questo strumento e sulla sua funzione?
Ad esempio, gli Enti certificatori dovranno fornire al Ministero dell’Interno e al Miur le Linee guida e di indirizzo in relazione al contenuto del test, ai criteri di assegnazione del punteggio e della durata delle prove. Ma è ipotizzabile un test, per quanto accurato e calibrato sullo “studente” straniero, che possa essere assunto come garanzia di conoscenza della lingua?

Sul piano teorico della valutazione della competenza linguistico-comunicativa è assolutamente improprio l’utilizzo del termine certificazione per riferirsi ai test che saranno prodotti, somministrati e valutati nei CTP, come recita il protocollo fra i Ministeri dell’Interno e della Istruzione, Università e Ricerca. Questo uso improprio mette in luce quella carenza di cultura della valutazione linguistica in Italia, che altre volte abbiamo denunciato, e che emerge in tutta la sua evidenza nel testo del DM e dalle decisioni da esso conseguenti. Ci teniamo a precisareo che gli Enti Certificatori, che da quasi due decenni sono gli unici soggetti che in Italia si occupano della valutazione certificata dell’italiano come lingua straniera e seconda, non sono mai stati consultati durante la scrittura del testo: lo abbiamo visto quando è uscito nella Gazzetta Ufficiale!

Test diversi prodotti e poi valutati in CTP diversi e da insegnanti diversi non possono essere confusi con test di certificazione, perché non rispettano i requisiti che un test di certificazione deve possedere come garanzia della affidabilità e della veridicità delle dichiarazioni da esso espresse, e quindi della sua eticità. Il primo requisito per la garanzia etica è rappresentato dall’indipendenza dell’ente che realizza la valutazione e dalla sua capacità di garantire l’intero processo e di assumersene la responsabilità. Una valutazione di questo tipo deve essere affidata a specialisti e tecnici che sanno utilizzare strumenti e metodologie rigorosi e definiti nei tre momenti fondamentali del processo di valutazione e, cioè, la descrizione delle scelte effettuate a livello teorico e metodologico sull’oggetto della valutazione; la formalizzazione delle procedure di misurazione di valutazione; il resoconto esplicito della loro verificabilità, affidabilità e validità. Scientificità, tecnicità, istituzionalità, ruolo di garanzia sociale devono quindi caratterizzare la valutazione certificatoria e devono anche essere i requisiti richiesti da ogni soggetto coinvolto nel e dal processo di valutazione.
E questo obiettivo non può essere raggiunto affidando la valutazione a soggetti diversi, non formati a gestire questo tipo di valutazione e di certo i test che saranno prodotti non potranno esercitare quel ruolo di garanzia sociale che caratterizza i test di certificazione.
Gli Enti Certificatori hanno collaborato in queste settimane per produrre delle Linee Guida per costruire le prove, per valutare equamente i candidati, così come loro richiesto dal Ministero dell’Interno. Insieme hanno portato avanti una riflessione che è partita da una analisi approfondita del Quadro Comune Europeo di Riferimento, cercando di mettere in luce la filosofia cha sta alla base di questo importante documento europeo – e cioè il rispetto della diversità linguistica – e che cosa significa avere una competenza in una lingua a Livello A2. È stato così prodotto uno strumento molto accurato, che ha visto il coinvolgimento di tutti gli Enti certificatori, pur nel rispetto delle ricerche portate avanti per anni da ciascuno di loro. Si tratta però solo di Linee Guida; non c’è nessuna garanzia che esse vengano adottate e rispettate. Nel protocollo con il Ministero dell’Istruzione non è prevista nessuna attività di monitoraggio, se non realizzata dagli stessi centri di esame, e questo è paradossale! Così le possibilità di successo o insuccesso nella prova, di superamento o meno del test non solo saranno necessariamente imprevedibili perché il processo di valutazione sarà affidato a soggetti diversificati, ma non sarà nemmeno possibile avere una garanzia che il processo sia stato realizzato con la stessa equità per tutti i soggetti che ad esso si sottoporranno.
E questo è paradossale rispetto alla funzione del test, dal punto di vista della teoria della valutazione, paradossale rispetto al ruolo sociale e politico che ha motivato l’adozione del test. Di certo inoltre non aiuta a promuovere quella necessaria riflessione sul tema della valutazione e della certificazione della competenza linguistico-comunicativa, perché, come abbiamo detto, fa emergere solo la loro funzione di filtro, di barriera, e non piuttosto di giusto riconoscimento di un percorso di sviluppo della competenza stessa su cui un migrante ha deciso di investire, riconoscendone il valore sociale.
In conclusione bisognerebbe anche saper cogliere l’occasione che deriva dal contatto fra l’italiano e le altre lingue, le lingue di cui sono portatori gli immigrati, che costituiscono un’opportunità di crescita per tutta la nostra società. Anche questa è una occasione che si sta perdendo! Bisognerebbe invece agire per incrementare la cultura delle lingue e dell’importanza della conoscenza delle lingue, anche di quelle degli altri, fuori da logiche burocratiche o di ‘difesa dei territori’.

Intervista a cura di Neva Cocchi

Tutto sul test di lingua ed il permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo:

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La lingua non può fare la differenza – Il test di italiano per la carta di soggiorno

Il Permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo (ex carta di soggiorno)
Il test di lingua italiana
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La circolare esplicativa
Il decreto ministeriale del 4 giugno 2010
L’art 9, comma 2bis del Testo Unico